COMMENTO AL VANGELO DI GIOVANNI

Sant’Agostino

 

[Omelie 61-70]

 

OMELIA 61

L'annunzio del tradimento di Giuda.

Dovendo la Chiesa tollerare nel suo seno la zizzania fino al tempo della mietitura, ciò non può avvenire senza che debba provare turbamento, come il turbamento di Cristo dimostra.

1. E' nostra intenzione, o fratelli, esporvi ora il passo del Vangelo che è stato letto, cominciando a parlare del traditore che il Signore abbastanza chiaramente rivela, porgendogli un boccone di pane intinto. E' vero che di lui mi sono occupato nel precedente discorso, riferendo che ormai sul punto di rivelarlo, il Signore si turbò nello spirito; ma forse allora non ho detto una cosa che il Signore si degnò indicarci col suo turbamento, che cioè è necessario tollerare, sino all'epoca della mietitura, i falsi fratelli e la zizzania in mezzo al frumento nel campo del Signore (cf. Mt 13, 29-30) sicché, quando un motivo urgente costringe a separare alcuni di essi che sono zizzania dagli altri anche prima della mietitura, ciò non può avvenire senza provocare turbamento in seno alla Chiesa. In certo modo, quindi, il Signore preannunziò il turbamento dei suoi fedeli, provocato dagli eretici e dagli scismatici, e in se medesimo lo prefigurò con quel turbamento che non poté trattenere allorché quell'uomo perverso che era Giuda stava per uscire, separandosi apertamente dal buon grano con cui era mescolato e in mezzo al quale tanto a lungo era stato tollerato. Si turbò, non nella carne, ma nello spirito. Infatti, di fronte a tali scandali, i fedeli sinceri rimangono turbati, non per malanimo ma per carità; preoccupati come sono che, volendo eliminare la zizzania, non si sradichi insieme anche il buon grano.

2. E così Gesù si conturbò nello spirito e dichiarò solennemente: In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà (Gv 13, 21). Uno di voi, ma solo numericamente, non realmente; in apparenza, non per qualità; per convivenza fisica, non per vincolo spirituale; per vicinanza corporale, non compagno per unità di cuore; quindi non uno di voi, ma uno che sta per uscire da voi. Come si concilierebbe, altrimenti, la dichiarazione del Signore uno di voi, con quanto dice lo stesso autore di questo Vangelo nella sua lettera: Uscirono da noi, ma non erano dei nostri; se infatti fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi (1 Io 2, 19)? Giuda non era dunque uno di loro: sarebbe infatti rimasto con loro, se fosse stato uno di loro. Che significa dunque: uno di voi mi tradirà, se non che uscirà da voi uno che mi tradirà? Infatti colui che dice: Se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi, prima aveva detto: Uscirono dalle nostre file. Sicché è vera una cosa e l'altra: erano dei nostri, e non erano dei nostri: per un verso erano dei nostri, per un altro non erano dei nostri; secondo la partecipazione esteriore ai sacramenti erano dei nostri, ma a causa delle loro colpe personali non lo erano.

3. I discepoli cominciarono allora a guardarsi a vicenda, incerti di chi parlasse (Gv 13, 22). L'affetto devoto che nutrivano per il Maestro, non impediva alla loro umana debolezza di essere sospettosi gli uni nei confronti degli altri. Ciascuno leggeva in fondo alla propria coscienza, ma siccome non poteva leggere in quella del vicino, poteva essere sicuro solo di sé, mentre ognuno era incerto degli altri.

[L'evangelista è uno storico.]

4. Ora uno dei suoi discepoli, quello che Gesù amava, era adagiato a mensa sul seno di Gesù. Cosa intenda l'evangelista per seno, lo precisa più avanti, dicendo: sul petto di Gesù. Il discepolo era Giovanni, autore di questo Vangelo, come esplicitamente vien detto più tardi (cf Io 21, 20-24). Era costume di quelli che ci hanno trasmesso le sacre Lettere, quando qualcuno di loro narrava la storia divina cui egli stesso aveva preso parte, parlare di sé in terza persona, inserendosi nel contesto della narrazione come storico anziché come apologista di se stesso. Così fa san Matteo che, giunto nel testo della sua narrazione a parlare di sé, dice: Gesù vide, seduto al banco della dogana, un certo pubblicano, di nome Matteo, e gli dice: Seguimi (Mt 9, 9). Non scrive: Mi vide e mi disse. Così fa anche il beato Mosè, che nell'intera sua opera parla di sé in terza persona, scrivendo: Il Signore disse a Mosè (Es 6, 1). E così fa, in maniera ancora più insolita, l'apostolo Paolo, non nella parte storica, in cui spiega i fatti che narra, ma nelle sue lettere. Parlando di se stesso egli dice: So di un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa - se col corpo o fuori del corpo non so, Iddio lo sa - fu rapito al terzo cielo (2 Cor 12, 2). Ora, se anche qui il beato evangelista non dice: Io ero adagiato a mensa nel seno di Gesù, ma dice: uno dei suoi discepoli era adagiato a mensa (Gv 13, 23), anziché meravigliarci, teniamo conto del costume dei nostri autori. Si nuoce forse alla verità se, nel raccontare un fatto veramente accaduto, si evita la vanagloria nel modo di raccontarlo? Ciò che egli raccontava, infatti, tornava a sua massima lode.

5. Ma che vuol dire: quello che Gesù amava? Come se Gesù non amasse gli altri, di cui pure il medesimo Giovanni ha detto: li amò sino alla fine (Gv 13, 1). E il Signore stesso dice: Nessuno ha maggior amore di questo: che dia la sua vita per i suoi amici (Gv 15, 13). E chi potrebbe citare tutte le testimonianze delle pagine divine, in cui si dimostra che il Signore Gesù ama non soltanto Giovanni e i discepoli che allora erano con lui, ma anche tutte le future membra del suo corpo, cioè tutta la sua Chiesa? Piuttosto qui c'è qualcosa che non risulta chiaro, ed è il seno nel quale era adagiato colui che ha scritto queste cose. Che s'intende per seno, se non una cosa intima e segreta? C'è però un altro passo che si presta meglio per dire, con l'aiuto del Signore, qualcosa di più intorno a questo segreto.

[E' dal cuore di Cristo che si attinge la sapienza.]

6. Simon Pietro gli fa un cenno e gli dice (Gv 13, 24). Si noti questo modo di esprimersi, non con parole ma con cenni: gli fa un cenno e gli dice: gli dice con un cenno. Se infatti già col pensiero si può parlare, come si esprime la Scrittura: Essi parlavano tra sé (Sap 2, 1), a maggior ragione si può parlare con dei cenni quando esteriormente, per mezzo di un dato segno, si esprime il pensiero concepito nel cuore. E cosa disse Pietro con il suo cenno? Ciò che segue: Di', a chi si riferisce? Pietro disse questo con un cenno, perché non lo disse con il suono della voce, ma con un gesto del corpo. Chinandosi familiarmente, quel discepolo, sul petto di Gesù... Ecco, il seno del petto, cioè l'intimo segreto della Sapienza. Gli dice: Signore, chi è? Gesù allora risponde: E' colui al quale porgerò il boccone che sto per intingere. Intinto, allora, il boccone, lo prende e lo dà a Giuda, figlio di Simone Iscariota. E, dopo il boccone, allora entrò in Giuda Satana (Gv 13, 24-27). E' stato rivelato il traditore, sono stati messi in luce i nascondigli delle tenebre. Giuda ha ricevuto una cosa buona, ma l'ha ricevuta a suo danno, perché, indegno com'era, ha ricevuto indegnamente una cosa buona. A proposito di questo pane intinto che Gesù porse a quel falso discepolo, come delle cose che seguono, ci sarebbe molto da dire, ma occorrerebbe più tempo di quello che ormai ci è rimasto alla fine di questo discorso.

 

OMELIA 62

Era notte.

E' vero che Giuda consegna Cristo, ma è ancor più vero che Cristo offre se stesso: Giuda vende Cristo, Cristo redime tutti.

[Anche le cose buone possono nuocere, e le cattive giovare.]

1. Il fatto che non appena il Signore porse il pane intinto al suo traditore, Satana entrò in lui, può suscitare - me ne rendo conto, o carissimi - reazioni diverse: chi ha un animo religioso vorrà cercare più profondamente, chi ne è privo si limiterà a protestare. Così infatti sta scritto: Intinto allora il boccone, lo prende e lo dà a Giuda, figlio di Simone Iscariota. E, dopo il boccone, allora entrò in Giuda Satana (Gv 13, 26-27). Essi dicono: E' dunque questo il risultato del pane di Cristo ricevuto alla mensa di Cristo: di far entrare Satana in un suo discepolo? Al che noi rispondiamo: qui abbiamo piuttosto da imparare come bisogna stare attenti a non ricevere con cattive disposizioni una cosa buona. E' molto importante non ciò che si riceve ma chi lo riceve, non la qualità del dono ma le disposizioni di colui al quale vien fatto. Poiché le cose buone possono nuocere e le cattive giovare, a seconda dell'animo di chi le accoglie. Il peccato - dice l'Apostolo - per manifestarsi peccato, operò in me la morte per mezzo di una cosa buona (Rm 7, 13). Ecco, una cosa buona può essere occasione di un male, se la cosa buona si riceve con animo cattivo. Ancora l'Apostolo dice: Perché non insuperbissi per la grandezza delle rivelazioni, mi fu data una spina nella carne, un messo di Satana che mi schiaffeggi. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore perché lo allontanasse da me. Ed egli mi rispose: Ti basta la mia grazia; la forza infatti si perfeziona nella debolezza (2 Cor 12, 7-9). Ecco che da un male ne viene un bene, se il male è accolto con animo buono. Perché allora ti meravigli se a Giuda fu dato il pane di Cristo, per mezzo del quale il diavolo si impadronì di lui, costatando che invece a Paolo fu dato il messo del diavolo per renderlo perfetto in Cristo? Una cosa buona ha nociuto a chi era cattivo; una cosa cattiva ha giovato a chi era buono. Ecco perché è stato scritto: Chiunque mangerà il pane o berrà il calice del Signore indegnamente, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore (1 Cor 11, 27). L'Apostolo si rivolgeva a coloro che prendevano il corpo del Signore con trascuratezza, senza distinguerlo da un altro cibo. Ora se qui si rimprovera chi non distingue il corpo del Signore dagli altri cibi, come non sarà condannato chi si accosta alla sua mensa come nemico fingendosi amico? Se merita rimprovero la trascuratezza del commensale, con quale pena non si dovrà colpire il traditore di colui che lo ha invitato? Che cos'era il pane dato al traditore, se non un segno: mostrare cioè a quale grazia egli fosse ingrato?

2. Dopo quel boccone, dunque, Satana entrò nel traditore del Signore, per prendere pieno possesso di colui che già era nelle sue mani e in cui già prima era entrato per indurlo al tradimento. Era già in lui, infatti, quando Giuda si era recato dai Giudei per stabilire il prezzo del tradimento, secondo l'esplicita testimonianza dell'evangelista Luca: Ora, Satana entrò in Giuda chiamato Iscariota, ch'era del numero dei dodici, ed egli andò a trattare con i gran sacerdoti (Lc 22, 3-4). Ecco la prova che Satana era già entrato in Giuda. Vi era entrato dapprima per introdurre nel suo cuore il proposito di tradire Cristo; Giuda si era presentato alla cena con tale proposito. Ma dopo che egli ebbe preso quel boccone, Satana entrò in lui, non per tentare un estraneo, ma per prendere definitivamente possesso di ciò che già era suo.

3. Non fu allora, però, che Giuda ricevette il corpo di Cristo, come crede qualche lettore frettoloso. E' da ritenere, infatti, che già il Signore aveva distribuito a tutti i discepoli, presente anche Giuda, il sacramento del suo corpo e del suo sangue, come molto chiaramente racconta san Luca (cf. Lc 22, 19-21). Poi venne il momento in cui, secondo la narrazione altrettanto chiara di Giovanni, il Signore rivelò il traditore per mezzo del boccone che intinse e porse a Giuda, volendo forse significare, col pane così intinto, l'ipocrisia del traditore. Non ogni cosa che si intinge, infatti, viene lavata, ma alcune cose si intingono per tingerle. Se però il pane intinto significa qui qualcosa di buono, l'ingrato verso un tal dono ha maggiormente meritato la condanna.

[Cristo si è offerto perché ha voluto.]

4. Tuttavia a Giuda, posseduto non dal Signore ma dal diavolo dopo che il pane era entrato nello stomaco e il nemico nell'anima di quell'ingrato, rimaneva la completa esecuzione dell'infame proposito già concepito nel cuore e originato da un detestabile sentimento. E non appena il Signore, che era il pane vivo, ebbe consegnato il pane a quell'uomo ormai morto, ed ebbe così rivelato, nell'atto di porgergli il pane, il traditore di quel pane, gli disse: Quel che fai, fallo al più presto (Gv 13, 27). Non gli disse di compiere un delitto, ma predisse il male che Giuda avrebbe compiuto e il bene che a noi ne sarebbe derivato. Che poteva, infatti, Giuda far di peggio, e che potevamo noi riprometterci di meglio, dalla consegna di Cristo ai suoi nemici, compiuta dal traditore contro se stesso e insieme a vantaggio di noi tutti, Giuda escluso? Quel che fai, fallo al più presto. O parole, che esprimono non ira da parte di Gesù, ma il suo animo sereno e pronto! che indicano, non tanto la pena dovuta al traditore, quanto piuttosto il prezzo che si appresta a pagare il Redentore! Disse: Quel che fai, fallo al più presto, non per sollecitare la rovina del traditore, ma per affrettare la salvezza dei fedeli; poiché egli è stato consegnato per le nostre colpe (cf. Rm 4, 25), ed ha amato la Chiesa e per lei si è offerto (cf. Ef 5, 25). E' per questo che l'Apostolo, parlando di sé, dice: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2, 20). Nessuno infatti avrebbe potuto consegnare Cristo, se egli non si fosse da se stesso consegnato. Cosa si può attribuire a Giuda, se non colpa? Egli, nel consegnare Cristo ai Giudei, non ha certo pensato alla nostra salvezza, per la quale invece Cristo si è offerto, ma ha pensato al suo guadagno ottenendo invece la perdita della sua anima. Ha avuto, sì, la ricompensa che si riprometteva, ma ha ottenuto anche ciò che si meritava e che certo non desiderava. Giuda consegnò Cristo, e Cristo consegnò se stesso: Giuda facendo l'affare della sua vendita, Cristo compiendo l'opera della nostra redenzione. Quel che fai, fallo al più presto, non perché questo sia in tuo potere, ma perché così vuole colui che tutto può.

5. Nessuno però dei commensali comprese a qual proposito gli aveva parlato così; alcuni infatti, siccome Giuda teneva la borsa, credevano che Gesù gli dicesse: Compra ciò che ci serve per la festa; oppure: Dà qualcosa ai poveri (Gv 13, 28-29). Anche il Signore dunque aveva una borsa nella quale conservava le offerte dei fedeli, per soccorrere le sue necessità e quelle degli altri. Fu costituito così il primo tesoro della Chiesa; il che ci fa capire che il precetto di non preoccuparsi del domani (cf. Mt 6, 34) non vieta ai fedeli di mettere qualcosa da parte; solo si esige da essi che non siano servitori di Dio per interesse, e non trascurino la giustizia per timore dell'indigenza. Anche l'Apostolo autorizza questa previdenza, dicendo: Se qualche fedele ha delle vedove, provveda a loro, e non si aggravi la Chiesa, perché possa venire incontro alle vedove che sono veramente tali (1 Tim 5, 16).

6. Preso dunque il boccone, Giuda uscì subito. Era notte (Gv 13, 30). Era notte anche colui che era uscito. E quando fu uscito colui che era notte, Gesù disse: Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo (Gv 13, 31). Il giorno dunque ha trasmesso la parola al giorno, cioè Cristo ha parlato ai discepoli fedeli, esortandoli ad ascoltarlo e a seguirlo con amore; la notte ha trasmesso la notizia alla notte (cf. Sal 18, 3), cioè Giuda è andato a chiamare i Giudei infedeli, perché si avvicinassero a lui e lo prendessero per metterlo a morte. Ma, il discorso che qui il Signore tiene ai suoi fedeli prima di essere arrestato dai malfattori, esige particolare attenzione; e perciò chi ha il compito di esporlo, preferisce rimandare piuttosto che affrettarne il commento.

 

OMELIA 63

Ora è stato glorificato il Figlio dell'uomo.

Dobbiamo cercare di capire, perché queste parole contengono qualcosa di grande. Giuda esce e Gesù è glorificato.

[Cerchiamo per trovare, e cerchiamo ancora dopo aver trovato.]

1. Rendiamo più attento e penetrante lo sguardo dell'anima e impegniamoci a cercare Dio col suo aiuto. Una voce del cantico divino dice: Cercate Dio, e l'anima vostra vivrà (Sal 68, 33). Cerchiamolo per trovarlo, e cerchiamolo ancora dopo averlo trovato. Per trovarlo bisogna cercarlo, perché è nascosto; e dopo averlo trovato, dobbiamo cercarlo ancora, perché è immenso. E' per questo che il Salmista aggiunge: Cercate sempre la sua faccia (Sal 104, 4). Egli sazia chi lo cerca per quel tanto che lo possiede; e rende più capace, chi lo trova, di cercarlo ancora per riempirsi maggiormente di lui, con la sua accresciuta capacità di possederlo. Quindi non è stato detto: Cercate sempre la sua faccia, nel senso che si dice di taluni: son sempre dietro ad istruirsi e non arrivano mai alla conoscenza della verità (2 Tim 3, 7), ma piuttosto in quest'altro senso: Quando un uomo ha finito, è allora che comincia (Sir 18, 6); finché giungeremo a quella vita dove saremo ricolmati in modo da non dover più accrescere la nostra capacità, perché saremo così perfetti da non poter più progredire. Allora ci sarà mostrato quanto ci basterà. Qui in terra, invece, dobbiamo cercare sempre; il risultato della nostra scoperta non segni mai la fine della nostra ricerca. Non sarà sempre così, ma soltanto finché saremo quaggiù: diciamo tuttavia che qui in terra bisogna sempre cercare, e nessuno pensi che ci potrà essere un momento in cui si possa smettere di cercare. Coloro dei quali l'Apostolo dice che son sempre dietro ad istruirsi senza mai arrivare alla conoscenza della verità, è su questa terra che non finiscono mai di imparare; perché quando saranno usciti da questa vita, non staranno più ad imparare, ma riceveranno la ricompensa del loro errore. L'Apostolo dice: son sempre dietro ad istruirsi senza mai arrivare alla conoscenza della verità, come a dire: camminano sempre, ma non raggiungono mai la meta ove son diretti. Noi invece camminiamo sempre su questa via, finché non perverremo là dove questa via conduce; non fermiamoci mai su tale via finché non ci avrà fatti arrivare là dove resteremo. E così, cercando, avanziamo; trovando raggiungiamo una tappa; cercando e trovando perverremo alla meta, e là finalmente avrà termine la ricerca, dove la perfezione non avrà più bisogno di progredire. Possa questo preambolo, o carissimi, richiamare l'attenzione della vostra Carità su questo discorso che il Signore tenne ai suoi discepoli prima della passione. E' profondo, e se dovrà faticare molto chi espone, non potrà essere disattento chi ascolta.

[Glorificazione o umiliazione?]

2. Cosa disse dunque il Signore, dopo che Giuda fu uscito per andare a fare subito quanto si proponeva di fare, cioè consumare il tradimento? Cosa disse il giorno, non appena fu uscita la notte? Cosa disse il Redentore, quando il venditore se ne fu andato? Adesso - disse - è stato glorificato il Figlio dell'uomo (Gv 13, 31). Perché adesso? Forse perché è uscito il traditore e stanno per venire a prenderlo e ucciderlo? E così, adesso è stato glorificato, adesso che sta per essere maggiormente umiliato, adesso che sta per essere legato, giudicato, condannato, irriso, crocifisso e ucciso? E' una glorificazione, codesta, o non piuttosto una umiliazione? Quando il Signore operava i miracoli, Giovanni non disse di lui: Lo Spirito non era stato dato, perché Gesù non era stato ancora glorificato (Gv 7, 39)? Allorché risuscitava i morti non era stato ancora glorificato, ed è glorificato adesso che si avvicina alla morte? Non era stato ancora glorificato quando operava gesta divine ed è glorificato adesso che sta per subire i patimenti degli uomini? Sarebbe sorprendente se il divino Maestro avesse voluto significare e insegnare questo. Dobbiamo penetrare più profondamente le parole dell'Altissimo, che si manifesta quel tanto che ci è sufficiente per trovarlo e nuovamente si nasconde affinché noi continuiamo a cercare, servendoci delle scoperte fatte come di gradini per fare ulteriori scoperte. Vedo qui un'indicazione molto importante. Giuda è uscito e Gesù è stato glorificato; è uscito il figlio della perdizione ed è stato glorificato il Figlio dell'uomo. Era uscito colui che aveva dato motivo alla frase: Voi siete mondi, ma non tutti (Gv 13, 10). E così, uscito chi non era mondo, rimasero tutti quelli che erano mondi, e rimasero insieme a colui che li aveva mondati. Qualcosa di simile avverrà quando questo mondo, vinto dal Cristo, sarà passato, e nessun immondo rimarrà nel popolo di Cristo; quando il grano sarà separato dalla zizzania, e i giusti risplenderanno come il sole nel regno del loro Padre (cf Mt 13, 43). Il Signore ha davanti agli occhi questo futuro, e volendo sottolineare il significato del fatto che mentre Giuda esce i santi Apostoli rimangono, come avverrà allorché la zizzania sarà separata dal grano, dichiara: Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo, come a dire: Ecco quel che accadrà nella mia glorificazione, quando non vi sarà più alcun malvagio e nessun buono potrà più andar perduto. Egli, però, non dice: Adesso è stata simboleggiata la glorificazione del Figlio dell'uomo, ma: Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo, allo stesso modo che l'Apostolo non dice: La pietra simboleggiava Cristo, ma dice: La pietra era Cristo (1 Cor 10, 4). Così il Signore non dice: Il buon seme simboleggia i figli del Regno e la zizzania i figli del maligno, ma dice: Il buon seme sono i figli del Regno, e la zizzania i figli del maligno (Mt 13, 38). Secondo l'uso della Scrittura, che parla dei simboli come fossero le cose simboleggiate, il Signore si esprime dicendo: Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo, perché essendo uscito l'uomo più perfido ed essendo rimasti con lui gli eletti, fu simboleggiata la glorificazione del Figlio dell'uomo, quando, allontanati i malvagi, egli rimarrà per tutta l'eternità in compagnia dei santi.

3. Dopo aver detto: Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo, Gesù aggiunge: e Dio è stato glorificato in lui (Gv 13, 31). In ciò consiste infatti la glorificazione del Figlio dell'uomo: che Dio sia glorificato in lui. Perché, se il Figlio dell'uomo non si glorifica in se stesso, ma è Dio che viene glorificato in lui, allora Dio lo glorifica in sé. E' quanto aggiunge quasi come spiegazione: Se Dio è stato glorificato in lui, Dio a sua volta lo glorificherà in sé (Gv 13, 32). Cioè: Se Dio è stato glorificato in lui, in quanto egli non è venuto a fare la sua volontà ma la volontà di colui che lo ha mandato, Dio a sua volta lo glorificherà in sé, concedendo eterna immortalità alla natura umana, in virtù della quale è Figlio dell'uomo e che è stata assunta dal Verbo eterno. E lo glorificherà subito (Gv 13, 32), dice, predicendo così la sua risurrezione: non la nostra che avverrà alla fine del mondo, ma la sua che si realizzerà subito. E' questa la glorificazione di cui l'evangelista ci aveva già parlato, come dianzi vi ricordavo, che cioè lo Spirito Santo non era stato ancora dato loro in quel modo nuovo con cui sarebbe stato dato ai credenti dopo la risurrezione, appunto perché Gesù non era stato ancora glorificato; cioè, la sua natura mortale non era stata ancora rivestita d'immortalità e la sua fragilità temporale non era stata ancora trasformata nella potenza eterna. Anche a questa glorificazione si può riferire l'affermazione: Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo; intendendo adesso, non riferito all'imminente passione ma alla risurrezione prossima, come se già fosse avvenuto ciò che ormai era così vicino. Questo basti, per oggi, alla vostra Carità. Quando il Signore vorrà, vedremo il seguito.

 

OMELIA 64

La partenza di Gesù.

Per poco ancora rimane con noi con la sua presenza fisica, partecipe della nostra umana debolezza. La sua partenza suscita la ricerca di lui e il desiderio del suo ritorno.

1. E' da notare, o carissimi, la stretta connessione che c'è tra le parole del Signore. Prima, quando Giuda era uscito, separandosi anche fisicamente da quella santa comunità, egli aveva detto: Adesso è stato glorificato il Figlio dell'uomo, e Dio è stato glorificato in lui, - riferendosi sia al regno futuro in cui i cattivi saranno separati dai buoni, sia alla sua risurrezione che era prossima e che non doveva essere differita, come la nostra, alla fine del mondo. Poi ha aggiunto: Se Dio è stato glorificato in lui, Dio a sua volta lo glorificherà in sé, e lo glorificherà subito, - riferendosi senza alcuna ambiguità alla sua risurrezione ormai imminente. Poi aggiunge: Figlioli, per poco ancora sono con voi (Gv 13, 31-33). Non dovevano pensare che, siccome Dio stava ormai per glorificarlo, egli non sarebbe più rimasto con loro in terra. Per poco ancora sono con voi, vuol dire: E' vero, sarò subito glorificato con la risurrezione, tuttavia non salirò subito in cielo ma per poco resterò ancora con voi. Infatti dopo la risurrezione, come dicono gli Atti degli Apostoli, egli trascorse con loro quaranta giorni, comparendo e scomparendo, mangiando e bevendo (cf. At 1, 3), non perché avesse bisogno di togliersi la fame o la sete, ma per provare, con tale condiscendenza, la realtà della sua carne, che non aveva la necessità di mangiare e di bere ma ne aveva la possibilità. Ora, dicendo: Sono con voi ancora per poco tempo, egli si riferisce a quei quaranta giorni, oppure intende qualcos'altro? Questa frase si può intendere anche così: Anch'io, come voi, ancora per poco tempo resto in questa debolezza della carne, fino alla morte e alla risurrezione. Infatti dopo la risurrezione egli rimase con loro quaranta giorni, presentandosi, come dice il Vangelo, nella realtà del suo corpo, tuttavia senza essere come loro partecipe della debolezza umana.

[La presenza di Cristo prima dell'ascensione.]

2. Esiste un'altra divina presenza, negata ai sensi del corpo, a proposito della quale il Signore dice: Ecco, io sono con voi fino alla consumazione dei secoli (Mt 28, 20). Certamente questo non è il senso delle parole: Per poco ancora sono con voi. Non è poco infatti il tempo che ci separa dalla fine del mondo. E se anche questo tempo è poco [giacché il tempo vola, e mille anni agli occhi di Dio sono come un giorno o come una veglia notturna (cf. Sal 89, 4)], non è da credere, tuttavia, che il Signore volesse riferirsi a questo, dato che proseguendo aggiunge: Voi mi cercherete e, come dissi ai Giudei, dove io vado, voi non potete venire (Gv 13, 33). Cioè, dopo questo breve tempo passato con voi, voi mi cercherete, e dove vado io, voi non potete venire. Non potranno forse andare dove egli va, alla fine del mondo? Ma allora perché in questo medesimo discorso dirà: Padre, io voglio che là dove sono io, siano anch'essi con me (Gv 17, 24)? Quindi con queste parole che adesso ha pronunciato: Sono con voi ancora per poco, non si riferisce alla sua presenza in mezzo ai suoi, con i quali resterà sino alla consumazione dei secoli; ma si riferisce invece o alla condizione della debolezza mortale che condivise con loro fino alla sua passione, o alla presenza corporale che prolungherà in mezzo a loro fino alla sua ascensione. Si può scegliere l'una o l'altra di queste interpretazioni, senza mettersi in contrasto con la fede.

3. E se qualcuno ritiene non conforme a verità questa interpretazione secondo la quale il Signore con la frase: Sono con voi ancora per poco tempo, intendeva riferirsi al tempo che trascorse nella carne mortale assieme ai discepoli fino alla passione, tenga conto delle parole che egli stesso dice dopo la risurrezione e che ci vengono riferite da un altro evangelista: E' questo che vi dicevo quando ero ancora con voi (Lc 24, 44). Dice così come se allora non fosse con loro, che pure gli stavano a fianco, lo vedevano, lo toccavano e parlavano con lui. Che significa dunque: quando ero ancora con voi, se non questo: quando ero ancora nella carne mortale, nella quale anche voi siete? Dopo la sua risurrezione egli era ancora in quella medesima carne; ma non si trovava più, come loro, nella condizione mortale. Perciò, come una volta rivestito di carne immortale, dice con tutta verità: quando ero ancora con voi, e non possiamo intendere questa frase altro che nel senso che egli vuole riferirsi al tempo della sua condizione mortale trascorso con i suoi discepoli, così anche qui si può coerentemente intendere la frase: sono con voi ancora per poco tempo nel senso che ancora per poco egli sarà mortale, come essi lo sono. Ma andiamo avanti.

[Come possiamo seguirlo dove ci ha preceduti.]

4. Voi mi cercherete, e come dissi ai Giudei, dico ora anche a voi: dove io vado, voi non potete venire (Gv 13, 33). Dice che non possono seguirlo "ora", mentre quando aveva detto la medesima cosa ai Giudei, non aveva aggiunto ora. I discepoli non potevano andare, allora, dove egli andava, ma sarebbero potuti andarci dopo, come il Signore molto esplicitamente annuncierà all'apostolo Pietro fra poco. Infatti quando Pietro gli chiede: Signore, dove vai?, Gesù gli risponde: Dove vado, non puoi per ora seguirmi; mi seguirai più tardi (Gv 13, 36). Dobbiamo approfondire il significato di questa affermazione. Dove, infatti, i discepoli non potevano seguire il Signore allora, ma più tardi avrebbero potuto? Se diciamo alla morte, qual è il tempo non adatto a morire per l'uomo che è nato, essendo talmente precaria la sua condizione nel corpo corruttibile, che non è più facile vivere che morire? I discepoli non erano quindi incapaci di seguire il Signore nella morte, ma erano ancora impreparati a seguirlo in quella vita che non conosce morte. Sì, perché il Signore andava là dove una volta risorto da morte non sarebbe più morto, né la morte avrebbe più avuto alcun dominio su di lui (cf. Rm 6, 9). Come potevano seguire il Signore che andava a morire per la giustizia, essi che non erano ancora maturi per il martirio? E come avrebbero potuto seguirlo sino alla immortalità della carne, essi che, qualunque fosse stato il momento della loro morte, avrebbero dovuto attendere la fine dei secoli per risorgere? Come avrebbero già potuto seguire il Signore che, senza abbandonarli, tornava nel seno del Padre dal quale neppure per venire sulla terra si era allontanato, dato che nessuno può essere ammesso in quella felicità se non è perfetto nella carità? E perciò, volendo insegnare ad essi il modo di acquistare la capacità di giungere là dove egli li precede, dice: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). Sono questi i passi che bisogna fare per seguire Cristo. Ma di questo parleremo più diffusamente un'altra volta.

 

OMELIA 65

Il comandamento nuovo.

Questo comandamento ci rinnova, ci fa diventare uomini nuovi, eredi del Testamento Nuovo, cantori d'un cantico nuovo.

[Uomini nuovi in virtù del comandamento nuovo.]

1. Il Signore Gesù afferma di voler dare ai suoi discepoli un comandamento nuovo, quello di amarsi a vicenda: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). Ma questo comandamento non era già contenuto nell'antica legge di Dio, che dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19, 18)? Perché allora il Signore chiama nuovo un comandamento che risulta così antico? O lo chiama nuovo perché, spogliandoci dell'uomo vecchio, esso ci riveste del nuovo? Non un amore qualsiasi, infatti, rinnova l'uomo, ma l'amore che il Signore distingue da quello puramente umano aggiungendo: come io ho amato voi (Gv 13, 34); e questo comandamento nuovo rinnova solo chi lo accoglie e ad esso obbedisce. Si amano vicendevolmente il marito e la moglie, i genitori e i figli, e quanti sono uniti tra loro da vincoli umani. E non parlo qui dell'amore colpevole e riprovevole che hanno, l'un per l'altro, gli adulteri e le adultere, gli amanti e le prostitute, e tutti quelli che, non le istituzioni umane, ma le nefaste deviazioni della vita congiungono. Cristo dunque ci ha dato un comandamento nuovo: di amarci gli uni gli altri, come egli ci ha amati. E' questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento Nuovo, cantori del cantico nuovo. Questo amore, fratelli carissimi, ha rinnovato anche i giusti dei tempi antichi, i patriarchi e i profeti, come poi i beati Apostoli. E' questo amore che anche adesso rinnova le genti e raccoglie tutto il genere umano, sparso ovunque sulla terra, per farne un sol popolo nuovo, il corpo della novella sposa dell'unigenito Figlio di Dio, della quale il Cantico dei Cantici dice: Chi è costei che avanza tutta bianca? (Ct 8, 5 sec. LXX). Sì, bianca perché rinnovata; e rinnovata da che cosa, se non dal comandamento nuovo? Ecco perché le sue membra sono sollecite l'uno dell'altro; e se soffre un membro, soffrono insieme le altre membra, se è onorato un membro, si rallegrano le altre membra (cf. 1 Cor 12, 25-26). Esse infatti ascoltano e mettono in pratica l'insegnamento del Signore: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda; e non come si amano i corruttori, né come si amano gli uomini in quanto uomini, ma in quanto dèi e figli tutti dell'Altissimo per essere fratelli dell'unico Figlio suo, amandosi a vicenda di quell'amore con cui li ha amati egli stesso, che li vuol condurre a quel fine che li appagherà e dove ci sono i beni che potranno saziare tutti i loro desideri (cf. Sal 102, 5). Allora, ogni desiderio sarà soddisfatto, quando Dio sarà tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Un tal fine non avrà fine. Nessuno muore là dove nessuno può giungere se non è morto a questo mondo, e non della morte comune a tutti, per cui il corpo è abbandonato dall'anima, ma della morte degli eletti, per cui, mentre ancora siamo nella carne mortale, il cuore viene elevato su in alto. A proposito di questa morte l'Apostolo disse: Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 3). Forse in questo senso è stato detto: L'amore è potente come la morte (Ct 8, 6). E' in forza di questo amore, infatti, che, ancora vivendo insieme col corpo corruttibile noi moriamo a questo mondo, e la nostra vita si nasconde con Cristo in Dio; anzi l'amore stesso è per noi morte al mondo e vita con Dio. Se infatti parliamo di morte quando l'anima esce dal corpo, perché non si potrebbe parlare di morte quando il nostro amore esce dal mondo? L'amore è dunque potente come la morte. Che cosa è più potente di questo amore che vince il mondo?

[Amare Dio nel prossimo.]

2. Non crediate, fratelli, che il Signore dicendo: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda, abbia dimenticato quel comandamento più grande, che è amare il Signore Dio nostro con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. Potrebbe infatti sembrare che abbia detto di amarsi a vicenda quasi non calcolando quel comandamento: come se, invece, l'ordine che dava non rientrasse nella seconda parte di questo precetto dove è detto: Amerai il prossimo tuo come te stesso. E' infatti su questi due comandamenti che poggiano la legge e i profeti (Mt 22, 37 40). Ma per chi li intende bene, ciascuno dei due comandamenti si ritrova nell'altro; perché chi ama Dio, non può non tener conto del suo precetto di amare il prossimo; e chi ama il prossimo di un amore sincero e santo, chi ama in lui se non Dio? Questo amore, che si distingue da ogni espressione di amore mondano, il Signore lo caratterizza aggiungendo: come io ho amato voi. Che cosa, infatti, se non Dio, egli ha amato in noi? Non perché già lo possedessimo, ma perché lo potessimo possedere; per condurci, come dicevo prima, là dove Dio sarà tutto in tutti. E' in questo senso che giustamente si dice che il medico ama gli ammalati: cosa ama in essi, se non la salute che vuol ridonare, e non la malattia che vuole scacciare? Amiamoci dunque gli uni gli altri in maniera tale da stimolarci a vicenda, mediante le attuazioni dell'amore, a possedere Dio in noi per quanto ci è possibile. Questo amore ce lo dà colui stesso che ha detto: Come io ho amato voi, così voi amatevi a vicenda (Gv 13, 34). Per questo dunque ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Con l'amarci egli ci ha dato l'aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e, legate le membra da un vincolo così soave, siamo corpo di tanto Capo.

3. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 35). Come a dire: Gli altri miei doni li hanno in comune con voi anche coloro che non sono miei: non soltanto la natura, la vita, i sensi, la ragione, e quella salute che è comune agli uomini e agli animali; essi hanno anche il dono delle lingue, i sacramenti, il dono della profezia, il dono della scienza e quello della fede, quello di distribuire i loro averi ai poveri, di dare il loro corpo alle fiamme. Ma essi non hanno la carità, per cui, a modo di cembali, fanno del chiasso, ma in realtà non sono niente e questi doni non giovano loro a niente (cf. 1 Cor 13, 1-3). Non è da questi miei doni, quantunque eccellenti, e che possono avere anche quelli che non sono miei discepoli, ma è da questo che conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. O sposa di Cristo, bella tra tutte le donne! O splendida creatura, che vieni avanti appoggiata al tuo diletto! Inondata della sua luce, appari fulgente; sostenuta da lui, non puoi cadere! Come vieni degnamente celebrata in quel Cantico dei Cantici, che è il tuo epitalamio: L'amore fa le tue delizie! (Ct 7, 6 sec. LXX). Questo amore impedisce che la tua anima si perda insieme con quella degli empi; esso pone su un alto livello la tua causa, esso è tenace come la morte e forma la tua felicità. Quale meraviglioso genere di morte, che avrebbe stimato poca cosa l'assenza di tormenti, se non ci fosse stata anche la pienezza della gioia! Ma è tempo ormai di porre fine a questo discorso, rimandando ad un altro quel che segue.

 

OMELIA 66

L'annuncio del rinnegamento di Pietro.

Rinnegando Cristo, Pietro morì, e piangendo ritornò alla vita. Morì a causa della sua vana presunzione, e ritornò alla vita perché il Signore lo guardò con bontà.

1. Dopo che il Signore aveva raccomandato ai discepoli di amarsi a vicenda di un amore santo, Simon Pietro gli disse: Signore dove vai? Così disse il discepolo al Maestro, il servo al Signore quasi con l'animo disposto a seguirlo. Il Signore, che leggeva nel suo animo e vedeva perché Pietro gli aveva rivolto una tale domanda, risponde: Dove vado non puoi per ora seguirmi; come a dire: Quello di cui mi interroghi non è, ora, nelle tue possibilità. Non gli risponde: Non puoi, ma: non puoi per ora; gli prospetta una dilazione, non gli toglie la speranza; e questa speranza, che non gli toglie ma piuttosto gli dà, la rafforza con l'annuncio che fa seguire: Mi seguirai più tardi. Non aver fretta, Pietro. La Pietra non ti ha ancora consolidato con il suo Spirito. Non lasciarti innalzare dalla presunzione: non puoi per ora seguirmi; e non lasciarti abbattere dalla disperazione: mi seguirai più tardi. Ma cosa ribatte Pietro? Perché non posso seguirti adesso? Darò la mia vita per te! Il Signore vedeva la sincerità del suo desiderio, ma non vedeva in lui le forze necessarie per realizzarlo. L'infermo faceva assegnamento sulla sua volontà, il medico, invece, ne conosceva la debolezza; Pietro prometteva, Cristo vedeva già il futuro; l'incosciente era audace, mentre chi sapeva già tutto lo ammoniva. Pietro era tanto presuntuoso che contava sulla sua volontà ignorando i suoi limiti! Era tanto presuntuoso che, mentre il Signore era venuto a dare la sua vita per i suoi amici e perciò anche per lui, egli pretendeva di fare altrettanto per il Signore, illudendosi di poter offrire la sua vita per Cristo prima che Cristo offrisse la propria per lui. Gli risponde Gesù: Tu darai la tua vita per me? E così tu farai per me quanto io non ho ancora fatto per te? Tu darai la tua vita per me? Credi di potermi precedere, tu che non puoi seguirmi? Perché sei tanto presuntuoso? Che concetto hai di te? Cosa credi essere? Ascolta cosa sei: In verità, in verità ti dico: il gallo non canterà finché non mi avrai rinnegato tre volte (Gv 13, 36-38). Ecco come presto apparirai ai tuoi stessi occhi, tu che ora dici grandi parole, e non sai di essere piccolo. Tu che prometti a me la tua morte, rinnegherai tre volte me, che sono la tua vita. Tu credi di essere già pronto a morire per me; sforzati invece di vivere prima per te: temendo infatti la morte della tua carne, darai la morte alla tua anima. Poiché come confessare Cristo è vivere, così rinnegare Cristo è morire.

[Rinnegando Cristo, Pietro morì, piangendo risuscitò.]

2. Taluni, mossi da falsa pietà, cercano di scusare l'apostolo Pietro, dicendo che egli non rinnegò Cristo quando, interrogato dalla portinaia, rispose che non conosceva quell'uomo, così come espressamente attestano gli altri evangelisti. Come se rinnegare Cristo uomo, non sia rinnegare Cristo; rinnega Cristo chi rinnega in lui ciò che egli si è fatto per noi, alfine di salvare ciò che ha fatto. Chi, dunque, confessa che Cristo è Dio, ma lo rinnega come uomo, Cristo non è morto per lui, perché Cristo è morto come uomo. Chi rinnega l'umanità di Cristo, non può essere riconciliato con Dio per mezzo del mediatore. Unico infatti è Iddio, unico anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù (cf. 1 Tim 2, 5). Chi rinnega l'uomo Cristo non può essere giustificato: Come infatti per la disubbidienza di un solo uomo la moltitudine fu costituita peccatrice, così pure per la obbedienza di un solo uomo la moltitudine sarà costituita giusta (Rm 5, 19). Chi rinnega l'uomo Cristo, non risorgerà nella risurrezione della vita: poiché per mezzo di un uomo venne la morte, anche la risurrezione dei morti verrà per mezzo di un uomo. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così anche in Cristo tutti saranno vivificati (1 Cor 15, 21-22). A quale titolo Cristo è capo della Chiesa, se non perché è uomo, se non perché il Verbo si è fatto carne, cioè perché il Figlio unigenito di Dio Padre e Dio egli stesso, si è fatto uomo? Come può dunque appartenere al corpo di Cristo chi rinnega l'uomo Cristo? Come può essere membro del corpo chi rinnega il capo? Ma perché continuare, dal momento che il Signore stesso ha eliminato ogni ambiguità di umana argomentazione? Infatti egli non dice: Non canterà il gallo, che tu non abbia rinnegato l'uomo; oppure, secondo un'espressione più familiare, che egli era solito usare quando parlava con gli uomini: Non canterà il gallo prima che tu non abbia rinnegato tre volte il Figlio dell'uomo. Egli invece dice: prima che tu non abbia rinnegato tre volte me. Che vuol dire me, se non ciò che egli era? e che cosa era se non il Cristo? Qualunque cosa, dunque, Pietro abbia rinnegato di lui, è lui che ha rinnegato, ha rinnegato Cristo, ha rinnegato il Signore Dio suo. Quando il suo condiscepolo Tommaso esclamò: Signor mio, e Dio mio, non toccò il Verbo ma la carne; non palpò con le sue mani investigatrici l'incorporea natura di Dio, ma il corpo dell'uomo (Gv 20, 27-28). Egli toccò l'uomo, eppure riconobbe Dio. Se dunque Pietro ha rinnegato ciò che Tommaso ha toccato, Pietro ha offeso ciò che Tommaso ha confessato. Non canterà il gallo prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte (Mt 26, 34; Lc 22, 34). Sia che tu dica: Non conosco l'uomo, sia che tu dica: Non so, o uomo, che cosa vuoi dire (Mt 26, 70; Lc 22, 57), sia che tu dica: Non sono dei suoi discepoli (Mt 26, 72; Lc 22, 60), sempre, o Pietro, tu mi rinnegherai. Se Cristo disse questo - cosa che non si può mettere in dubbio - e predisse il vero, certamente Pietro rinnegò Cristo. Non accusiamo Cristo, per voler difendere Pietro. La debolezza riconosca dunque il suo peccato, giacché non si può imputare alcuna menzogna alla Verità. Per la verità, la debolezza di Pietro riconobbe il suo peccato, lo riconobbe con lealtà: con le lacrime ha dato prova di aver capito quanto male aveva commesso, rinnegando Cristo. Egli stesso smentisce i suoi difensori, li smentisce con la prova delle sue lacrime. Non è che, dicendo così, noi proviamo gusto a condannare il primo degli Apostoli; ma dal suo esempio noi dobbiamo imparare che nessuno può fidarsi delle proprie forze. Che altro infatti si proponeva il nostro Maestro e Salvatore, se non dimostrare con l'esempio del primo degli Apostoli che nessuno deve presumere di sé? E così accadde a Pietro di provare nella sua anima ciò che egli si diceva disposto a patire nel suo corpo. Egli non riuscì a precedere il Signore morendo per lui, come temerariamente presumeva, ma gli fu riservata una sorte diversa da quella che pensava: prima della morte e della risurrezione del Signore egli morì rinnegandolo, e, piangendo la sua colpa, ritornò alla vita; morì perché fu superbamente presuntuoso e ritornò alla vita perché il Signore guardò a lui con benignità.

 

 

OMELIA 67

Nella casa del Padre vi sono molte dimore.

Dio è carità, e in virtù della carità ciò che hanno i singoli diventa comune a tutti. Quando uno ama, possiede nell'altro anche ciò che egli personalmente non ha. Non è possibile l'invidia là dove regna l'unità della carità.

1. Con maggiore intensità, fratelli, dobbiamo rivolgere a Dio la nostra attenzione, per poter intendere in qualche modo le parole del santo Vangelo che sono risuonate adesso alle nostre orecchie. Il Signore Gesù dice: Non si turbi il vostro cuore: credete in Dio, e credete in me (Gv 14, 1). Affinché, come uomini, non dovessero temere la morte, turbandosi per lui, li consola affermando che anche lui è Dio. Credete in Dio - dice - e credete in me. Se credete in Dio, è logico che crediate anche in me; il che non sarebbe logico se Cristo non fosse Dio. Credete in Dio, e credete in colui che per natura, non per usurpazione, è alla pari con Dio, e che annientò se stesso prendendo forma di servo, tuttavia senza perdere la forma di Dio (cf. Fil 2, 6). Voi paventate la morte per questa forma di servo: non si turbi il vostro cuore, perché la forma di Dio la risusciterà.

[Regnerà in tutti l'unità della carità.]

2. Ma che vuol dire ciò che segue: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore (Gv 14, 2)? Proprio perché i discepoli temevano anche per se stessi, era necessario che il Signore dicesse loro: Non si turbi il vostro cuore. E chi di loro poteva essere senza timore dopo che il Signore aveva detto a Pietro, il più fiducioso e il meglio disposto tra loro: Non canterà il gallo prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte (Gv 13, 38)? C'era di che esser turbati, come se dovesse loro toccare in sorte di doversi separare da lui. Ma sentendosi dire: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore: se così non fosse, ve l'avrei detto: poiché vado a prepararvi un posto (Gv 14, 2), si riprendono dal loro turbamento, sicuri e fiduciosi che al di là dei pericoli della prova rimarranno presso Dio, con Cristo. Uno potrà essere più forte di un altro, più sapiente, più giusto, più santo, ma nella casa del Padre vi sono molte dimore; nessuno verrà escluso da quella casa dove ciascuno riceverà la sua dimora secondo il merito. Il denaro che per ordine del padre di famiglia viene dato a quanti hanno lavorato nella vigna, senza distinzione tra chi ha faticato di più e chi di meno, è uguale per tutti (cf. Mt 20, 9); e questo denaro significa la vita eterna dove nessuno vive più di un altro, perché nell'eternità non vi può essere una diversa durata della vita; e le diverse mansioni rappresentano i diversi gradi di meriti che esistono nell'unica vita eterna. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, altro lo splendore delle stelle; sì, perfino stella da stella differisce in splendore; così è per la risurrezione dei morti. Come le stelle in cielo, i santi hanno dimore diverse così come diverso è il loro splendore; ma in grazia dell'unico denaro nessuno viene escluso dal regno. E così Dio sarà tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 41-42 28), perché, essendo Dio carità (cf. 1 Io 4, 8), per effetto di questa carità ciò che ognuno possiede diventa comune a tutti. In questo modo, infatti, quando uno ama, possiede nell'altro ciò che egli non ha. La diversità dello splendore non susciterà invidia perché regnerà in tutti l'unità della carità.

3. Perciò, il cuore cristiano deve rigettare l'opinione di chi sostiene che le molte mansioni autorizzano a pensare che, al di fuori del regno dei cieli, esiste un altro luogo dove vivono felici gli innocenti che sono usciti da questa vita senza aver ricevuto il battesimo, non potendo senza di esso entrare nel regno dei cieli. Tale fede non è fede, perché non è fede vera e cattolica. E voi, uomini stolti e accecati da pensieri carnali, ben meritate di essere riprovati per aver separato dal regno dei cieli, non dico la dimora di Pietro e di Paolo o di qualsiasi altro apostolo, ma anche la dimora di un qualunque bambino battezzato: non credete di dover essere riprovati per aver distinto e separati da esso la casa di Dio Padre? Non dice infatti il Signore: Nel mondo intero, nell'universo creato, oppure nella vita o beatitudine eterna vi sono molte dimore. Egli dice: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Non è forse questa l'abitazione che noi abbiamo da Dio, la dimora non costruita da mano d'uomo, ma eterna nel cielo (cf. 2 Cor 5, 1)? Non è questa la casa di cui cantiamo, rivolti al Signore: Beati quelli che abitano nella tua casa; nei secoli dei secoli ti loderanno (Sal 83, 5)? E voi osate dividere, non la casa di un qualunque fratello battezzato, ma la casa stessa di Dio Padre, al quale tutti noi fratelli diciamo: Padre nostro che sei nei cieli (Mt 6, 9), e dividerla in modo che alcune sue dimore siano nel regno dei cieli e altre fuori di questo regno! Non sia mai che quanti vogliono abitare nel regno dei cieli, condividano con voi un'opinione così stolta! Non può essere, dico, che una qualunque parte della casa reale rimanga fuori del regno, dal momento che l'intera casa dei figli che regnano non rimarrà fuori del regno.

4. E quando sarò partito - continua - e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi. E voi conoscete dove vado e la via per andarvi (Gv 14, 3-4). O Signore Gesù, in che senso vai a preparare il posto, se nella casa del Padre tuo, dove i tuoi abiteranno con te, vi sono già molte dimore? E in che senso dici che ritornerai per prenderli con te, se tu non ti allontani da loro? Se ci sforzassimo, o carissimi, di spiegare brevemente queste cose nei limiti consentiti al discorso di oggi, non risulterebbero chiare, e la brevità stessa le renderebbe più oscure; per cui preferiamo contrarre con voi un debito, nella speranza di poterlo pagare, con l'aiuto del Padre di famiglia, in momento più opportuno.

 

OMELIA 68

Il Signore va a prepararci il posto.

Ci prepara un posto in sé, e si prepara un posto in noi. E' il senso delle sue parole: Rimanete in me ed io in voi.

1. Sappiamo di avere un debito con voi, o fratelli carissimi, che avevamo rinviato e che adesso dobbiamo pagare. Il debito consiste nel mostrare che nelle parole del Signore non vi è contraddizione. Ha detto: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se così non fosse, vi avrei detto che vado a prepararvi un posto (Gv 14, 2). Appare chiaro da queste parole che nella casa del Padre suo vi sono molte dimore e che non c'è bisogno di prepararne; ma subito dopo dice: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi (Gv 14, 3). Perché va a preparare il posto, se vi sono già molte dimore? Se così non fosse, avrebbe detto: Vado a prepararvelo. Se era invece ancora da preparare, perché non dire: vado a prepararvelo? Ovvero queste dimore vi sono, ma bisogna prepararle? Se così non fosse, non avrebbe detto: vado a prepararvi il posto. Queste dimore esistono, ma bisogna prepararle. Il Signore non va a prepararle come sono; ma quando sarà andato e le avrà preparate come si deve, allora tornerà per prendere i suoi con sé, affinché anch'essi siano dove è lui. In che senso dunque le dimore nella casa del Padre sono le stesse, non diverse, e sicuramente esistono già senza che debbano essere preparate, e insieme non sono ancora quali devono essere preparate? Nello stesso senso in cui il profeta dice che Dio ha fatto le cose che dovranno essere fatte. Il profeta non dice che Dio farà le cose che saranno, ma che ha fatto le cose che saranno (Is 45, 11 sec. LXX). Cioè le ha fatte e insieme le farà. Esse non sarebbero state fatte, se egli non le avesse fatte; né saranno fatte se egli non le farà. Egli le ha fatte predestinandole all'esistenza, e le farà chiamandole all'esistenza. Così come il Signore ha eletto gli Apostoli in quel preciso momento in cui, secondo il Vangelo, li ha chiamati (cf. Lc 6, 13); e tuttavia l'Apostolo dice: Ci ha eletti prima della creazione del mondo (Ef 1,4), cioè ci ha eletti predestinandoci, non chiamandoci. Quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati (Rm 8, 30): li ha eletti predestinandoli prima della creazione del mondo, li ha eletti chiamandoli prima della fine del mondo. In questo senso ha preparato e prepara le dimore: prepara non altre dimore, ma le stesse preparate da lui che ha fatto le cose che saranno: egli va a preparare mediante la realizzazione le dimore che ha preparato mediante la predestinazione. Esse già esistono nella predestinazione; se così non fosse, avrebbe detto: vado a preparare, cioè a predestinare. Ma siccome nella realizzazione ancora non esistono, dice: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me.

[Formazione del regno.]

2. Si può dire che il Signore prepara le dimore preparando coloro che dovranno occuparle. In base alle sue parole: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore, che cosa dobbiamo pensare che sia la casa di Dio se non il tempio di Dio? Se a questo proposito interroghiamo l'Apostolo, egli ci risponderà: Santo è il tempio di Dio, che siete voi (1 Cor 3, 17). Si identifica anche col regno di Dio che il Figlio consegnerà al Padre, secondo quanto dice il medesimo Apostolo: Primizia è Cristo; poi coloro che sono di Cristo, al momento della sua Parusia; quindi la fine, allorquando egli consegnerà il regno al Dio e Padre (1 Cor 15, 23-24); cioè, quelli che ha redenti col suo sangue li consegnerà al Padre perché lo possano contemplare per sempre. Questo è il regno dei cieli, di cui è detto: Il regno dei cieli è simile ad un uomo che semina il buon seme nel suo campo; il buon seme poi sono i figli del regno, che sono ora mescolati alla zizzania; ma alla fine del mondo il re manderà i suoi angeli, che toglieranno via dal suo regno tutti gli scandali. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Mt 13, 24 38-43). Il regno risplenderà nel regno, allorché sarà compiuto quel regno che adesso invochiamo dicendo: Venga il tuo regno! (Mt 6, 10). Fin d'ora è chiamato regno, ma è ancora in formazione. Se non avesse già il nome di regno, il Signore non direbbe: Toglieranno via dal suo regno tutti gli scandali. Ma questo regno non regna ancora. E' già regno nel senso che quando da esso saranno eliminati tutti gli scandali, non avrà più soltanto il nome di regno, ma lo sarà nel senso pieno e definitivo. E a questo regno, collocato alla destra, il Signore dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno (Mt 25, 34); cioè, voi che eravate regno ma non regnavate, venite a regnare, sì da essere in realtà ciò che siete stati nella speranza. Dunque, questa casa di Dio, questo tempio di Dio, questo regno di Dio, questo regno dei cieli, è ancora in costruzione, è ancora in formazione; ancora dev'essere preparato, ancora deve essere raccolto. In esso vi saranno quelle dimore che il Signore è andato a preparare; dimore che già esistono in quanto il Signore le ha già predestinate.

3. Ma perché egli se n'è andato per preparare queste dimore, dato che egli deve preparare noi, cosa che non può fare se ci lascia? Comprendo come posso, o Signore, ma il senso mi sembra questo: perché si preparino queste dimore, il giusto deve vivere di fede (cf. Rm 1, 17). Chi è infatti esule dal Signore ha bisogno di vivere di fede, perché è mediante la fede che si prepara alla visione beatifica (cf. 2 Cor 5, 6-8). Beati - infatti - i mondi di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8). E un altro testo dice che è mediante la fede che Dio purifica i cuori (At 15, 9). Il primo testo si trova nel Vangelo, il secondo negli Atti degli Apostoli. Ora la fede, per mezzo della quale vengono purificati i cuori di quelli che vedranno Dio, finché questi sono pellegrini, consiste nel credere ciò che ancora non si vede: quando tu vedrai, non avrai più bisogno di fede. Chi crede si guadagna dei meriti, e vedendo riceve il premio. Vada dunque il Signore a preparare il posto; vada per sottrarsi al nostro sguardo, si nasconda per essere creduto. Viene preparato il posto se si vive di fede. Dalla fede nasce il desiderio, il desiderio prepara al possesso, poiché la preparazione della celeste dimora consiste nel desiderio, frutto dell'amore. Sì, o Signore, prepara ciò che sei andato a preparare; e prepara noi per te e prepara te per noi, preparandoti il posto in noi e preparando a noi il posto in te. Tu infatti hai detto: Rimanete in me e io rimarrò in voi (Gv 15, 4). Secondo che sarà più o meno partecipe di te, ciascuno avrà un merito, e quindi un premio, maggiore o minore. La molteplicità delle dimore è appunto in rapporto alla diversità dei meriti di coloro che dovranno occuparle, tutti però avranno la vita eterna e la beatitudine infinita. Ma che significa, o Signore, il tuo andare e che significa il tuo venire? Se bene intendo, tu non ti sposti né andando né venendo: te ne vai nascondendoti, e vieni manifestandoti. Ma se non rimani con noi per guidarci, per farci progredire nella santità della vita, come potrai prepararci il posto dove potremo dimorare godendo di te? Basti questo come commento alle parole del Vangelo, che sono state lette fin dove il Signore dice: Ritornerò e vi prenderò con me. Il significato della frase seguente: Affinché dove sono io siate anche voi. E voi conoscete dove vado e la via per andarvi (Gv 14, 4), in risposta alla domanda fattagli da un discepolo quasi a nome nostro, lo vedremo meglio e lo tratteremo a tempo più opportuno.

 

OMELIA 69

La domanda di Tommaso.

L'apostolo, quando fece la sua domanda, aveva davanti a sé il Maestro, ma non avrebbe potuto comprendere la risposta se non avesse avuto anche dentro di sé il Maestro. E' necessario interrogare e ascoltare il Maestro che è dentro di noi e sopra di noi.

1. Nella risposta che, come avete udito, diede il Signore all'apostolo Tommaso, cerchiamo di comprendere meglio che possiamo, o carissimi, le prime parole del Signore attraverso le successive, le antecedenti attraverso le conseguenti. Poco prima il Signore, parlando delle diverse dimore che ci sono nella casa del Padre suo, aveva detto che egli andava a prepararle; e da ciò noi abbiamo dedotto che queste dimore esistono già nella predestinazione e che insieme vengono preparate quando, mediante la fede, vengono purificati i cuori di coloro che le occuperanno, poiché essi stessi sono la casa di Dio. Infatti, che altro vuol dire abitare nella casa di Dio se non appartenere al popolo di Dio, del quale si dice che è in Dio e Dio in lui? E' per preparare questa dimora che il Signore se ne va, affinché noi, credendo in lui che non si vede, ci si prepari mediante la fede a quella dimora permanente che consiste nella visione di Dio. Perciò aveva detto: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi. E voi conoscete dove vado e la via per andarvi. E' allora che Tommaso gli dice: Signore, noi non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via? (Gv 14, 3-5). Il Signore aveva detto che essi conoscevano l'una e l'altra cosa, e Tommaso dice di non conoscere nessuna delle due cose: né il luogo dove egli va, né la via per andarci. Ma il Signore non può mentire: gli Apostoli dunque conoscevano ambedue le cose, ma non sapevano di conoscerle. Li convinca che essi sanno ciò che credono di non sapere. Gli dice Gesù: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Che significa questo, fratelli? Abbiamo sentito la domanda del discepolo, abbiamo sentito la risposta del Maestro, ma ancora non abbiamo compreso il contenuto della risposta, neppure dopo che abbiamo sentito il suono della voce. Ma che cosa non possiamo capire? Forse che gli Apostoli, con i quali si intratteneva, potevano dirgli: noi non ti conosciamo? Pertanto se lo conoscevano, dato che lui è la via, conoscevano la via; se lo conoscevano, dato che lui è la verità, conoscevano la verità; se lo conoscevano, dato che lui è la vita, conoscevano la vita. Ecco che si convincono di sapere ciò che credevano di non sapere.

[Andava, per mezzo di se stesso, a se stesso e al Padre.]

2. Cos'è dunque che noi in questo discorso non abbiamo capito? Che cosa, fratelli, se non le parole: E voi conoscete dove vado e la via per andarvi? Ci siamo resi conto che essi conoscevano la via, poiché conoscevano lui che è la via. Ma la via serve per camminare; forse che è anche il luogo dove si deve andare? Egli aveva detto che essi conoscevano l'una e l'altra cosa: e il luogo dove andava e la via. Era dunque necessario che egli dicesse: Io sono la via, per dimostrare che essi, conoscendo lui, conoscevano la via che credevano di non conoscere; ma era altrettanto necessario che dicesse: Io sono la via, la verità e la vita, perché, una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta. La via conduceva alla verità, conduceva alla vita. Egli, dunque, andava a se stesso attraverso se stesso. E noi dove andiamo, se non a lui? e per quale via camminiamo, se non per lui? Egli va a se stesso attraverso se stesso; noi andiamo a lui per mezzo di lui; o meglio, andiamo al Padre sia lui che noi. Infatti, parlando di se stesso, altrove dice: Vado al Padre (Gv 16, 10); mentre qui, per noi dice: Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio (Gv 14, 6). Egli dunque va, per mezzo di se stesso, a se stesso e al Padre; noi, per mezzo di lui, andiamo a lui e al Padre. Chi può capire questo, se non chi possiede l'intelligenza spirituale? E anche chi possiede l'intelligenza spirituale, fino a che punto può capire? Perché, o fratelli, mi chiedete che vi esponga queste cose? Rendetevi conto quanto siano elevate. Voi vedete ciò che sono io, io vedo ciò che siete voi: in tutti noi il corpo corruttibile appesantisce l'anima e la terrena dimora deprime la mente presa da molti pensieri (cf. Sap 9, 15). Credete che possiamo dire: Ho elevato l'anima mia a te che abiti in cielo (Sal 122, 1)? Ma oppressi da tanto peso che ci fa gemere, come potrò elevare la mia anima, se non la eleva con me colui che ha offerto la sua per me? Dirò quello che posso, capisca chi può. Colui che aiuta me a parlare aiuterà voi a capire e aiuterà almeno a credere chi non riuscirà a capire. Se non crederete - dice infatti il profeta - non capirete (Is 7, 9 sec. LXX).

3. Dimmi, o mio Signore, che dirò ai servi tuoi e conservi miei? L'apostolo Tommaso, quando ti interrogava, ti aveva davanti a sé, e tuttavia non ti avrebbe capito se non ti avesse avuto dentro di sé. Io ti interrogo sapendo che tu sei sopra di me; però ti interrogo in quanto posso effondere l'anima mia sopra di me, dove potrò ascoltare te che mi insegni senza suono di parole. Dimmi, ti prego, in che modo vai a te? Forse che per venire a noi hai lasciato te, tanto più che non sei venuto da te ma ti ha mandato il Padre? So bene che ti sei annientato; ma solo perché hai preso la forma di servo (cf. Fil 2, 7), non perché tu abbia deposto la forma di Dio sì da doverla ricercare, o perché l'abbia perduta si da doverla riprendere. Comunque sei venuto, non soltanto rendendoti visibile agli occhi degli uomini ma facendoti perfino arrestare dalle loro mani. E come è stato possibile questo, se non perché avevi assunto la carne? Per mezzo di essa sei venuto tra noi pur rimanendo dov'eri, e per mezzo di essa sei ritornato dov'eri prima, senza tuttavia lasciare la terra dov'eri venuto. Se dunque è per mezzo della carne che sei venuto e sei ritornato via, è certamente per mezzo di essa che tu sei la via, non soltanto per noi, per venire a te, ma anche per te stesso sei diventato la via per venire a noi e ritornare al Padre. Quando però sei andato alla vita che sei tu stesso, allora hai fatto passare questa tua carne dalla morte alla vita. Non sono certamente la medesima cosa il Verbo di Dio e l'uomo; ma il Verbo si è fatto carne, cioè uomo. E così, il Verbo e l'uomo non sono due persone diverse: l'uno e l'altro sono il Cristo che è una sola persona; e perciò, come quando la carne è morta, Cristo è morto, e quando la carne è stata sepolta, Cristo è stato sepolto [è questo infatti che col cuore crediamo per ottenere la giustizia, ed è questo che con la bocca professiamo per ottenere la salvezza (cf. Rm 10, 10)], così quando la carne è passata dalla morte alla vita, Cristo è passato alla vita. E siccome Cristo è il Verbo di Dio, Cristo è la vita. E' in un modo mirabile e ineffabile che egli, senza mai abbandonare o perdere se stesso, è tornato a se stesso. Per mezzo della carne, come si è detto, Dio è venuto tra gli uomini, la verità tra i menzogneri: Dio infatti è verace, mentre ogni uomo è menzognero (Rm 3, 4). E quando si è sottratto alla vista degli uomini e ha portato la sua carne là dove nessuno mentisce, egli stesso, Verbo fatto carne, per mezzo di se stesso, cioè per mezzo della carne, ha fatto ritorno alla verità che è lui stesso. Verità alla quale sempre rese testimonianza, benché fra i menzogneri, anche di fronte alla morte: se c'è stato un tempo infatti in cui Cristo è stato soggetto alla morte, mai in nessun momento ha ceduto alla menzogna.

4. Eccovi un esempio, alquanto diverso e molto inadeguato, che serve tuttavia per intendere in qualche modo Dio, partendo da quelle cose che più immediatamente dipendono da Dio. Ecco, io stesso, che non sono diverso da voi quanto all'anima, se taccio sto dentro di me; se invece parlo a voi in modo che mi possiate intendere, in qualche modo mi muovo verso di voi senza abbandonare me; mi avvicino a voi ma senza allontanarmi da me. Se smetto di parlare, in certo qual modo faccio ritorno a me stesso; e tuttavia rimango con voi, se voi custodite ciò che nel mio discorso avete ascoltato. Se ciò è possibile all'immagine che Dio ha creato, cosa non sarà possibile all'immagine di Dio che è Dio, non creata ma da Dio generata? Il suo corpo, per mezzo del quale è venuto a noi e nel quale da noi è ripartito, non si è disperso nell'aria come il suono delle mie parole, ma rimane là dove ormai non muore più e la morte non ha più alcun dominio sopra di lui (cf. Rm 6, 9). Forse si potevano e si dovevano dire ancora molte cose intorno a queste parole del Vangelo; ma non bisogna sovraccaricare troppo i vostri cuori di cibi spirituali, benché essi siano squisiti; soprattutto considerando che, se lo spirito è pronto, la carne invece è debole (cf. Mt 26, 41).

 

OMELIA 70

Essere dove è Cristo.

Egli stesso è la vita eterna, che noi raggiungeremo quando ci prenderà con sé: la vita eterna è in lui, ecco perché dobbiamo essere dove egli è.

[Cristo è la vita eterna che dobbiamo raggiungere.]

1. Le parole del santo Vangelo, o fratelli, potranno essere intese nel loro giusto senso, se si riesce a scoprire la loro armonia con quelle che precedono; perché, quando parla la verità, vi dev'essere pieno accordo tra ciò che precede e ciò che segue. Il Signore aveva detto: E quando sarò partito e avrò preparato un posto per voi, ritornerò e vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi; poi aveva aggiunto: E voi conoscete dove vado e la via per andarvi (Gv 14, 3-4), mostrando che le sue parole non significavano altro se non che i discepoli lo conoscevano. Nel discorso precedente abbiamo già spiegato, come abbiamo potuto, in che modo egli vada a se stesso per mezzo di se stesso, e come anche ai discepoli conceda di andare a lui per mezzo di lui. Che vuol dire con quel che aggiunge: affinché anche voi siate dove sono io? Che essi non potranno essere se non in lui. Egli è in se stesso, e poiché essi saranno dove egli è, anch'essi saranno in lui. Egli è dunque la vita eterna nella quale noi saremo, quando ci avrà preso con sé; e la vita eterna che è lui, è in lui stesso, sicché anche noi saremo dove egli è, cioè in lui. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, e la vita che egli ha non è altro che egli stesso che possiede tale vita, così ha dato al Figlio di avere la vita in se stesso (Gv 5, 26), egli stesso essendo la vita che ha in se stesso. Forse anche noi saremo la vita che egli è, allorché cominceremo ad essere in quella vita, cioè in lui? No certamente; poiché egli esistendo come vita, è ciò che ha, e siccome la vita è in lui, egli è in se stesso; noi invece non siamo la vita eterna, ma soltanto partecipi della vita di lui. E noi saremo là dove egli è, ma non possiamo essere in noi ciò che egli è, in quanto non siamo la vita, ma avremo come vita lui, il quale ha se stesso come vita, essendo egli stesso la vita. Insomma, egli è in se stesso in modo immutabile e nel Padre in modo inseparabile; noi, invece, per aver preteso di essere in noi stessi, siamo in preda al turbamento, secondo quanto dice il salmo: L'anima mia è turbata in me (Sal 41, 7). Cioè, cambiati in peggio, non siamo riusciti a rimanere nemmeno ciò che eravamo. Quando, però, per mezzo di lui, andiamo al Padre, secondo la sua parola: Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio (Gv 14, 6), noi dimoriamo in lui, e nessuno ci potrà separare dal Padre né da lui.

2. Il Signore, collegando le parole seguenti con le precedenti, dice: Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; cosa che equivale a quanto ha detto prima: Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio. E aggiunge: Ora lo conoscete e lo avete veduto (Gv 14, 7). Ma Filippo, uno degli Apostoli, non comprendendo ciò che aveva sentito, dice: Signore, mostraci il Padre e ci basta. E il Signore gli risponde: Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto, Filippo? Chi vede me vede il Padre (Gv 14, 8-9). Li rimprovera per non averlo ancora conosciuto dopo tanto tempo che era con loro. Ma non aveva detto prima: Sapete dove vado e conoscete la via? E siccome essi dicevano di non saperlo, egli non li aveva convinti, aggiungendo: Io sono la via, la verità e la vita? Come mai adesso dice: Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto, dato che essi sapevano dove andava e conoscevano la via, appunto perché conoscevano lui che è la via? E' facile risolvere questa difficoltà, supponendo che alcuni di loro lo conoscevano, altri, tra i quali era Filippo, non lo conoscevano; di modo che le parole: Sapete dove vado e conoscete la via, si riferiscono a quelli che sapevano, e non a Filippo, cui ora il Signore dice: Da tanto tempo sono con voi, e non mi avete, Filippo, ancora conosciuto? A coloro che già conoscevano il Figlio, fu anche detto a proposito del Padre: Ora lo conoscete e lo avete veduto. Si esprime così a motivo della perfetta somiglianza che esiste tra il Figlio e il Padre, per cui chi conosce il Figlio, che è uguale al Padre, può ben dire di conoscere il Padre. E' quindi certo che alcuni di loro, anche se non tutti, conoscevano già il Figlio; ed erano quelli ai quali egli aveva detto: Voi sapete dove vado e conoscete la via, poiché egli stesso è la via. Ma siccome non conoscevano il Padre, egli aggiunge: Se mi conosceste, conoscereste anche il Padre mio; sì perché, per mezzo mio, conoscereste anche lui. Io sono una persona, lui un'altra. Ma affinché non lo ritenessero dissimile, dice: Ora lo conoscete e lo avete veduto. Essi vedevano il Figlio che era perfettamente simile al Padre, ma dovevano tener conto che il Padre, che essi ancora non vedevano, era tale e quale il Figlio che vedevano. E in questo senso vale ciò che poi egli risponde a Filippo: Chi vede me vede il Padre. Non dice di essere nello stesso tempo il Padre e il Figlio, che è l'errore dei sabelliani o patripassiani, e che la fede cattolica condanna, ma che il Padre e il Figlio sono talmente somiglianti che conoscendone uno si conoscono ambedue. Infatti, quando parliamo di due persone che tra loro somigliano molto, diciamo anche noi a chi ne ha vista una e vorrebbe conoscere anche l'altra: hai visto questo, hai visto quello. In questo senso egli dice: Chi vede me vede il Padre; non certo perché il Padre sia la stessa persona del Figlio, ma perché il Figlio è tanto simile al Padre che non differisce in nulla da lui. Se il Padre e il Figlio non fossero due persone distinte, non avrebbe detto: Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio. Appunto perché nessuno viene al Padre se non per mezzo mio; se conosceste me - dice - conoscereste il Padre mio, in quanto io, che sono l'unica via per andare al Padre, vi condurrò a lui in modo che possiate conoscere anche lui. Ma siccome sono perfettamente simile a lui, conoscendo me conoscete lui; e lo avete veduto, se con gli occhi del cuore avete veduto me.

3. Perché dunque, Filippo, tu dici: Mostraci il Padre e ci basta? Da tanto tempo - dice - sono con voi e non mi avete ancora conosciuto, Filippo? Chi vede me vede il Padre. Se ti riesce difficile vedere questo, almeno credi ciò che non riesci a vedere. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Se hai visto me che sono perfettamente simile a lui, hai visto lui al quale io sono simile. E se non puoi vederlo, perché almeno non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? A questo punto Filippo poteva dire: Sì, vedo te, e vedo che tu sei perfettamente simile al Padre; ma è forse da rimproverare e da condannare uno che, vedendo te, desideri vedere anche colui al quale tu somigli tanto? Sì, io conosco chi gli somiglia, ma l'altro non lo conosco ancora direttamente; non mi basta, finché non avrò conosciuto anche colui al quale questo è simile; ebbene, mostraci il Padre e ci basta. Ma il Maestro rimproverava il discepolo, perché vedeva in fondo al suo cuore. Filippo desiderava conoscere il Padre come se il Padre fosse superiore al Figlio; e perciò dimostrava di non conoscere neppure il Figlio, in quanto credeva ci fosse qualcosa a lui superiore. E' per correggere questa idea che il Signore gli dice: Chi vede me vede il Padre; come puoi dire: Mostraci il Padre? Io vedo perché lo dici; tu non chiedi di vedere colui che è simile a me, ma credi che egli sia a me superiore. Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? (Gv 14, 10). Perché vuoi trovare differenza tra due che sono simili? Perché desideri conoscere separatamente due che sono inseparabili? Prosegue, rivolgendosi non soltanto a Filippo, ma a tutti gli Apostoli; e dice cose che noi, non volendo coartarle nei limiti del poco tempo che abbiamo, preferiamo esporle, col suo aiuto, con più calma.