COSTITUZIONE APOSTOLICA

CON LA QUALE SI PROMULGA L'UFFICIO DIVINO RINNOVATO

A NORMA

DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

PAOLO VESCOVO

servo dei servi di dio - a perpetua memoria

 

Il canto di lode, che risuona eternamente nelle sedi celesti, e che Gesù Cristo Sommo Sacerdote introdusse in questa terra di esilio, la Chiesa lo ha conservato con costanza e fedeltà nel corso di tanti secoli e lo ha arricchito di una mirabile varietà di forme.

La Liturgia delle Ore, infatti, si è sviluppata a poco a poco in modo da divenire la preghiera della Chiesa locale. Essa si svolgeva in tempi e luoghi stabiliti, sotto la presidenza del sacerdote. Era come una indispensabile integrazione di ciò che costituisce la sintesi di tutto il culto divino, cioè del sacrificio eucaristico, la cui straordinaria ricchezza faceva rifluire ed estendeva ad ogni ora della vita umana.

A sua volta il libro dell'Ufficio divino, accresciutosi gradualmente di numerose aggiunte nel corso dei secoli, divenne un sussidio adatto per quella sacra azione a cui è destinato. Ma poiché nelle varie epoche furono introdotte modifiche piuttosto rilevanti nel modo della celebrazione, fra le quali va ricordata anche la celebrazione individuale dell'Ufficio divino, non fa meraviglia che il libro stesso, chiamato in seguito Breviario, abbia subito svariati adattamenti, che ne alteravano a volte la medesima struttura.

Poiché il Concilio Tridentino, per mancanza di tempo, non poté portare a termine la riforma del Breviario, ne affidò l'incarico alla Sede Apostolica. Il Breviario Romano, che fu promulgato dal Nostro Predecessore san Pio V nel 1568 introdusse nella preghiera canonica della Chiesa latina, prima di ogni altra cosa, l'uniformità. Questa allora non esisteva, ma era tanto auspicata.

Nei secoli seguenti molte revisioni vennero fatte dai Sommi Pontefici Sisto V, Clemente VIII, Urbano VIII, Clemente XI ed altri.

San Pio X nell'anno 1911 promulgò il nuovo Breviario preparato per suo ordine. Ripristinato l'uso antico di recitare ogni settimana i 150 salmi, fu cambiata interamente la disposizione del salterio: furono tolte tutte le ripetizioni e fu data la possibilità di accordare il salterio feriale e il ciclo della lettura biblica con gli Uffici dei santi. Inoltre l'Ufficio della domenica fu così accresciuto di grado e di importanza da essere generalmente anteposto alle feste dei santi.

Tutto il lavoro della riforma liturgica venne di nuovo ripreso da Pio XII, il quale concesse che una nuova versione del salterio, curata dal Pontificio Istituto Biblico, si potesse usare sia nella recita privata che in quella pubblica, e parimenti affidò a una speciale Commissione, da lui costituita nel 1947, l'incarico di studiare la questione del Breviario. Sul medesimo argomento, a partire dal 1955, furono interrogati tutti i vescovi del mondo. Di questo solerte lavoro si cominciarono a raccogliere i frutti con il decreto sulla semplificazione delle rubriche emesso il 23 marzo 1955 e con le norme sul Breviario emanate da Giovanni XXIII nel Codice delle rubriche del 1960.

Tuttavia lo stesso Sommo Pontefice Giovanni XXIII, mentre sanciva solo una parte della riforma liturgica, intravedeva che quegli alti principi sui quali è basata la liturgia richiedevano uno studio più profondo. Questo compito egli lo affidò al Concilio Ecumenico Vaticano II che frattanto aveva convocato. Così avvenne che il Concilio venne a trattare della liturgia in genere e della preghiera delle Ore in particolare con tale ampiezza e accuratezza, con tale impegno e frutto, che ben difficilmente si può riscontrare qualcosa di simile in tutta la storia della Chiesa.

Mentre era ancora in corso la celebrazione del Concilio Vaticano, fu Nostra cura provvedere che, promulgata la Costituzione sulla sacra Liturgia, ne venissero subito attuati i decreti. Per questo motivo, nello stesso Consilium per l'attuazione della Costituzione sulla sacra Liturgia, da Noi creato, fu istituito un gruppo particolare, il quale, con la collaborazione di uomini dotti e versati nella scienza liturgica, teologica, spirituale e pastorale, ha lavorato per sette anni con somma diligenza e impegno alla preparazione del nuovo libro per la Liturgia delle Ore.

I principi, il piano di tutta l'opera e le singole parti furono approvati dal predetto Consilium e anche dal Sinodo dei vescovi radunato nel 1967, dopo la consultazione dei vescovi di tutta la Chiesa, di numerosi pastori di anime, di religiosi e di laici. Sarà utile pertanto esporre particolarmente quanto riguarda i criteri nuovi e l'ordinamento della Liturgia delle Ore.

1. Come richiedeva la Costituzione Sacrosanctum concilium, fu tenuto conto delle condizioni in cui si trovano in questo nostro tempo i sacerdoti impegnati in attività pastorali. L'Ufficio è stato disposto e ordinato in modo tale che essendo preghiera di tutto il popolo di Dio, possano prendervi parte non solo i chierici, ma anche i religiosi, anzi gli stessi laici. L'introduzione di svariate forme di celebrazione rende ora la Liturgia delle Ore adattabile a persone di cultura a livelli diversi, dando la possibilità ad ognuno di adeguarla alla propria condizione e vocazione.

2. Ma poiché la Liturgia delle Ore è santificazione della giornata, l'ordinamento dell'orazione è stato riveduto in modo che le Ore canoniche possano più facilmente corrispondere alle varie ore del giorno, tenuto conto delle condizioni in cui si svolge la vita degli uomini del nostro tempo. Perciò è stata abolita l'Ora di Prima. Le Lodi mattutine e i Vespri, che sono come i cardini di tutto l'Ufficio, assumono invece una grande importanza, poiché rivestono il carattere di vere preghiere del mattino e della sera. L'Ufficio delle letture mentre conserva la caratteristica propria di preghiera notturna per coloro che celebrano le vigilie, si può adattare a qualunque ora del giorno. Per quanto riguarda le altre Ore, l'Ora media è stata ordinata in maniera tale che coloro i quali delle Ore di Terza, Sesta e Nona ne scelgono una sola, la possano armonizzare con il momento del giorno in cui la celebrano e nello stesso tempo non debbano tralasciare nulla del salterio distribuito nelle vane settimane.

3. Perché poi nella celebrazione dell'Ufficio la mente meglio si accordi con la voce e la Liturgia delle Ore diventi veramente "fonte di pietà e nutrimento della preghiera personale"1, nel nuovo Libro delle Ore l'obbligo giornaliero è alquanto ridotto, ma la varietà dei testi è stata notevolmente aumentata; vi si offrono molti sussidi per la meditazione dei salmi, quali sono i titoli, le antifone, le orazioni salmiche, e vengono proposti momenti di silenzio da osservarsi secondo l'opportunità.

4. Secondo le norme date dal Concilio2, il salterio, abolito il ciclo settimanale, è stato distribuito in quattro settimane ed è stata adottata la nuova versione latina preparata dalla Commissione per la Neo Volgata della Bibbia, da Noi costituita. In questa nuova distribuzione dei salmi sono stati omessi alcuni salmi e versetti dall'espressione alquanto dura, tenendo presenti specialmente le difficoltà che potrebbero nascere dalla loro celebrazione in una lingua moderna. Inoltre, alle Lodi mattutine per accrescerne la ricchezza spirituale, sono stati aggiunti alcuni cantici desunti dai libri dell'Antico Testamento. Così pure nei Vespri sono stati introdotti, come gemme preziose, dei cantici desunti dal Nuovo Testamento.

5. Il tesoro della parola di Dio si effonde più copioso nel nuovo ciclo delle letture tratte dalla Sacra Scrittura disposto in modo da concordare con quello delle letture della Messa. Le pericopi presentano in generale una certa unità di contenuto e sono state scelte in modo da riproporre nel corso dell'anno le fasi più importanti della storia della salvezza.

6. Secondo le norme stabilite dal Concilio Ecumenico, la prescritta lettura quotidiana delle opere dei santi Padri e degli Scrittori ecclesiastici è stata rinnovata in modo da proporre i migliori scritti di autori cristiani e specialmente dei santi Padri. Inoltre, per rendere ancor più largamente disponibili le ricchezze spirituali di questi Scrittori, sarà preparato un altro Lezionario facoltativo dal quale si potranno ricavare frutti ancor più copiosi.

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1) SC 90.

2) SC 91.

 

 

7. Dal testo del libro della Liturgia delle Ore è stato espunto tutto ciò che non risponde alla verità storica, e le letture, soprattutto agiografiche, sono state rivedute in modo da esporre e collocare nella sua vera luce la fisionomia spirituale dei singoli santi e l'importanza che essi hanno avuto nella vita della Chiesa.

8. Alle Lodi mattutine sono state aggiunte le invocazioni, con le quali si esprime la consacrazione della giornata e si fanno suppliche per l'inizio del lavoro quotidiano. Ai Vespri, invece, si fa una breve supplica strutturata come preghiera universale. Al termine poi di queste preghiere è stata ripristinata l'orazione domenicale. Perciò, tenendo conto della recita che di essa si fa anche nella Messa, viene ristabilito anche ai nostri giorni l'uso della Chiesa antica di recitare questa preghiera tre volte al giorno.

Rinnovata dunque e restaurata completamente la preghiera della santa Chiesa secondo la sua antichissima tradizione, e tenuto conto delle necessità del nostro tempo, è davvero auspicabile che essa pervada profondamente, ravvivi, guidi ed esprima tutta la preghiera cristiana e alimenti efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio.

Per questo abbiamo piena fiducia che lo spirito di quella preghiera che si deve fare "senza interruzioni"3 e che nostro Signore Gesù Cristo ha ordinato alla sua Chiesa, riprenda nuova vita.

Il libro della Liturgia delle Ore, distribuito nel tempo giusto, la sostiene, e la favorisce, mentre la stessa celebrazione, soprattutto quando una comunità si raduna a questo scopo, esprime la vera natura della Chiesa orante, e risplende come suo segno meraviglioso.

La preghiera cristiana è anzitutto implorazione di tutta la famiglia umana, che Cristo associa a se stesso4, nel senso che ognuno partecipa a questa preghiera, che è propria dell'intero corpo. Questa perciò esprime la voce della diletta Sposa di Cristo, i desideri e i voti di tutto il popolo cristiano, le suppliche e le implorazioni per le necessità di tutti gli uomini.

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3) Cf Lc 18, 1; 21, 36; 1Ts 5, 17; Ef 6, 18.

4) Cf SC 83.

 

 

Ma questa preghiera riceve la sua unità dal cuore di Cristo. Il nostro Redentore ha voluto infatti "che quella vita che aveva iniziato con le sue preghiere e col suo sacrificio, durante la sua esistenza terrena non venisse interrotta per il volgere dei secoli nel suo Corpo mistico, che è la Chiesa"5. Avviene, perciò, che la preghiera della Chiesa è insieme "la preghiera che Cristo con il suo Corpo rivolge al Padre"6. Mentre dunque recitiamo l'Ufficio, dobbiamo riconoscere l'eco delle nostre voci in quelle di Cristo e quelle di Cristo in noi7.

Perché questa caratteristica della nostra preghiera risplenda più chiaramente, è indispensabile che "quella soave e viva conoscenza della Sacra Scrittura"8 che emana dalla Liturgia delle Ore, rifiorisca in tutti, in modo che la Sacra Scrittura diventi realmente la fonte principale di tutta la preghiera cristiana.

Soprattutto la preghiera dei salmi, che senza interruzione accompagna e proclama l'azione di Dio nella storia della salvezza, deve essere compresa con rinnovato amore dal popolo di Dio. Perché sia raggiunto più facilmente questo scopo è necessario che il significato inteso dalla Chiesa quando canta i salmi nella liturgia, sia studiato più assiduamente dal clero e sia comunicato anche ai fedeli mediante opportuna catechesi. Questa più estesa lettura della Sacra Bibbia, non solo nella Messa ma anche nella nuova Liturgia delle Ore, farà sì che venga continuamente ricordata la storia della salvezza e annunziata con grande efficacia la sua continuazione nella vita degli uomini.

Ma poiché la vita di Cristo nel suo Corpo mistico perfeziona ed eleva anche la vita propria o personale di ogni fedele, deve essere del tutto esclusa qualunque opposizione tra preghiera della Chiesa e preghiera privata; anzi, bisogna mettere in maggior rilievo e sviluppare più ampiamente i rapporti che esistono tra l'una e l'altra. L'orazione mentale deve attingere inesauribile alimento dalle letture, dai salmi e dalle altre parti

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5) Pio XII, Lett. enc. Mediator Dei, 20.11.1947, n. 2: AAS 39 (1947), p. 552.

6) SC 84.

7) Cf S. AGOSTINO, Enarrationes in ps. 85, n. 1: CCL 39, 1176.

8) SC 24.

 

 

della Liturgia delle Ore. La stessa recita dell'Ufficio deve adattarsi, per quanto è possibile, alle necessità di una preghiera viva e personale, poiché, come è previsto in Principi e Norme, si possono scegliere i tempi, i modi e le forme di celebrazione che meglio rispondono alle condizioni spirituali degli oranti. Che, se la preghiera dell'Ufficio divino diviene preghiera personale, più evidenti appariranno anche quei legami che uniscono tra di loro la Liturgia e tutta la vita cristiana. L'intera vita dei fedeli, infatti, attraverso le singole ore del giorno e della notte, è quasi una leitourgia, mediante la quale essi si dedicano in servizio di amore a Dio e agli uomini, aderendo all'azione di Cristo che con la sua dimora tra noi e con l'offerta di se stesso, ha santificato la vita di tutti gli uomini. Questa sublime verità del tutto inerente alla vita cristiana, la Liturgia delle Ore la esprime con evidenza e la conferma in maniera efficace. È per questa ragione che le preghiere delle Ore vengono proposte a tutti i fedeli, anche a coloro che non sono tenuti per legge a recitarle.

Quelli invece che hanno ricevuto dalla Chiesa il mandato di celebrare la Liturgia delle Ore, ne adempiano devotamente ogni giorno la recita completa, osservando, per quanto è possibile, la corrispondenza delle ore e, soprattutto, diano la dovuta importanza alle Lodi mattutine e ai Vespri. Inoltre, quelli che, insigniti dell'Ordine sacro, partecipano alla dignità sacerdotale del Cristo in forza di un particolare sigillo sacramentale, o coloro che, mediante i voti della professione religiosa si sono consacrati in maniera speciale al servizio di Dio e della Chiesa, non celebrino la Liturgia delle Ore solo per obbedienza a una legge, ma si sentano spinti dalla considerazione della sua intima importanza e dalla sua utilità pastorale e ascetica. È molto auspicabile che la preghiera pubblica della Chiesa sia riconosciuta come un naturale frutto del rinnovamento spirituale e una evidente necessità interiore di tutto il Corpo della Chiesa. Questa, infatti, a somiglianza del suo Capo, non può essere definita altrimenti che come Chiesa orante. Si elevi, dunque, con il sussidio del nuovo libro della Liturgia delle Ore, che di Nostra autorità apostolica ora stabiliamo, approviamo e promulghiamo, più solenne e più bella la lode di Dio nella Chiesa del nostro tempo, si associa quella che viene cantata nelle sedi celesti dai santi e dagli angeli, e accrescendosi incessantemente in perfezione nei giorni di questo terrestre esilio, muova con nuovo slancio incontro a quella lode perfetta che per tutta l'eternità è attribuita "a colui che siede sul trono, e all'Agnello"9. Stabiliamo dunque che questo nuovo libro della Liturgia delle Ore possa esser subito adottato, non appena pubblicato. Frattanto le Conferenze Episcopali provvedano alle edizioni in lingua nazionale e, dopo averne ricevuta dalla Santa Sede l'approvazione o la conferma, stabiliscano la data precisa in cui tali versioni, in tutto o in parte, possano o debbano andare in uso.

Inoltre, dal giorno in cui si dovranno usare queste versioni, fatte per la celebrazione in lingua nazionale, anche coloro che vorranno continuare l'uso del latino dovranno usare esclusivamente la nuova Liturgia delle Ore.

Coloro invece che, o per l'età avanzata o per altri motivi particolari, dovessero incontrare gravi difficoltà nell'uso della nuova forma, potranno, con il permesso del proprio Ordinario e solo nella recita individuale, adoperare in tutto o in parte il Breviario Romano che si usava prima. Vogliamo pertanto che quanto qui abbiamo decretato e prescritto abbia valore ed efficacia ora ed in futuro, nonostante, in quanto sarà necessario, le contrarie Costituzioni, gli Ordinamenti Apostolici emanati dai Nostri Predecessori e gli altri Decreti anche se degni di particolare menzione e deroga.

Dato a Roma, presso San Pietro il 1 novembre,

solennità di Tutti i Santi, dell'anno 1970,

ottavo del Nostro Pontificato.

 

Paolo PP. VI

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9) Cf Ap 5,13.

 

 

 

 

PRINCIPI E NORME PER LA LITURGIA DELLE ORE

 

Capitolo I

IMPORTANZA DELLA LITURGIA DELLE ORE

O UFFICIO DIVINO NELLA VITA DELLA CHIESA

 

1. La preghiera pubblica e comune del popolo di Dio è giustamente ritenuta tra i principali compiti della Chiesa. Per questo sin dall'inizio i battezzati "erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera" (At 2, 42). Più volte gli Atti degli Apostoli attestano la preghiera unanime della comunità cristiana1.

Le testimonianze della Chiesa primitiva attestano che anche i singoli fedeli, in ore determinate, attendevano alla preghiera. In seguito, in varie regioni, si diffuse la consuetudine di destinare tempi particolari alla preghiera comune, come, per esempio, l'ultima ora del giorno, quando si fa sera e si accende la lucerna, oppure la prima ora, quando la notte, al sorgere del sole, volge al termine.

Con l'andare del tempo si cominciarono a santificare con la preghiera comune anche altre ore, che i Padri vedevano adombrate negli Atti degli Apostoli. In questo libro, infatti, si parla dei discepoli radunati all'ora di terza2. Il Principe degli apostoli "salì verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare" (10, 9); "Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio" (3, 1); "verso mezzanotte, Paolo e Sila in preghiera cantavano inni a Dio" (16, 25).

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1) Cf At 1, 14; 4,24; 12, 5.12; cf Ef 5,19-21.

2) Cf At 2, 1-15.

 

 

2. Queste preghiere fatte in comune, a poco a poco, furono ordinate in modo da formare un ciclo ben definito di Ore: la Liturgia delle Ore o Ufficio divino. Essa, arricchita anche di letture, è principalmente preghiera di lode e di supplica, e precisamente preghiera della Chiesa con Cristo e a Cristo.

 

I. Preghiera di Cristo

Cristo prega il Padre

3. Venendo per rendere gli uomini partecipi della vita di Dio, il Verbo, che procede dal Padre come splendore della sua gloria, "il Sommo Sacerdote della nuova ed eterna alleanza, Cristo Gesù, prendendo la natura umana, introdusse in questa terra d'esilio quell'inno che viene cantato da tutta l'eternità nelle sedi celesti"3.

Da allora, nel cuore di Cristo, la lode di Dio risuona con parole umane di adorazione, propiziazione e intercessione. Tutte queste preghiere, il Capo della nuova umanità e Mediatore tra Dio e gli uomini, le presenta al Padre a nome e per il bene di tutti.

4. Lo stesso Figlio di Dio, "che con il Padre suo è una cosa sola" (cf Gv 10, 30), e che entrando nel mondo disse: "Ecco, o Dio, io vengo a fare la tua volontà" (Eb 10, 9; cf Gv 6, 38), ha voluto anche lasciarci testimonianza della sua preghiera. Spessissimo, infatti, i Vangeli ce lo presentano in preghiera: quando viene rivelata dal Padre la sua missione4, antecedentemente alla chiamata degli apostoli5, quando rende grazie a Dio nella moltiplicazione dei pani6, nella trasfigurazione sul monte7, quando risana il sordomuto8 e risuscita Lazzaro9, prima di provocare la confessione di Pietro10, quando insegna

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3) SC 83.

4) Lc 3, 21-22.

5) Lc 6, 12.

6) Mt 14, 19; 15, 36; Mc 6, 41; 8, 7; Lc 9, 16; Gv 6, 11.

7) Lc 9, 28-29.

8) Mc 7, 34.

9) Gv 11, 41 ss.

10) Lc 9, 18.

 

 

ai discepoli a pregare11, quando i discepoli ritornano dall'aver compiuto la loro missione12, quando benedice i fanciulli13 e prega per Pietro14.

La sua attività quotidiana era strettamente congiunta con la preghiera, anzi quasi derivava da essa. Così quando si ritirava nel deserto o sul monte a pregare15, alzandosi al mattino presto16, o quando, dalla sera alla quarta veglia17, passava la nottata intera in orazione a Dio18.

Egli, come giustamente si pensa, partecipò anche alle preghiere pubbliche, quali erano quelle che si facevano nelle sinagoghe dove entrò nel giorno di sabato "secondo il suo solito"19, e nel tempio che chiamò casa di preghiera20. Non tralasciò quelle private, che si recitavano abitualmente ogni giorno dai pii israeliti.

Pronunziava anche le tradizionali preghiere di benedizione a Dio, proprie delle riunioni conviviali, come è espressamente riferito in relazione con la moltiplicazione dei pani21 e poi nella sua ultima Cena22, nel castello di Emmaus23, ugualmente quando con i suoi discepoli recitò l'inno nel cenacolo24. Fino al termine della sua vita, avvicinandosi già la Passione25, nell'ultima Cena26, nell'agonia27 e sulla croce28, il Maestro divino

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11) Lc 11, 1.

12) Mt 11, 25 ss; 4 10,21 ss.

13) Mt 19, 13.

14) Lc 22, 32.

15) Mc 1, 35; 6, 46; Lc 5, 16; cf Mt 4, 1 par.; Mt 14, 23.

16) Mc 1, 35.

17) Mt 14, 23.25; Mc 6, 46.48.

18) Lc 6, 12.

19) Lc 4, 16.

20) Mt 21,13 par.

21) Mt 14, 19 par.; Mt 15, 36 par.

22) Mt 26, 26 par.

23) Lc 24, 30.

24) Mt 26, 30 par.

25) Gv 12, 27 s.

26) Gv 17, 1-26.

27) Mt 26, 36-44 par.

28) Lc 23, 34.46; Mt 27, 46; Mc 15, 34.

 

 

dimostrò che la preghiera animava il suo ministero messianico e il suo esodo pasquale.

Egli, infatti, "nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà" (Eb 5, 7) e, compiuta l'oblazione di sé sull'ara della croce, rese "perfetti per sempre quelli che vengono santificati" (Eb 10, 14); infine, risuscitato da morte, vive per sempre e prega per noi29.

 

II. Preghiera della Chiesa

Il precetto della preghiera

5. Gesù ha ordinato anche a noi di fare ciò che egli stesso fece. "Pregate", disse spesso, "domandate", "chiedete"30, "nel mio nome"31; insegnò anche la maniera di pregare nell'orazione che si chiama domenicale32 e dichiarò necessaria la preghiera33, e precisamente quella umile34, vigilante35, perseverante, fiduciosa nella bontà del Padre36, pura nell'intenzione e rispondente alla natura di Dio37.

A loro volta gli apostoli, che qua e là nelle lettere ci tramandano preghiere, specialmente di lode e di rendimento di grazie, ci raccomandano anch'essi la perseveranza e l'assiduita38 della preghiera nello Spirito Santo39, rivolta a Dio40, per mezzo di Cristo41. Ci parlano della sua grande efficacia per la

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29) Cf Eb7, 25.

30) Mt 5, 44; 7, 7; 26,41; Mc 13, 33; 14, 38; Lc 6, 28; 10, 2; 11, 9-22 40.46.

31) Gv 14, 13 s; 15,16; 16, 23 s.26.

32) Mt 6, 9-13; Lc 11, 2-4

33) Lc 18, 1.

34) Lc 18, 9-14.

35) Lc 21, 36; Mc 13, 33.

36) Lc 11, 5-13; 18, 1-8; Gv 14, 13; 16, 23

37) Mt 6, 5-8; 23, 14; Lc 20, 47; Gv 4, 23

38) Rm 8, 15.26; 1 Cor 12, 3; Gal 4, 6; Gd 20

39) 2 Cor 1,20; Col 3, 17

40) Eb 13, 15.

41) Rm 12, 12; 1 Cor 7,5; Ef 6, 18; Col 4, 2; 1Ts 5, 17; 1Tm 5,5; 1Pt 4, 7.

 

 

santificazione42 e non mancano di ricordare la preghiera di lode43, di ringraziamento44, di domanda45 e di intercessione per tutti46.

 

La Chiesa continua la preghiera di Cristo

6. Poiché l'uomo viene interamente da Dio, deve riconoscere e professare questa sovranità del suo Creatore. È quanto gli uomini di sentimenti religiosi, vissuti in ogni tempo, hanno effettivamente fatto con la preghiera.

La preghiera diretta a Dio però deve essere connessa con Cristo, Signore di tutti gli uomini, unico Mediatore47, e il solo per il quale abbiamo accesso a Dio48. Cristo, infatti, unisce a sé tutta l'umanità49, in modo tale da stabilire un rapporto intimo tra la sua preghiera e la preghiera di tutto il genere umano. In Cristo, appunto, e in lui solo, la religione umana consegue il suo valore salvifico e il suo fine.

7. Tuttavia un vincolo speciale e strettissimo intercorre tra Cristo e quegli uomini che egli per mezzo del sacramento della rigenerazione unisce a sé come membra del suo Corpo, che è la Chiesa. Così effettivamente dal Capo si diffondono all'intero Corpo tutti i beni che sono del Figlio: cioè la comunicazione dello Spirito, la verità, la vita e la partecipazione alla sua filiazione divina, che si manifestava in ogni sua preghiera quando dimorava presso di noi.

Anche il sacerdozio di Cristo è condiviso da tutto il Corpo della Chiesa, così che i battezzati mediante la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo vengono consacrati in edificio spirituale e sacerdozio santo50 e sono abilitati a esercitare il

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42) 1Tm 4,5; Gc 5, 15 s; 1Gv 3, 22; 5, 14 s.

43) Ef 5, 19s;Eb 13, 15; Ap 19,5.

44) Col 3, 17; Fil 4, 6; 1Ts 5, 17; 1Tm 2, 1.

45) Rm 8, 26; Fil 4, 6.

46) Rm 15, 30; 1Tm 2, 1 s; Ef 6, 18; 1Ts 5, 25; Gc 5,14.16.

47) 1Tm 2, 5; Eb 8, 6; 9, 15; 12, 24.

48) Rm 5, 2;Ef 2, 18; 3, 12.

49) Cf SC 83.

50) Cf LG 10.

 

 

culto del Nuovo Testamento, culto che non deriva dalle nostre forze, ma dal merito e dal dono di Cristo. "Nessun dono maggiore Dio potrebbe fare agli uomini che costituire loro capo il suo Verbo, per mezzo del quale ha creato tutte le cose, e a lui unirli come membra, così che egli fosse Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, un solo Dio con il Padre, un solo uomo con gli uomini. Così, quando pregando parliamo con Dio, non per questo separiamo il Figlio dal Padre e quando il Corpo del Figlio prega non separa da sé il proprio Capo, ma è lui stesso unico salvatore del suo Corpo, il Signore nostro Gesù Cristo Figlio di Dio, che prega per noi, prega in noi ed è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro Capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui le nostre voci e le sue voci in noi"51.

In questo dunque sta la dignità della preghiera cristiana, che essa partecipa dell'amore del Figlio Unigenito per il Padre e di quell'orazione, che egli durante la sua vita terrena ha espresso con le sue parole e che ora, a nome e per la salvezza di tutto il genere umano, continua incessantemente in tutta la Chiesa e in tutti i suoi membri.

 

L'azione dello Spirito Santo

8. L'unità della Chiesa orante è opera dello Spirito Santo, che è lo stesso in Cristo52, in tutta la Chiesa e nei singoli battezzati. Lo stesso "Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza" e "intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili" (Rm 8, 26); egli stesso, in quanto Spirito del Figlio, infonde in noi "lo spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!" (Rm 8, 15; cf Gal 4, 6; 1Cor 12, 3; Ef 5, 18; Gd 20). Non vi può essere dunque nessuna preghiera cristiana senza l'azione dello Spirito Santo, che unificando tutta la Chiesa, per mezzo del Figlio la conduce al Padre.

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51) S. AGOSTINO, Enarrationes in ps. 85, n. 1: CCL 39, 1176.

52) Cf Lc 10, 21, quando Gesù "esultò nello Spirito Santo e disse: "Io ti rendo lode, Padre"...".

 

 

Carattere comunitario della preghiera

9. L'esempio e il comando del Signore e degli apostoli di pregare sempre e assiduamente non si devono considerare come una norma puramente giuridica, ma appartengono all'intima essenza della Chiesa medesima, che è comunità e deve quindi manifestare il suo carattere comunitario anche nella preghiera. Per questo negli Atti degli Apostoli, quando per la prima volta si fa parola della comunità dei fedeli, questa appare riunita in preghiera "con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui" (At 1, 14). "La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola" (At 4, 32): questa unanimità si fondava sulla parola di Dio, sulla comunione fraterna, sulla preghiera e sulla Eucaristia53.

Sebbene la preghiera fatta nella propria stanza e a porte chiuse54 sia sempre necessaria e da raccomandarsi55, e venga anch'essa compiuta dai membri della Chiesa per Cristo nello Spirito Santo, tuttavia all'orazione della comunità compete una dignità speciale, perché Cristo stesso ha detto: "dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20).

 

III. La Liturgia delle Ore

Consacrazione del tempo

10. Cristo ha comandato: "Bisogna pregare sempre senza stancarsi" (Lc 18, 1). Perciò la Chiesa, obbedendo fedelmente a questo comando, non cessa mai d'innalzare preghiere e ci esorta con queste parole: "Per mezzo di lui (Gesù) offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio" (Eb 13, 15). A questo precetto la Chiesa ottempera non soltanto celebrando l'Eucaristia, ma anche in altri modi, e specialmente con la Liturgia delle Ore, la quale, tra le altre azioni liturgiche, ha

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53) Cf At 2, 42gr.

54) Cf Mt 6,6.

55) Cf SC 12.

 

 

come sua caratteristica per antica tradizione cristiana di santificare tutto il corso del giorno e della notte56.

11. Poiché, dunque, la santificazione del giorno e di tutta l'attività umana rientra nelle finalità della Liturgia delle Ore, il suo ordinamento è stato rinnovato in modo da far corrispondere, per quanto era possibile, la celebrazione delle Ore al loro vero tempo, sempre tenendo conto, però, delle condizioni della vita odierna57.

Perciò "sia per santificare veramente il giorno sia per recitare con frutto spirituale le stesse Ore, conviene che nella recita delle Ore si osservi il tempo, che corrisponde più da vicino al tempo vero di ciascuna Ora canonica"58.

 

Rapporto tra Liturgia delle Ore ed Eucaristia

12. La Liturgia delle Ore estende59 alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico, "centro e culmine di tutta la vita della comunità cristiana"60: la lode e il rendimento di grazie, la memoria dei misteri della salvezza, le suppliche e la pregustazione della gloria celeste. La celebrazione dell'Eucaristia viene anche preparata ottimamente mediante la Liturgia delle Ore, in quanto per suo mezzo vengono suscitate e accresciute le disposizioni necessarie alla fruttuosa celebrazione dell'Eucaristia, quali sono la fede, la speranza, la carità, la devozione e il desiderio dell'abnegazione di sé.

 

Esercizio dell'ufficio sacerdotale di Cristo nella liturgia delle Ore

13. "L'opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio"61, Cristo la compie nello Spirito Santo per mezzo

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56) Cf SC 83-84.

57) Cf SC 88.

58) Cf SC 94.

59) Cf PO 5.

60) CD 30.

61) SC 5.

 

 

della sua Chiesa non soltanto quando si celebra l'Eucaristia e si amministrano i sacramenti, ma anche, a preferenza di altri modi, quando si celebra la Liturgia delle Ore62. In essa egli stesso è presente quando si raduna l'assemblea, quando si proclama la parola di Dio, "quando la Chiesa supplica e salmeggia"63

 

Santificazione dell'uomo

14. Nella Liturgia delle Ore si compie la santificazione dell'uomo64 e si esercita il culto divino in modo da realizzare in essa quasi quello scambio o dialogo fra Dio e gli uomini nel quale "Dio parla al suo popolo... il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera"65. Senza dubbio i partecipanti possono ottenere dalla Liturgia delle Ore una santificazione larghissima per mezzo della parola salvifica di Dio che ha grande importanza in essa. Dalla Sacra Scrittura si scelgono, infatti, le letture. Da essa viene la Parola divina dei salmi che si cantano davanti a Dio. Di afflato e ispirazione biblica sono permeate le altre preci, orazioni e canti66.

Non solo dunque quando si legge tutto ciò che è "stato scritto per nostra istruzione" (Rm 15, 4), ma anche quando la Chiesa prega o canta, si alimenta la fede dei partecipanti, le menti sono sollevate verso Dio per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia67.

 

Lode offerta a Dio in unione con la Chiesa celeste

15. Nella Liturgia delle Ore la Chiesa, esercitando l'ufficio sacerdotale del suo Capo, offre a Dio "incessantemente"68, il sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo

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62) Cf SC 83, 98.

63) SC 7.

64) Cf SC 10.

65) SC 33.

66) Cf SC 24.

67) Cf SC 33.

68) 1Ts 5, 17.

 

 

nome69. Questa preghiera è "la voce della stessa Sposa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera che Cristo, unito al suo Corpo, eleva al Padre"70.

"Tutti coloro, pertanto, che compiono questa preghiera, adempiono da una parte l'obbligo proprio della Chiesa e dall'altra partecipano al sommo onore della Sposa di Cristo perché, celebrando le lodi di Dio, stanno dinanzi al suo trono a nome della Madre Chiesa"71.

16. La Chiesa, dando lode a Dio nelle Ore, si associa a quel carme di lode che viene eternamente cantato nelle sedi celesti72; pregusta, nel medesimo tempo, quella lode celeste descritta da Giovanni nell'Apocalisse, lode che ininterrottamente risuona davanti al trono di Dio e dell'Agnello. La stretta unione di noi con la Chiesa celeste si realizza quando "in comune esultanza celebriamo la lode della maestà divina, e noi tutti, di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, riscattati con il sangue di Cristo (cf Ap 5, 9) e radunati in un'unica Chiesa, con un unico canto di lode celebriamo Dio uno e trino"73. Questa liturgia celeste i profeti quasi la previdero nella vittoria del giorno senza notte, della luce senza tenebre: "Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna" (Is 60, 19; cf Ap 21, 23.25). "Sarà un unico giorno. Il Signore lo conosce. Non ci sarà né giorno né notte. Verso sera risplenderà la luce" (Zc 14, 7). Già, veramente per noi "è arrivata la fine dei tempi (cf 1Cor 10, 11), e la rinnovazione del mondo è irrevocabilmente fissata e in certo modo è realmente anticipata in questo mondo"74. Così, per mezzo della fede, noi siamo anche ammaestrati sul significato della nostra vita temporale, per attendere insieme con tutte le creature la rivelazione dei figli di Dio75.

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69) Cf Eb 13, 15.

70) SC 84.

71) SC 85.

72) Cf SC 83.

73) LG 50; cf SC 8, 104.

74) LG 48.

75) Cf Rm 8, 19.

 

 

Nella Liturgia delle Ore noi proclamiamo questa fede, esprimiamo e alimentiamo questa speranza, partecipiamo in qualche modo al gaudio della lode perenne e del giorno che non conosce tramonto.

 

Supplica e intercessione

17. Ma, oltre alla lode di Dio, la Chiesa nella liturgia esprime i voti e i desideri di tutti i cristiani, anzi supplica Cristo, e, per mezzo di lui, il Padre per la salvezza di tutto il mondo76. Questa voce non è soltanto della Chiesa, ma anche di Cristo, poiché le preghiere vengono fatte a nome di Cristo, cioè "per il nostro Signore Gesù Cristo", e così la Chiesa continua a fare quelle preghiere e suppliche che Cristo offrì nei giorni della sua vita terrena77, e che perciò godono di una efficacia particolare.

E così, non solo con la carità, con l'esempio e con le opere di penitenza, ma anche con l'orazione la comunità ecclesiale esercita la sua funzione materna di portare le anime a Cristo78. Questo compito spetta specialmente a coloro che per un mandato speciale sono chiamati a celebrare la Liturgia delle Ore: cioè ai vescovi e ai sacerdoti, che in forza del loro ufficio pregano per il loro popolo e per tutto il popolo di Dio79, e agli altri ministri sacri come pure ai religiosi80.

 

Culmine e fonte dell'azione pastorale

18. Coloro che partecipano alla Liturgia delle Ore danno incremento al popolo di Dio81 in virtù di una misteriosa fecondità apostolica; il lavoro apostolico, infatti, è ordinato "a che tutti, diventati figli di Dio, mediante la fede e il battesimo, si

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76) Cf SC 83.

77) Cf Eb 5, 7.

78) Cf PO 6.

79) Cf LG 41.

80) Cf sotto, n. 24.

81) Cf PC 7.

 

 

riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore"82. Vivendo in tal modo i fedeli esprimono e manifestano agli altri "il mistero di Cristo e la genuina natura della Chiesa, che ha la caratteristica di essere... visibile, ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina"83. A loro volta, le letture e le preghiere della Liturgia delle Ore costituiscono una genuina fonte di vita cristiana. Tale vita si nutre alla mensa della Sacra Scrittura e con le parole dei santi, ma è rinvigorita dalla preghiera. Solo il Signore, infatti, senza il quale non possiamo far nulla84, da noi pregato, può dare efficacia e sviluppo alle nostre opere85, così che ogni giorno veniamo edificati per diventare tempio di Dio, per mezzo dello Spirito86, fino alla misura che conviene alla piena maturità di Cristo87 e nello stesso tempo irrobustiamo le nostre forze per evangelizzare il Cristo a coloro che sono fuori88.

 

La mente concordi con la voce

19. Perché questa preghiera sia propria di ciascuno di coloro che vi prendono parte e sia parimenti fonte di pietà e di molteplice grazia divina, e nutrimento dell'orazione personale e dell'azione apostolica, è necessario che la mente stessa si trovi in accordo con la voce89 mediante una celebrazione degna, attenta e fervorosa.

Tutti cooperino diligentemente con la grazia divina per non riceverla invano. Cercando Cristo, e penetrando sempre più intimamente con l'orazione nel suo mistero90, lodino Dio e innalzino suppliche con quel medesimo animo con il quale pregava lo stesso divino Redentore.

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82) SC 10.

83) SC 2.

84) Cf Gv 15, 5.

85) Cf SC 86.

86) Cf Ef 2, 21-22.

87) Cf Ef 4, 13.

88) Cf SC 2.

89) Cf SC 90; RB 19.

90) Cf PO 14; OT 8.

 

 

 

IV. Coloro che celebrano la Liturgia delle Ore

a) Celebrazione in comune

20. La Liturgia delle Ore, come tutte le altre azioni liturgiche, non è un'azione privata, ma appartiene a tutto il Corpo della Chiesa, lo manifesta e influisce in esso91. La sua celebrazione ecclesiale è posta nella sua più piena luce - e per questo è sommamente consigliata - quando la compie la Chiesa locale con il proprio vescovo, circondato dai presbiteri e dai ministri92; "in essa è veramente presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica, apostolica"93.

Questa celebrazione, anche quando, in assenza del vescovo, è fatta dal Capitolo dei canonici o da altri sacerdoti, si svolga sempre rispettando la corrispondenza delle Ore al loro vero tempo, e per quanto è possibile, con la partecipazione del popolo. La medesima cosa si dica dei Capitoli collegiali.

21. Le altre assemblee di fedeli curino anch'esse, e possibilmente in chiesa, la celebrazione comunitaria delle Ore principali. Fra queste assemblee hanno un posto preminente le parrocchie, vere cellule della diocesi, organizzate localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo. Esse "rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra"94.

22. Se dunque i fedeli vengono convocati per la Liturgia delle Ore e si radunano insieme, unendo i loro cuori e le loro voci, manifestano la Chiesa che celebra il mistero di Cristo95.

23. È compito di coloro che sono insigniti dell'Ordine sacro o che hanno ricevuto una particolare missione canonica96 indire

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91) Cf SC 26.

92) Cf SC 41.

93) CD11.

94) SC 42; AA 10.

95) Cf SC 26, 84.

96) Cf AG 17.

 

 

e dirigere la preghiera della comunità: "pongano ogni loro impegno perché tutti quelli che sono affidati alle loro cure, siano concordi nella preghiera"97.

Curino pertanto che i fedeli siano invitati e siano istruiti con opportuna catechesi a celebrare in comune, specialmente nei giorni di domenica e di festa, le parti principali della Liturgia delle Ore98. Insegnino loro ad attingere da questa partecipazione un autentico spirito di preghiera99, e perciò con una idonea formazione li guidino a comprendere i salmi in senso cristiano, in modo da condurli a poco a poco a gustare e a praticare sempre più la preghiera della Chiesa 100.

24. Le comunità dei canonici, dei monaci, delle monache e degli altri religiosi che, in forza della loro Regola o delle loro Costituzioni, celebrano, con il rito comune o con un rito particolare, integralmente o parzialmente, la Liturgia delle Ore, rappresentano in modo speciale la Chiesa orante: esse esprimono, infatti, più pienamente il modello della Chiesa che senza interruzione e con voce concorde loda Dio, e assolvono il compito di "collaborare" innanzitutto con la preghiera, "all'edificazione e all'incremento di tutto il Corpo mistico di Cristo e al bene delle Chiese particolari"101. Questo va detto soprattutto per coloro che fanno vita contemplativa.

25. I sacri ministri e tutti i chierici, che non sono per altro titolo obbligati alla celebrazione comune, se convivono o si riuniscono insieme, procurino di celebrare in comune almeno qualche parte della Liturgia delle Ore, specialmente le Lodi al mattino e alla sera i Vespri102.

26. Anche ai religiosi dei due sessi che non sono obbligati alla celebrazione comune, e ai membri di qualsiasi istituto di

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97) CD 15.

98) Cf SC 100.

99) Cf PO 5.

100) Cf sotto, nn. 100-109.

101) CD 33; cf PC 6, 7, 15; AG 15

102) Cf SC 99.

 

 

perfezione si raccomanda vivamente di riunirsi fra loro o con il popolo, per celebrare la Liturgia delle Ore, tutta o in parte.

27. Anche i laici riuniti in convegno, sono invitati ad assolvere la missione della Chiesa103, celebrando qualche parte della Liturgia delle Ore, qualunque sia il motivo per cui si radunano o quello della preghiera o dell'apostolato o altro. È necessario, infatti, che imparino ad adorare Dio Padre in spirito e verità104 anzitutto nell'azione liturgica, e si ricordino che mediante il culto pubblico e la preghiera raggiungono tutti gli uomini e possono contribuire non poco alla salvezza di tutto rimondo105.

È cosa lodevole, infine, che la famiglia, santuario domestico della Chiesa, oltre alle comuni preghiere celebri anche, secondo l'opportunità, qualche parte della Liturgia delle Ore, inserendosi così più intimamente nella Chiesa106.

 

b) Il mandato di celebrare la Liturgia delle Ore

28. La Liturgia delle Ore è affidata in modo particolare ai ministri sacri. Per questo incombe loro l'obbligo personale di celebrarla, anche se assente il popolo, sia pure con i necessari adattamenti.

La Chiesa, infatti, li deputa alla Liturgia delle Ore perché il compito di tutta la comunità sia adempiuto in modo sicuro e costante almeno per mezzo loro, e la preghiera di Cristo continui incessantemente nella Chiesa107.

Il vescovo rappresenta Cristo in forma eminente e visibile. È il grande sacerdote del suo gregge. Da lui deriva e dipende, in certo modo, la vita dei suoi fedeli in Cristo108. Fra i membri della sua Chiesa, il vescovo deve essere il primo nella preghiera.

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103) Cf SC 100.

104) Cf Gv 4, 23.

105) Cf GE 2; AA 16.

106) Cf AA 11.

107) Cf PO 13.

108) Cf SC 41; LG 21.

 

 

Quando poi egli celebra la Liturgia delle Ore, lo fa sempre a nome e beneficio della Chiesa, che gli è affidata109. I sacerdoti, uniti al vescovo e a tutto il presbiterio, rappresentano anch'essi in grado speciale la persona di Cristo sacerdote110, partecipano al medesimo compito, pregando Dio per tutto il popolo loro affidato, anzi per tutto il mondo111. Tutti costoro compiono il ministero del buon pastore che prega per i suoi perché abbiano la vita e perciò siano perfetti nell'unità112.

Nella Liturgia delle Ore, proposta loro dalla Chiesa, non solo trovino la fonte della pietà e il nutrimento dell'orazione personale113, ma, anche quell'abbondanza di contemplazione da cui attingere alimento e stimolo per l'azione pastorale e missionaria a conforto di tutta la Chiesa di Dio114.

29. I vescovi, dunque, i sacerdoti e i diaconi aspiranti al sacerdozio, che hanno ricevuto dalla Chiesa il mandato (cf n. 17) di celebrare la Liturgia delle Ore, hanno l'obbligo di assolvere ogni giorno tutte le Ore (cf CIC, cc. 276 3; 1174 1), osservando, per quanto è possibile, il loro vero tempo. Diano prima di tutto la dovuta importanza alle Ore che sono come il cardine della Liturgia oraria, cioè alle Lodi mattutine e ai Vespri. Non tralascino mai queste Ore se non per un motivo grave.

Celebrino anche fedelmente l'Ufficio delle letture, che è in gran parte celebrazione liturgica della parola di Dio; in tal modo adempiranno ogni giorno il loro compito particolare di accogliere in sé la parola di Dio, per diventare discepoli più perfetti del Signore e gustare più profondamente le insondabili ricchezze di Cristo115.

Per santificare meglio l'intero giorno, abbiano inoltre a cuore la recita dell'Ora media e di Compieta, con la quale, prima

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109) Cf LG 26; CD15.

110) Cf PO 13.

111) Cf PO 5.

112) Cf Gv 10, 11; 17, 20.23.

113) Cf SC 90.

114) Cf LG 41.

115) Cf DV 25; PO 13.

 

 

del riposo notturno portano a compimento l'"Opus Dei" e si raccomandano a Dio.

30. È sommamente conveniente che i diaconi permanenti, ai quali anche si riferisce il mandato della Chiesa, recitino ogni giorno la parte della Liturgia delle Ore, stabilita dalla Conferenza dei Vescovi116.

31. a) I Capitoli cattedrali e collegiali devono celebrare in coro quelle parti della Liturgia delle Ore che sono loro prescritte dal diritto comune o particolare.

I singoli membri di questi Capitoli, oltre alle Ore che tutti i ministri sacri sono tenuti a recitare, devono recitare da soli quelle Ore che si celebrano nel loro Capitolo117,

b) Le comunità religiose obbligate alla Liturgia delle Ore e i loro singoli membri, celebrino le Ore a norma del loro diritto particolare, salvo quanto è prescritto al n. 29 per coloro che hanno ricevuto l'Ordine sacro.

Le comunità obbligate al coro celebrino ogni giorno, in coro, tutto l'Ufficio118; i membri che non hanno preso parte al coro recitino le Ore a norma del loro diritto particolare, salvo sempre quanto è prescritto al n. 29.

32. Si raccomanda a tutte le altre comunità religiose e ai loro singoli membri di celebrare, secondo le circostanze in cui si trovano, alcune parti della Liturgia delle Ore: essa è preghiera della Chiesa e fa di tutti, dovunque dispersi, un cuore solo e un'anima sola119. La stessa esortazione è rivolta anche ai laici120.

 

c) Struttura della celebrazione

33. La Liturgia delle Ore è regolata da leggi proprie. Riunisce insieme, in una forma particolare, elementi che si trovano anche

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116) Cf CIC, e. 276 2 e 3; SDO 27.

117) Cf IOe 78b.

118) Cf SC 95.

119) Cf At 4, 32.

120) Cf SC 100.

 

 

in altre celebrazioni. Essa è così disposta: l'inno sempre all'inizio, poi la salmodia, quindi una lettura lunga o breve della Sacra Scrittura e infine la preghiera. Sia nella celebrazione in comune che nella recita individuale, rimane la struttura essenziale di questa liturgia: colloquio tra Dio e l'uomo. Tuttavia, la celebrazione in comune manifesta più chiaramente la natura ecclesiale della Liturgia delle Ore e favorisce la partecipazione attiva di tutti, secondo la condizione di ciascuno. Lo fa mediante le acclamazioni, il dialogo, la salmodia alternata e altri elementi congeneri. Tiene poi meglio conto delle diverse forme espressive121. Perciò, tutte le volte che si rende possibile, la celebrazione comune con la frequenza e la partecipazione attiva dei fedeli è da preferirsi alla celebrazione individuale e quasi privata122. È bene inoltre che l'Ufficio in coro e in comune, sia cantato, secondo l'opportunità, sempre rispettando la natura e la funzione delle singole parti.

Così si realizzerà la raccomandazione dell'Apostolo: "La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali" (Col 3, 16; cf Ef 5, 19-20).

 

 

Capitolo II

LA SANTIFICAZIONE DEL GIORNO OSSIA LE VARIE ORE LITURGICHE

 

I. Introduzione di tutto l'Ufficio

34. Tutto l'Ufficio, di regola, è introdotto dall'Invitatorio. Questo consta del versetto "Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode", e del salmo 94, con il quale i fedeli sono invitati ogni giorno a cantare le lodi di Dio e ad

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121) Cf SC 26, 28-30.

122) Cf SC 27.

 

 

ascoltare la sua voce, e infine vengono esortati ad aspettare il "riposo del Signore"1.

Se si ritiene opportuno, invece del salmo 94, si possono dire i salmi 99, o 66, o 23.

È conveniente che il salmo invitatorio si dica come descritto a suo luogo, in forma responsoriale, cioè con la sua antifona che, subito proposta e ripetuta, è di nuovo ripresa dopo ogni strofa.

35. L'Invitatorio ha luogo al principio di tutto il corso della preghiera quotidiana, si premette cioè o alle Lodi mattutine o all'Ufficio delle letture, a seconda che si inizi il ciclo giornaliero con l'una o l'altra azione liturgica. Se si ritiene opportuno, tuttavia, il salmo con la sua antifona si può omettere quando dovrebbe precedere le Lodi.

36. Il modo di variare l'antifona all'Invitatorio, secondo la diversità dei giorni liturgici, è indicato a suo luogo.

 

II. Lodi mattutine e Vespri

37. "Le Lodi, come preghiera del mattino, e i Vespri come preghiera della sera, che secondo la venerabile tradizione di tutta la Chiesa, sono il duplice cardine dell'Ufficio quotidiano, devono essere ritenute le Ore principali e come tali celebrate"2.

38. Le Lodi mattutine sono destinate e ordinate a santificare il tempo mattutino come appare da molti dei loro elementi. Tale caratteristica mattutina è espressa assai bene da queste parole di san Basilio Magno: "Il Mattutino è fatto per consacrare a Dio i primi moti della nostra mente e del nostro spirito in modo da non intraprendere nulla prima di esserci rinfrancati col pensiero di Dio, come sta scritto: "Mi sono ricordato di Dio e ne ho avuto letizia" (Sal 76, 4); né il corpo si applichi al lavoro prima di aver fatto ciò che è stato detto: "Ti prego, Signore. Al mattino ascolta la mia voce; fin dal mattino t'invoco e sto in attesa" (Sal 5, 4-5)"3.

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1) Cf Eb 3,7-4, 16.

2) SC 89a, 100.

3) S. Basilio M., Regulae fusius tractatae, Resp. 37, 3: PG 31, 1014.

 

 

Quest'ora inoltre, che si celebra allo spuntar della nuova luce del giorno, ricorda la risurrezione del Signore Gesù, "luce vera che illumina ogni uomo" (Gv 1, 9) e "sole di giustizia" (Ml 4, 2), "che sorge dall'alto" (Lc 1, 78). Perciò ben si comprende la raccomandazione di san Cipriano: "Bisogna pregare al mattino, per celebrare con la preghiera mattutina la risurrezione del Signore"4.

39. I Vespri si celebrano quando si fa sera e il giorno ormai declina, "per rendere grazie di ciò che nel medesimo giorno ci è stato donato o con rettitudine abbiamo compiuto"5. Con l'orazione che innalziamo, "come incenso davanti al Signore", e nella quale "l'elevarsi delle nostre mani" diventa "sacrificio della sera"6 ricordiamo anche la nostra redenzione. E questo "si può anche intendere, con un significato più spirituale, dell'autentico sacrificio vespertino: sia di quello che il Signore e Salvatore affidò, nell'ora serale, agli apostoli durante la Cena, quando inaugurò i santi misteri della Chiesa, sia di quello stesso del giorno dopo, quando, con l'elevazione delle sue mani in croce, offrì al Padre per la salvezza del mondo intero se stesso, quale sacrificio della sera, cioè come sacrificio della fine dei secoli"7.

Per orientare, infine, la nostra speranza alla luce che non conosce tramonto, "noi preghiamo e chiediamo che di nuovo venga su di noi la luce, e invochiamo la venuta di Cristo che ci porterà la grazia della luce eterna"8.

Finalmente in questa Ora, in armonia con le Chiese orientali, cantiamo: "O luce gioiosa della santa gloria dell'eterno Padre celeste, Gesù Cristo; giunti al tramonto del sole, vedendo il lume della sera, celebriamo il Padre, e il Figlio e lo Spirito Santo Dio...".

40. Si devono quindi tenere in grandissima considerazione le Lodi mattutine e i Vespri come preghiera della comunità cristiana:

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4) S. Cipriano, De oratione dominica, 35: PL 4, 561.

5) S. BASILIO M., Regulae..., cit.: PG 31, 1015.

6) Cf Sal 140, 2.

7) cassiano, De institutione coenob., III, cap. 3: PL 49, 124-125.

8) S. CIPRIANO, De oratione dominica, 35: PL 4, 560.

 

 

la loro celebrazione pubblica e comune sia incoraggiata specialmente presso coloro che fanno vita in comune. Anzi, la loro recita sia raccomandata anche ai singoli fedeli che non possono partecipare alla celebrazione comune.

41. Le Lodi mattutine e i Vespri incominciano col versetto d'introduzione: "O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto", al quale segue il "Gloria al Padre" con il "Come era nel principio" e l'"Alleluia" (che si omette durante il Tempo di Quaresima). Tutte queste formule, però, alle Lodi si omettono quando immediatamente prima si è eseguito l'Invitatorio.

42. Quindi si dice subito l'inno adatto. L'inno è disposto in modo da conferire quasi a ciascuna Ora o festa il proprio carattere e permettere, specialmente nella celebrazione con il popolo, un inizio più facile e più festoso.

43. Dopo l'inno segue la salmodia, a norma dei nn. 121-125. La salmodia delle Lodi consta di un salmo mattutino, di un cantico desunto dall'Antico Testamento e di un altro salmo laudativo, secondo la tradizione della Chiesa. La salmodia dei Vespri consta di due salmi, o di due parti di un salmo più lungo, adatti a questa Ora e alla celebrazione con il popolo, e di un cantico desunto dalle lettere degli apostoli o dall'Apocalisse.

44. Terminata la salmodia, si ha la lettura o breve o lunga.

45. La lettura breve è scelta secondo la qualità del giorno o del tempo o della celebrazione; si deve leggere e ascoltare come vera proclamazione della parola di Dio. Essa ha lo scopo di proporre con forza e incisività qualche sentenza sacra e di fare approfondire l'insegnamento di certi brani più brevi ai quali, nella lettura continua della Scrittura, si presta forse meno attenzione. Le lezioni brevi variano secondo i giorni del ciclo salmodico.

46. A scelta, e specialmente nella celebrazione con il popolo, si può fare una lettura biblica più lunga, o dall'Ufficio delle letture, o dal Lezionario della Messa, e specialmente dai testi che, per un motivo o un altro, non si fossero potuti proclamare. Nulla inoltre vieta che talvolta si scelga anche un'altra lettura più adatta, a norma dei nn. 248-249, 251.

47. Nella celebrazione con il popolo, se si ritiene opportuno, si può aggiungere una breve omelia per illustrare la predetta lettura.

48. Dopo la lettura o l'omelia, secondo l'opportunità, si può fare una pausa di silenzio.

49. Per rispondere alla parola di Dio, viene proposto un canto responsoriale o responsorio breve, che eventualmente si può anche omettere. Al suo posto si possono eseguire altri canti che abbiano il medesimo carattere e svolgano la medesima funzione, purché siano debitamente approvati a tale scopo dalla Conferenza Episcopale.

50. Quindi si esegue solennemente il cantico evangelico con la sua antifona, e cioè alle Lodi mattutine il cantico di Zaccaria Benedictus, ai Vespri il cantico della beata Vergine Maria, Magnificat.

Questi cantici, convalidati dalla tradizione secolare e popolare della Chiesa Romana, esprimono la lode e il rendimento di grazie per la redenzione.

L'antifona al Benedictus e al Magnificat è proposta secondo la qualità del giorno, del tempo o della celebrazione.

51. Terminato il cantico, alle Lodi mattutine si dicono le invocazioni per consacrare al Signore il giorno e il lavoro, ai Vespri invece le intercessioni (cf nn. 179-193).

52. Dopo le predette invocazioni o intercessioni si dice da tutti il "Padre nostro".

53. Recitato il "Padre nostro" si dice immediatamente l'orazione conclusiva che, per le ferie ordinarie, si trova nel salterio, per gli altri giorni nel Proprio.

54. Quindi, se presiede un sacerdote o un diacono, questi congeda il popolo con il saluto: "Il Signore sia con voi" e la benedizione, come nella Messa, seguita dall'invito: "Andate in pace", R. "Rendiamo grazie a Dio".

Altrimenti la celebrazione si conclude con "Il Signore ci benedica ecc.".

 

III. L'Ufficio delle letture

55. L'Ufficio delle letture ha lo scopo di proporre al popolo di Dio, e specialmente a quelli che sono consacrati al Signore in modo particolare, una meditazione più sostanziosa della Sacra Scrittura e le migliori pagine degli autori spirituali. Sebbene, infatti, la Messa quotidiana offra un ciclo di letture della Sacra Scrittura più abbondante, quel tesoro della rivelazione e della tradizione contenuto nell'Ufficio delle letture sarà di grande profitto per lo spirito. Soprattutto i sacerdoti devono cercare questa ricchezza per poter dispensare a tutti la parola di Dio, che essi stessi hanno ricevuto, e per fare della dottrina, che insegnano, il "nutrimento per il popolo di Dio"9.

56. Quanto si legge della Sacra Scrittura deve essere accompagnato dalla preghiera, perché in tal modo si stabilisce un vero colloquio fra Dio e l'uomo. Infatti quando preghiamo parliamo a lui e quando leggiamo i divini oracoli ascoltiamo lui10. Per questo motivo l'Ufficio delle letture consta anche di salmi, dell'inno, dell'orazione e di altre formule, in modo da avere il carattere di vera preghiera.

57. L'Ufficio delle letture, a norma della Costituzione Sacrosanctum concilium, "pur conservando il carattere di preghiera notturna per il coro, deve essere adattato in modo che si possa recitare in qualsiasi ora del giorno, e avere un minor numero di salmi e letture più lunghe"11.

58. Coloro pertanto che in forza del loro diritto particolare devono conservare a questo Ufficio il carattere di lode notturna, come pure coloro che lodevolmente lo desiderano, sia che lo recitino di notte, sia che lo recitino di buon mattino e prima delle Lodi mattutine, nel Tempo ordinario scelgano l'inno da quella serie destinata a questo scopo12.

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9) Pontificale Romano, Ordinazione del vescovo, n. 14.

10) S. ambrogio, De officiis ministrorum, 1,20,88: PL 16, 50; DV 25.

11) SC 89c.

12) L'edizione italiana della Liturgia delle Ore presenta solo inni in latino con specifico riferimento alla notte. Sono però adatti alla celebrazione anche quelli in italiano.

 

 

Inoltre, per le domeniche, per le solennità e per alcune feste si dovrà tener presente quanto è detto per le celebrazioni vigiliari ai nn. 70-73.

59. Ferma restando la disposizione precedente, l'Ufficio delle letture si può recitare in qualsiasi ora del giorno, e anche nelle ore notturne del giorno precedente, dopo aver recitato i Vespri.

60. Se l'Ufficio delle letture si dice prima delle Lodi mattutine, allora vi si premette l'Invitatorio, come si è detto sopra (nn. 34-36). Altrimenti si comincia con il versetto "O Dio, vieni a salvarmi", il "Gloria", "Come era nel principio" e, fuori del Tempo di Quaresima, l'"Alleluia".

61. Quindi si dice l'inno. Questo, nel Tempo ordinario si sceglie o dalla serie notturna, come è indicato sopra al n. 58 o dalla serie diurna, come richiede la corrispondenza del tempo.

62. Segue la salmodia che consta di tre salmi (o parti, se i salmi occorrenti sono più lunghi). Nel Triduo pasquale, nei giorni fra le ottave di Pasqua e di Natale, come pure nelle solennità e nelle feste, i salmi sono propri con le loro proprie antifone. Nelle domeniche e nelle ferie, invece, i salmi con le loro antifone si prendono dal salterio corrente. Così pure si prendono dal salterio corrente nelle memorie dei santi, a meno che non vi siano salmi o antifone proprie (cf n. 218 ss).

63. Tra la salmodia e le letture si dice, di solito, il versetto; con esso l'orazione passa dalla salmodia all'ascolto delle letture.

64. Si fanno due letture: la prima è biblica, l'altra o è tratta dalle opere dei Padri e degli Scrittori ecclesiastici, o è agiografica.

65. Dopo ogni lettura si dice il responsorio (cf nn. 169-172).

66. Normalmente si deve adottare la lettura biblica riportata nel Proprio del Tempo, secondo le norme che verranno indicate sotto, nn. 140-155. Tuttavia nelle solennità e nelle feste la lettura biblica si prende dal Proprio o dal Comune.

67. La seconda lettura con il suo responsorio si prende o dal Libro della Liturgia delle Ore o dal Lezionario facoltativo, di cui si parla sotto al n. 161. Normalmente è quella riportata nel Proprio del Tempo.

Nelle solennità e nelle feste dei santi si usa la lettura agiografica propria; in mancanza di essa si legge la seconda lettura dal rispettivo Comune dei santi. Anche nelle memorie dei santi, la cui celebrazione non è impedita, in luogo della seconda lettura occorrente si prende quella agiografica (cf nn. 166, 235).

68. Nelle domeniche fuori della Quaresima, nei giorni tra le ottave di Pasqua e di Natale, nelle solennità e nelle feste, dopo la seconda lettura con il suo responsorio si dice l'inno Te Deum, che però si omette nelle memorie e nelle ferie. L'ultima parte dell'inno, cioè dal versetto Salvum fac populum tuum ("Salva il tuo popolo, Signore") sino alla fine, si può omettere.

69. L'Ufficio delle letture normalmente si conclude con l'orazione propria del giorno e, almeno nella recita comune, con l'acclamazione "Benediciamo il Signore". R. "Rendiamo grazie a Dio".

 

IV. Celebrazioni vigiliari

70. La Veglia pasquale viene celebrata da tutta la Chiesa nel modo descritto nei rispettivi libri liturgici. "La Veglia di questa notte ha un'importanza così grande - dice sant'Agostino che da sola potrebbe appropriarsi come nome proprio, il nome comune anche alle altre veglie"13. "Celebriamo, vegliando, quella notte, in cui il Signore è risorto e nella sua carne ha inaugurato per noi quella vita... nella quale non vi sarà più né morte alcuna, né sonno...; per questo colui al quale, risorto, cantiamo vegliando un po' più a lungo, ci concederà di regnare con lui, nella vita senza fine"14.

71. Sul modello della Veglia pasquale, si introdusse nelle diverse Chiese la consuetudine di iniziare con una veglia altre solennità: tra queste primeggiano il Natale del Signore e la

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13) Sermo Guelferbytanus, 5: PLS 2, 550.

14) L. cit.: PLS 2, 552.

 

 

Pentecoste. È un uso che merita di essere conservato e promosso secondo la tradizione propria di ciascuna Chiesa. Se in qualche luogo si ritenesse conveniente dotare di veglia altre solennità o pellegrinaggi, si osservino le norme generali proposte per le celebrazioni della parola di Dio.

72. I Padri e gli autori spirituali spessissimo hanno esortato i fedeli, specialmente coloro che fanno vita contemplativa, alla preghiera notturna, con la quale si esprime e si incita all'attesa del Signore che ritornerà: "A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!" (Mt 25, 6); "Vigilate, dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera, o a mezzanotte, o al canto del gallo, o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati" (Mc 13, 35-36). Sono dunque degni di lode tutti coloro che conservano all'Ufficio delle letture il suo carattere notturno.

73. Poiché inoltre nel rito romano, specialmente per riguardo a coloro che attendono al lavoro apostolico, l'Ufficio delle letture è sempre piuttosto breve, coloro che desiderano protrarlo, secondo la tradizione, con la celebrazione vigiliare della domenica, delle solennità e delle feste, si regolino nel modo seguente: si celebri anzitutto l'Ufficio delle letture come è nel libro della Liturgia delle Ore fino alle letture incluse. Dopo le due letture e prima del Te Deum si aggiungano i cantici che sono indicati a questo scopo nell'Appendice del libro stesso; quindi si legga il Vangelo, seguito eventualmente dall'omelia; poi si canta il Te Deum e si dice l'orazione. Il Vangelo, nelle solennità e nelle feste si prenda dal Lezionario della Messa; nelle domeniche, invece, dalla serie di pericopi pasquali, riportate nell'Appendice del libro della Liturgia delle Ore.

 

V. Terza, Sesta e Nona o Ora media

74. Secondo una tradizione antichissima, i cristiani erano soliti pregare per devozione privata in diversi momenti nel corso della giornata, anche durante il lavoro, per imitare la Chiesa apostolica. Questa tradizione si è espressa in modi diversi e, con l'andare del tempo, si è concretata in celebrazioni liturgiche.

75. L'uso liturgico, tanto dell'Oriente che dell'Occidente, ha conservato Terza, Sesta e Nona, specialmente perché a queste Ore si collegava il ricordo degli eventi della Passione del Signore e della prima propagazione del Vangelo.

76. Il Concilio Vaticano II ha stabilito di mantenere per il coro le Ore minori di Terza, Sesta e Nona15. L'uso liturgico di dire tutte e tre queste Ore sia mantenuto, salvo il diritto particolare, da coloro che fanno vita contemplativa; lo si consiglia anche a tutti, specialmente a coloro che partecipano a un ritiro spirituale o a un convegno pastorale.

77. Fuori del coro, salvo il diritto particolare, si può scegliere una delle tre Ore che più si adatta al momento della giornata, in modo che sia conservata la tradizione di pregare nel corso della giornata nel mezzo del lavoro.

78. L'ordinamento di Terza, Sesta e Nona è perciò strutturato in modo da tener conto sia di coloro che dicono soltanto un'Ora, cioè l'"Ora media", sia di coloro che devono o desiderano dire tutte e tre le Ore.

79. Terza, Sesta e Nona o l'Ora media iniziano con il versetto d'introduzione "O Dio, vieni a salvarmi", il "Gloria al Padre" "Come era nel principio" e l'"Alleluia" (che si omette nel Tempo di Quaresima). Quindi si dice l'inno adatto all'Ora. Segue la salmodia, quindi la lettura breve, seguita dal versetto. L'Ora si conclude con l'orazione e, almeno nella recita in comune, con l'acclamazione "Benediciamo il Signore". R. "Rendiamo grazie a Dio".

80. Gli inni e le orazioni variano secondo le Ore, così da rispondere, come vuole anche la tradizione, al tempo vero e così santificare in modo più confacente le ore del giorno. Pertanto chi dice soltanto un'Ora deve scegliere quegli elementi che corrispondono all'Ora stessa.

Inoltre le letture brevi e le orazioni variano secondo la qualità del giorno, del tempo o della celebrazione.

81. Viene proposta una duplice salmodia: una ordinaria, l'altra complementare. Chi dice un'Ora soltanto usi la salmodia ordinaria. Chi invece dice più Ore, in una prenda la salmodia ordinaria, nelle altre quella complementare.

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15) Cf SC 89e.

 

 

82. La salmodia ordinaria consta di tre salmi (o parti, se si tratta di salmi più lunghi) desunti dal testo del salterio: questi si dicono con le loro antifone, salvo che a suo luogo sia detto altrimenti.

Nelle solennità, nel Triduo pasquale e nei giorni fra l'ottava di Pasqua, si dicono le antifone proprie con tre salmi scelti dalla salmodia complementare, a meno che non si debbano usare salmi particolari, o la celebrazione della solennità ricorra in domenica: in questo caso si prendono i salmi della domenica della prima settimana.

83. La salmodia complementare consta di gruppi di tre salmi scelti ordinariamente tra quelli che son chiamati "graduali".

 

VI. Compieta

84. Compieta è l'ultima preghiera del giorno, da recitarsi prima del riposo notturno, eventualmente anche dopo la mezzanotte.

85. Compieta inizia, come le altre Ore, con il versetto "O Dio, vieni a salvarmi", il "Gloria al Padre", "Come era nel principio" e l'"Alleluia" (che si omette nel Tempo di Quaresima).

86. Quindi segue, lodevolmente, l'esame di coscienza. Nella celebrazione in comune, l'esame si compie in silenzio o si inserisce in un atto penitenziale servendosi delle formule del Messale Romano.

87. Quindi si dice l'inno adatto.

88. La salmodia, alla domenica, dopo i I Vespri, consta dei salmi 4 e 133; dopo i II Vespri, del salmo 90. Per gli altri giorni sono stati scelti salmi adatti a ravvivare specialmente la fiducia in Dio. È però consentito sostituirli con i salmi della domenica. Così saranno agevolati coloro che volessero recitare Compieta a memoria.

89. Dopo la salmodia, si fa la lettura breve, seguita dal responsorio "Signore, nelle tue mani"; quindi si dice il cantico evangelico Nunc dimittis ("Ora lascia, o Signore") con la sua antifona. Esso è quasi il vertice di tutta l'Ora.

90. L'orazione conclusiva si dice come è indicato nel salterio.

91. Dopo l'orazione segue, anche nella recita individuale, la benedizione: "II Signore ci conceda una notte serena".

92. Infine si dice una delle antifone della beata Vergine Maria. Durante il Tempo pasquale si dirà sempre l'antifona Regina caeli.

Oltre le antifone contenute nel libro della Liturgia delle Ore, ne possono essere approvate altre dalle Conferenze Episcopali16.

 

VII. Modo di unire le Ore dell'Ufficio con la Messa o tra di loro quando si ritiene opportuno

93. In casi particolari, se le circostanze lo richiedono, nella celebrazione pubblica o comune si può fare un'unione più stretta tra la Messa e un'Ora dell'Ufficio, secondo le norme che seguono, purché la Messa e l'Ora siano dell'unico e medesimo Ufficio. Si deve però evitare che ciò vada a detrimento dell'azione pastorale, specialmente in domenica.

94. Quando le Lodi mattutine, celebrate in coro o in comune, precedono immediatamente la Messa, l'azione liturgica può incominciare o dal versetto iniziale e dall'inno delle Lodi, specialmente nei giorni feriali, o dal canto dell'introito con la processione d'ingresso e il saluto del celebrante, specialmente nei giorni festivi, omettendo, nel caso, uno dei due riti iniziali. Quindi si prosegue con la salmodia delle Lodi, come al solito, fino alla lettura breve esclusa. Dopo la salmodia, omesso l'atto penitenziale, e, secondo l'opportunità, il "Signore, pietà", segue, a norma delle rubriche, il "Gloria a Dio nell'alto dei cicli" e il celebrante dice l'orazione della Messa. Poi si continua con la liturgia della Parola nel modo consueto. L'orazione universale si fa al momento e nella forma consueta della Messa. Tuttavia, nei giorni feriali, nella Messa del mattino,

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16) Cf SC 38. L'edizione italiana ne contiene già alcune in più di quella latina.

 

 

invece del formulario quotidiano della preghiera universale si possono dire le invocazioni delle Lodi. Dopo la comunione con il suo proprio canto, si canta il Benedictus con la rispettiva antifona delle Lodi, quindi si dice l'orazione dopo la comunione e tutto il resto come al solito.

95. Se l'Ora media (cioè Terza, Sesta o Nona, secondo quello che richiede la corrispondenza delle Ore) celebrata pubblicamente precede immediatamente la Messa, l'azione liturgica può ugualmente incominciare o dal versetto iniziale e dall'inno dell'Ora, specialmente nei giorni feriali, o dal canto dell'introito con la processione d'ingresso e il saluto del celebrante, specialmente nei giorni festivi, omettendo, nel caso, uno dei due riti iniziali.

Quindi si prosegue con la salmodia dell'Ora nel modo solito, fino alla lettura breve esclusa. Dopo la salmodia, omesso l'atto penitenziale e, secondo l'opportunità, il "Signore, pietà" si dice, secondo le rubriche, il "Gloria a Dio nell'alto dei cicli", e il celebrante dice l'orazione della Messa.

96. I Vespri, che precedono immediatamente la Messa, si possono unire a essa allo stesso modo delle Lodi mattutine. Tuttavia i Vespri delle solennità o delle domeniche o delle feste del Signore che cadono in domenica, si possono celebrare soltanto terminata la Messa del giorno precedente o del sabato.

97. Quando invece l'Ora media, cioè Terza, Sesta o Nona, o Vespri seguono la Messa, allora si celebra la Messa come al solito fino all'orazione dopo la comunione compresa. Detta l'orazione dopo la comunione incomincia senz'altro la salmodia di quell'Ora. Nell'Ora media, terminata la salmodia, subito, omessa la lettura breve, si dice l'orazione e la formula di congedo, come nella Messa. Ai Vespri, finita la salmodia e omessa la lettura, si aggiunge subito il cantico Magnificat con la sua antifona e, tralasciate le intercessioni e il "Padre nostro", si dice l'orazione conclusiva e si benedice il popolo.

98. Eccetto il caso della notte di Natale, di regola si esclude l'unione della Messa con l'Ufficio delle letture, perché la Messa stessa ha il suo ciclo di letture, che va tenuto distinto dall'altro. Tuttavia, se qualche volta in qualche singolo caso fosse necessario farlo, allora, subito dopo la seconda lettura

dell'Ufficio con il suo responsorio, omesso tutto il resto, ha inizio la Messa dall'inno "Gloria a Dio nell'alto dei cicli", se si deve dire, altrimenti dall'orazione.

99. Se l'Ufficio delle letture si dice immediatamente prima di un'altra Ora dell'Ufficio, all'inizio dell'Ufficio delle letture si può premettere l'inno adatto a quell'Ora; al termine dell'Ufficio delle letture si omette l'orazione e la conclusione, e, nell'Ora che segue, si tralascia il versetto iniziale con il "Gloria al Padre".

 

 

Capitolo III

I DIVERSI ELEMENTI DELLA LITURGIA DELLE ORE

I. I salmi e il loro rapporto con la preghiera cristiana

100. Nella Liturgia delle Ore la Chiesa prega in gran parte con quei bellissimi canti, che i sacri autori, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno composto nell'Antico Testamento. Per la loro stessa origine, infatti, essi hanno una capacità tale da elevare la mente degli uomini a Dio, da suscitare in essi pii e santi affetti, da aiutarli mirabilmente a render grazie a Dio nelle circostanze prospere, da recare consolazione e fermezza d'animo nelle avversità.

101. I salmi, tuttavia, non offrono che un'immagine imperfetta di quella pienezza dei tempi che apparve in Cristo Signore e dalla quale trae il suo vigore la preghiera della Chiesa. Pertanto può talvolta accadere che, pur concordando tutti i cristiani nella somma stima dei salmi, trovino tuttavia qualche difficoltà, nello stesso tempo in cui cercano di far propri nella preghiera quei canti venerandi.

102. Ma lo Spirito Santo, sotto la cui ispirazione i salmisti hanno cantato, assiste sempre con la sua grazia coloro che eseguono tali inni con fede e buona volontà. È tuttavia necessario che ciascuno, secondo le sue possibilità, si procuri "una maggiore formazione biblica, specialmente riguardo ai salmi"1. Inoltre si deve arrivare ad assimilare bene il modo e il metodo migliore per pregarli come si conviene.

103. I salmi non sono letture, né preghiere scritte in prosa, ma poemi di lode. Quindi anche se talvolta fossero stati eseguiti come letture, tuttavia, in ragione del loro genere letterario, giustamente furono detti dagli ebrei "Tehillim", cioè "cantici di lode" e dai greci "psalmoi" cioè "cantici da eseguire al suono del salterio". In verità, infatti, tutti i salmi hanno un certo carattere musicale, che ne determina la forma di esecuzione più consona. Per cui anche se il salmo viene recitato senza canto, anzi da uno solo e in silenzio, deve sempre conservare il suo carattere musicale: esso offre certo un testo di preghiera alla mente dei fedeli, tuttavia tende più a muovere il cuore di quanti lo cantano, lo ascoltano e magari lo eseguono con "il salterio e la cetra".

104. Chi dunque vuole salmeggiare con spirito di intelligenza deve percorrere i salmi versetto per versetto e rimanere sempre pronto nel suo cuore alla risposta. Così vuole lo Spirito, che ha ispirato il salmista e che assisterà ogni uomo di sentimenti religiosi aperto ad accogliere la sua grazia. Per questo la salmodia, anche se eseguita con tutto quel rispetto che si deve alla maestà di Dio, deve prorompere dalla gioia del cuore e ispirarsi all'amore, come si addice a una poesia sacra e a un canto divino, e massimamente alla libertà dei figli di Dio.

105. Spesso le espressioni del salmo ci offriranno il modo di pregare più facilmente e con maggior fervore, sia quando rendiamo grazie a Dio e lo glorifichiamo in esultanza, sia quando lo supplichiamo dal profondo delle nostre sofferenze. Tuttavia - soprattutto se il salmo non si rivolge direttamente a Dio - può sorgere talvolta qualche difficoltà. Il salmista, infatti, nella sua qualità di poeta spesso parla al popolo rievocando la storia d'Israele; talvolta interpella altri, e fra questi magari anche creature prive di ragione. Talora introduce a parlare anche Dio stesso e gli uomini, e anche, come nel salmo 2, i nemici di Dio. È chiaro quindi che il salmo non è preghiera

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1) SC 90.

 

 

dello stesso tipo di una orazione o colletta composta dalla Chiesa.

Inoltre il carattere poetico e musicale dei salmi comporta che talvolta siano piuttosto cantati davanti a Dio anziché svolgersi in discorso diretto a lui, come avverte san Benedetto: "Consideriamo come ci si deve comportare alla presenza di Dio e dei suoi angeli, e partecipiamo alla salmodia in modo che il nostro spirito preghi all'unisono con la nostra voce"2.

106. Chi recita i salmi apre il suo cuore a quei sentimenti che i salmi ispirano secondo il loro genere letterario: di lamentazione, di fiducia, di rendimento di grazie. Questi generi letterari giustamente sono tenuti in grande considerazione dagli esegeti.

107. Chi recita i salmi, aderendo al significato delle parole, presta attenzione all'importanza del testo per la vita umana dei credenti.

Si sa, infatti, che ogni salmo fu composto in circostanze particolari, alle quali intendono riferirsi i titoli premessi a ciascuno di essi nel salterio ebraico. Ma in verità qualunque sia la sua origine storica, ogni salmo ha un proprio significato, che anche ai nostri tempi non possiamo trascurare. Sebbene quei carmi siano stati composti molti secoli fa presso popoli orientali, essi esprimono assai bene i dolori e la speranza, la miseria e la fiducia degli uomini di ogni tempo e regione, e cantano specialmente la fede in Dio, la rivelazione e la redenzione.

108. Chi recita i salmi nella Liturgia delle Ore, li recita non tanto a nome proprio quanto a nome di tutto il Corpo di Cristo, anzi nella persona di Cristo stesso. Se ciascuno tiene presente questa dottrina, svaniscono le difficoltà, che chi salmeggia potrebbe avvertire per la differenza del suo stato d'animo da quello espresso nel salmo, come accade quando chi è triste e nell'angoscia incontra un salmo di giubilo, o, al contrario, è felice e si trova di fronte a un canto di lamentazione. Nella preghiera puramente privata si può evitare questa dissonanza, perché vi è modo di scegliere il salmo più adatto al proprio stato d'animo. Nell'Ufficio divino, invece, si ha un determinato

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2) RB 19.

 

 

ciclo di salmi valevole per tutta la comunità ed eseguito non a titolo personale, ma a nome di tutta la Chiesa, anche quando si tratta di un orante che celebra qualche Ora da solo. Chi salmeggia a nome della Chiesa può sempre trovare un motivo di gioia o tristezza, perché anche in questo fatto conserva il suo significato l'espressione dell'Apostolo: "Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto" (Rm 12, 15) e così la fragilità umana, ferita dall'amor proprio, viene risanata nella misura di quella carità per la quale la mente concorda con la voce che salmeggia3.

109. Chi recita i salmi a nome della Chiesa, deve badare al senso pieno dei salmi, specialmente al senso messianico, per il quale la Chiesa ha adottato il salterio. Tale senso messianico è diventato pienamente chiaro nel Nuovo Testamento, anzi fu posto in piena luce dallo stesso Cristo Signore, quando disse agli apostoli: "Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei profeti e nei salmi" (Lc 24, 44). Di ciò è esempio notissimo quel dialogo, riferito da Matteo, circa il Messia, Figlio di David e suo Signore4 in cui il salmo 109 è riferito al Messia.

Seguendo questa via, i santi Padri accolsero e spiegarono tutto il salterio come profezia di Cristo e sulla Chiesa; e con lo stesso criterio i salmi sono stati scelti nella sacra liturgia. Sebbene talvolta si proponessero alcune interpretazioni alquanto complicate, tuttavia generalmente sia i Padri che la liturgia con ragione vedevano nei salmi Cristo che si rivolge al Padre, o il Padre che parla al Figlio; anzi riconoscevano la voce della Chiesa, degli apostoli e dei martiri.

Questo metodo di interpretazione fiorì anche nel Medioevo, quando coloro che salmeggiavano trovavano in molti codici, scritti in quell'epoca, il titolo preposto a ciascun salmo e così si apriva loro il senso cristologico dei salmi.

L'interpretazione cristologica non si limita soltanto a quei salmi che sono considerati messianici, ma si estende a molti altri, nei quali senza dubbio si tratta di semplici adattamenti, convalidati tuttavia dalla tradizione della Chiesa.

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3) Cf RB 19.

4) Mt 22, 44 ss.

 

 

Soprattutto nella salmodia dei giorni festivi, i salmi sono stati scelti in base a un certo orientamento cristologico, ad illustrare il quale per lo più vengono proposte delle antifone tratte dagli stessi salmi.

 

II. Le antifone e gli altri elementi che aiutano a pregare con i salmi

110. Tre elementi nella tradizione latina hanno contribuito molto a far comprendere i salmi e a trasformarli in preghiera cristiana: i titoli, le orazioni dopo i salmi e soprattutto le antifone.

111. Nel salterio della Liturgia delle Ore, ad ogni salmo è premesso un titolo sul suo significato e la sua importanza per la vita umana del credente. Questi titoli, nel libro della Liturgia delle Ore, sono proposti unicamente a utilità di coloro che recitano i salmi. Per alimentare la preghiera alla luce della rivelazione nuova, si aggiunge una sentenza del Nuovo Testamento o dei Padri che invita a pregare in senso cristologico.

112. Le orazioni sui salmi hanno il fine di aiutare coloro che li recitano a interpretarli in senso soprattutto cristiano. Sono proposte per i singoli salmi nel Supplemento al libro della Liturgia delle Ore e si possono liberamente usare, secondo una antica tradizione. Così terminato il salmo e fatta una pausa di silenzio, l'orazione raccoglie e conclude i sentimenti di coloro che hanno recitato il salmo.

113. Anche quando la Liturgia delle Ore è eseguita senza canto, ogni salmo ha la propria antifona, che si dice ugualmente nella recita individuale. Le antifone, infatti, aiutano a illustrare il genere letterario del salmo; trasformano il salmo in preghiera personale: mettono meglio in luce una frase degna di attenzione, che altrimenti potrebbe sfuggire; danno un certo tono particolare a qualche salmo a seconda delle circostanze; anzi, purché si escludano adattamenti stravaganti, giovano molto all'interpretazione tipologica o festiva; possono rendere piacevole e varia la recita dei salmi.

114. Le antifone nel salterio sono composte in modo da poter essere tradotte nelle lingue moderne anzi da poter essere ripetute dopo ciascuna strofa, secondo quanto è detto al n. 125. Nell'Ufficio del Tempo ordinario celebrato senza canto, al posto di queste antifone si possono usare, se si ritiene opportuno, le sentenze preposte ai salmi (cf n. 111).

115. Quando il salmo, per la sua lunghezza, si può dividere in più parti entro una sola e medesima Ora, alle singole parti viene assegnata un'antifona propria, sia per rendere più varia la recita dei salmi, specialmente nella celebrazione con il canto sia per comprendere meglio la ricchezza del salmo; tuttavia è consentito recitare il salmo intero senza interruzione, usando solo la prima antifona.

116. Vi sono antifone proprie per i singoli salmi alle Lodi e ai Vespri nel Triduo pasquale, nei giorni fra le ottave di Pasqua e di Natale, nelle domeniche del Tempo di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, come pure nelle ferie della Settimana santa, del Tempo pasquale e nei giorni dal 17 al 24 dicembre.

117. Nelle solennità, l'Ufficio delle letture, le Lodi mattutine, Terza, Sesta, Nona e i Vespri hanno antifone proprie; altrimenti si prendono dal Comune. Nelle feste si osserva la stessa norma dell'Ufficio delle letture, alle Lodi mattutine e ai Vespri.

118. Quelle memorie di santi che le avessero, si celebrano con antifone proprie (cf n. 235).

119. Le antifone al Benedictus e al Magnificat nell'Ufficio del Tempo si prendono dal Proprio del Tempo, se vi sono, altrimenti dal salterio corrente; nelle solennità e nelle feste si prendono dal Proprio, se vi sono, altrimenti dal Comune; nelle memorie, che non hanno antifona propria, si può dire o l'antifona del Comune o quella della feria corrente.

120. Nel Tempo pasquale, a tutte le antifone si aggiunge l'"Alleluia", tranne i casi in cui non si accorda con il senso dell'antifona.

 

III. Il modo di salmodiare

121. Sono possibili svariati modi di eseguire i salmi secondo che lo richiedono il genere letterario, la lunghezza, la lingua, l'esecuzione individuale o collettiva, la partecipazione del popolo.

La facoltà di scegliere fra molte soluzioni possibili quella più confacente, giova non poco a far meglio percepire la fragranza spirituale e artistica dei salmi. Questi, infatti, non sono stati ordinati quasi fossero delle semplici quantità di preghiera da far seguire le une alle altre, ma secondo il criterio del contenuto e del carattere specifico di ciascuno di essi.

122. I salmi si cantano o si recitano in modo continuato (cioè in directum), oppure a versetti o strofe in alternanza tra due cori o parti dell'assemblea, o in modo responsoriale. Tutto ciò secondo le diverse usanze confermate dalla tradizione e dall'esperienza.

123. All'inizio di ogni salmo si premetta sempre l'antifona corrispondente, come viene indicato sopra ai nn. 113-120. Si mantenga poi l'uso di concluderlo con il "Gloria al Padre" e il "Come era". Il "Gloria" è infatti una conclusione adatta, convalidata dalla tradizione e tale da conferire alla preghiera dell'Antico Testamento un senso laudativo di carattere cristologico e trinitario. Dopo il salmo, secondo l'opportunità, si ripete l'antifona.

124. Quando si recitano salmi più lunghi, questi nel salterio sono suddivisi in modo da esprimere la struttura ternaria dell'Ora, sempre però nel pieno rispetto della loro reale linea di pensiero.

È bene attenersi a questa divisione, specialmente nella celebrazione corale in lingua latina, aggiungendo il "Gloria al Padre" alla fine di ogni sezione.

Tuttavia è consentito o mantenere questo modo tradizionale, o interporre una pausa fra le diverse parti del medesimo salmo, o recitare il salmo intero tutto di seguito con la propria antifona.

125. Quando, inoltre, il genere letterario del salmo lo consente, vengono indicate delle divisioni in strofe, in modo che, specialmente se i salmi vengono cantati in una lingua moderna, si possano eseguire intercalando l'antifona dopo ogni strofa; in tal caso è sufficiente aggiungere il "Gloria al Padre" alla fine di tutto il salmo.

 

IV. Criteri di distribuzione dei salmi nell'Ufficio

126. I salmi sono distribuiti in un ciclo di quattro settimane. Pochissimi sono quelli esclusi. Altri, poi, considerati come tradizionalmente più importanti, sono ripetuti con maggiore frequenza. Alle Lodi mattutine, ai Vespri e a Compieta sono assegnati salmi adatti alla rispettiva Ora5.

127. Per le Lodi mattutine e per i Vespri, Ore particolarmente destinate alla celebrazione con il popolo, sono stati scelti salmi più adatti a questo scopo.

128. Per la Compieta si è tenuto presente la norma data al n.88.

129. Per la domenica, inclusi l'Ufficio delle letture e l'Ora media, sono stati scelti quei salmi che, secondo la tradizione, sono più indicati per esprimere il mistero pasquale. Al venerdì sono stati assegnati alcuni salmi penitenziali o della Passione.

130. Sono riservati ai Tempi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua tre salmi, cioè il 77, il 104 e il 105, che più chiaramente mettono in luce la storia della salvezza nell'Antico Testamento come preannuncio di quella che è portata a compimento nel Nuovo.

131. I tre salmi 57, 82 e 108, nei quali prevale il carattere imprecatorio, vengono esclusi dal salterio corrente. Così pure alcuni versetti di qualche salmo sono stati omessi come viene indicato all'inizio del salmo. L'omissione di questi testi è dovuta unicamente a una certa qual difficoltà psicologica. Infatti questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del Nuovo Testamento, per esempio nell'Apocalisse al cap. 6, 10, e in nessun modo intendono indurre a maledire.

132. I salmi che sono troppo lunghi per essere contenuti in una sola Ora dell'Ufficio, sono distribuiti in diversi giorni, nella stessa Ora, in modo che possano essere recitati integralmente da coloro che non sono soliti dire le altre Ore. Così il salmo 118, secondo una sua propria divisione, è distribuito in ventidue giorni all'Ora media, perché per tradizione era assegnato alle ore diurne.

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5) Cf SC 91.

 

 

133. Il ciclo di quattro settimane del salterio è connesso con l'anno liturgico in modo tale che dalla prima settimana, tralasciando eventualmente le altre, venga ripreso alla prima domenica di Avvento, alla prima settimana del Tempo ordinario, alla prima domenica di Quaresima e alla prima domenica di Pasqua.

Dopo Pentecoste, poiché nel Tempo ordinario il ciclo del salterio segue la serie delle settimane, si riprende da quella settimana del salterio che nel Proprio del Tempo è indicata all'inizio della rispettiva settimana del Tempo ordinario.

134. Nelle solennità e nelle feste, nel Triduo pasquale, nei giorni tra le ottave di Pasqua e di Natale, all'Ufficio delle letture sono assegnati salmi propri, tra quelli confermati dalla tradizione. La loro idoneità per lo più è illustrata dall'antifona. Lo stesso avviene anche per l'Ora media in alcune solennità del Signore e nell'ottava di Pasqua. Alle Lodi mattutine si prendono i salmi e il cantico della prima domenica del salterio. Ai primi Vespri delle solennità, i salmi sono della serie "Laudate" secondo l'uso antico. Ai secondi Vespri delle solennità e ai Vespri delle feste, i salmi e il cantico sono propri. All'Ora media delle solennità, eccettuate quelle di cui si è detto sopra, purché non ricorrano in giorno di domenica, i salmi si prendono fra quelli detti graduali; all'Ora media delle feste si dicono i salmi del giorno corrente dei salterio.

135. In tutti gli altri casi i salmi si prendono dal salterio corrente, a meno che non vi siano antifone proprie o salmi propri.

 

V. I cantici dell'Antico e del Nuovo Testamento

136. Alle Lodi tra il primo e il secondo salmo, si inserisce, come consuetudine, un cantico dell'Antico Testamento. Oltre la serie già adottata dall'antica tradizione romana e l'altra introdotta nel Breviario da san Pio X, nel salterio sono stati ammessi parecchi altri cantici tratti dai diversi libri dell'Antico Testamento, in modo che ciascun giorno feriale delle quattro settimane abbia il suo proprio cantico; nelle domeniche si alternano le due parti del cantico dei "Tre fanciulli".

137. Ai Vespri, dopo i due salmi, si inserisce un cantico del Nuovo Testamento, tratto dalle Lettere o dall'Apocalisse. Sono indicati sette cantici, per i singoli giorni di ciascuna settimana. Nelle domeniche di Quaresima, in luogo del cantico alleluiatico dell'Apocalisse, si dice il cantico dalla prima Lettera di Pietro. Inoltre nella solennità dell'Epifania e nella festa della Trasfigurazione del Signore, si dice il cantico indicato a suo luogo, tratto dalla prima lettera a Timoteo.

138. I cantici evangelici Benedictus, Magnifcat, Nunc dimittis abbiano il medesimo onore, la medesima solennità e dignità di cui si è soliti circondare il Vangelo, quando si ascolta.

139. Sia la salmodia che le letture sono disposte secondo la norma costante della tradizione, in modo che prima si legga l'Antico Testamento, poi l'Apostolo e per ultimo il Vangelo.

 

VI. La lettura della Sacra Scrittura

a) Lettura della Sacra Scrittura in genere

140. La lettura della Sacra Scrittura, che per antica tradizione si fa pubblicamente nella liturgia, non soltanto nella celebrazione eucaristica, ma anche nell'Ufficio divino, dev'essere tenuta nella massima considerazione da tutti i cristiani, perché viene proposta dalla Chiesa stessa, non a scelta dei singoli o secondo la disposizione più favorevole del loro animo, ma in ordine al mistero che la Sposa di Cristo "svolge attraverso il ciclo annuale dall'Incarnazione e dalla Natività fino all'Ascensione, al giorno di Pentecoste e all'attesa della beata speranza e del ritorno del Signore"6.

Inoltre nella celebrazione liturgica la lettura della Sacra Scrittura è sempre accompagnata dalla preghiera, in modo che la lettura porti maggior frutto e a sua volta la preghiera, specialmente dei salmi, venga compresa più pienamente e fatta con più intensa pietà in forza della lettura.

141. Nella Liturgia delle Ore, viene proposta sia una forma più lunga di lettura della Sacra Scrittura sia una forma più breve.

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6) SC 102.

 

 

142. La lettura più lunga, che si può fare facoltativamente alle Lodi mattutine e ai Vespri, è descritta sopra al n. 46.

 

b) Ciclo di letture bibliche nell'Ufficio delle letture

143. Nel ciclo lezionale biblico dell'Ufficio delle letture si tiene conto sia di quei tempi sacri nei quali, per venerabile tradizione, si devono leggere determinati libri, sia del ciclo lezionale della Messa. La Liturgia delle Ore è coordinata con quella della Messa, in modo tale che la lettura della Scrittura nell'Ufficio completi quella della Messa, e si abbia così un compendio di tutta la storia della salvezza.

144. Ferma restando l'eccezione di cui al n. 73, il Vangelo nella Liturgia delle Ore non si legge, perché lo si legge integralmente ogni anno nella Messa.

145. Si ha un duplice ciclo di lettura biblica: uno è inserito nel libro della Liturgia delle Ore e comprende un solo anno; l'altro, facoltativo, è contenuto nel Supplemento ed è biennale, come quello delle letture assegnate al Tempo ordinario nella Messa feriale.

146. Il ciclo biennale delle letture è disposto in modo che ogni anno vengano assegnati alla Liturgia delle Ore quasi tutti i libri della Sacra Scrittura, come pure i testi più lunghi e più difficili, meno idonei ad esser letti nella Messa. Mentre però il Nuovo Testamento si legge integralmente ogni anno, parte nella Messa, parte nella Liturgia delle Ore, dai libri dell'Antico Testamento sono state scelte solo quelle parti che hanno maggiore importanza per la comprensione della storia della salvezza e per il nutrimento della pietà.

La complementarità fra le letture assegnate alla Liturgia delle Ore e quelle della Messa esige necessariamente che lo stesso libro ricorra ad anni alterni nella Messa e nella Liturgia delle Ore o almeno, se si legge nello stesso anno, che intercorra un certo spazio di tempo. Ciò perché non vengano assegnati gli stessi testi agli stessi giorni, né vengano distribuiti gli stessi libri qua e là negli stessi tempi, cosa che lascerebbe alla Liturgia delle Ore i brani di minore importanza e turberebbe l'ordine dei testi.

147. Nel Tempo di Avvento, secondo un'antica tradizione, si leggono brani tratti dal libro di Isaia, in lettura semicontinua, e ad anni alternati. Vi si aggiungono il libro di Ruth e alcune profezie del libro di Michea.

Poiché dal 17 al 24 dicembre si leggono pagine assegnate in modo speciale a quei giorni, si omettono quelle letture della terza settimana di Avvento eventualmente eccedenti.

148. Dal 29 dicembre al 5 gennaio si legge, nel primo anno, la lettera ai Colossesi, nella quale l'incarnazione del Signore è presentata nell'ambito di tutta la storia della salvezza; nel secondo anno si legge il Cantico dei Cantici, nel quale è simboleggiata l'unione di Dio e dell'uomo in Cristo: "allora, infatti, Dio Padre celebrò le nozze di Dio suo Figlio, quando nel grembo della Vergine lo congiunse alla natura umana, allorché volle che lui che era Dio prima dei secoli, diventasse uomo alla fine dei secoli"7.

149. Dal 7 gennaio al sabato dopo l'Epifania, si leggono i testi escatologici tratti da Isaia 60-66 e da Baruch; le letture, eventualmente eccedenti, in quell'anno si omettono.

150. In Quaresima, nel primo anno si leggono brani dal libro del Deuteronomio e dalla Lettera agli Ebrei. Nel secondo anno viene offerto un compendio della storia della salvezza dai libri dell'Esodo, del Levitico e dei Numeri. La Lettera agli Ebrei interpreta l'antica alleanza alla luce del mistero pasquale di Cristo.

Dalla medesima Lettera il Venerdì santo "in Passione Domini" si legge il brano sul sacrificio di Cristo (9, 11-28) e il Sabato santo quello sul riposo del Signore (4, 1-16). Negli altri giorni della Settimana santa, nel primo anno si leggono il terzo e il quarto carme del Servo del Signore dal libro di Isaia, e brani tratti dal libro delle Lamentazioni; nel secondo anno si legge il profeta Geremia, come tipo del Cristo sofferente.

151. Nel Tempo pasquale, eccettuate le domeniche prima e seconda di Pasqua e le solennità dell'Ascensione e della Pentecoste, si leggono, secondo la tradizione, nel primo anno la

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7) S. Gregorio M., Homilia 34 in Evangelia: PL 76, 1282.

 

 

prima Lettera di Pietro, il libro dell'Apocalisse, e le Lettere di Giovanni; nel secondo anno gli Atti degli Apostoli.

152. Dal lunedì dopo la domenica del Battesimo del Signore fino alla Quaresima e dal lunedì dopo Pentecoste fino all'Avvento, decorre la serie continua delle trentaquattro settimane del Tempo ordinario.

Questa serie viene interrotta dal Mercoledì delle Ceneri fino al giorno di Pentecoste. Il lunedì dopo la domenica di Pentecoste si riprende la lettura del Tempo ordinario da quella settimana che segue la settimana interrotta per il sopravvenire della Quaresima, omessa la lettura assegnata alla domenica. Negli anni in cui si hanno solo trentatré settimane del Tempo ordinario, si omette la settimana che cade immediatamente dopo la Pentecoste, in modo da leggere sempre le letture delle ultime settimane, che sono di indole escatologica. I libri dell'Antico Testamento sono distribuiti secondo la storia della salvezza: Dio rivela se stesso lungo il corso della vita di quel popolo, che per successive tappe viene condotto e illuminato. Pertanto i profeti si leggono intercalati ai libri storici, tenuto conto del tempo nel quale vissero e insegnarono. Per questo, nel primo anno la serie delle letture dell'Antico Testamento propone contemporaneamente libri storici e oracoli dei profeti dal libro di Giosuè fino ai testi connessi con il tempo dell'esilio incluso.

Nel secondo anno, dopo la lettura della Genesi, da farsi prima della Quaresima, si riprende la storia della salvezza da dopo l'esilio fino al tempo dei Maccabei. S'inseriscono nello stesso anno i profeti più recenti, i libri sapienziali e le narrazioni dei libri di Ester, Tobia e Giuditta. Le Lettere degli apostoli, che non si leggono nei tempi speciali, vengono distribuite tenendo conto sia delle letture della Messa, sia dell'ordine cronologico in cui sono state scritte.

153. Il ciclo di un solo anno è stato abbreviato in modo che ogni anno si leggano brani scelti della Sacra Scrittura, tenuti presenti ambedue i cicli di letture della Messa, ai quali sono di complemento.

154. Alle solennità e alle feste è assegnata una lettura propria, mancando la quale si ricorre al Comune dei santi.

155. Le singole pericopi, per quanto è possibile, conservano una certa unità; pertanto per non superare una giusta lunghezza, del resto diversa secondo i vari generi letterari dei libri, talvolta sono omessi alcuni versetti: cosa che è sempre indicata a suo luogo. Però si può - ed è cosa lodevole - leggere integralmente il brano su di un testo approvato.

 

c) Letture brevi

156. Le letture brevi, o "capitoli", di cui l'importanza nella Liturgia delle Ore è stata descritta al n. 45, sono state scelte in modo da esprimere brevemente ma chiaramente una sentenza o una esortazione. Ne è stata curata anche la varietà.

157. Sono state perciò fissate quattro serie settimanali di letture brevi per il Tempo ordinario. Sono inserite nel salterio, in modo che la lettura cambi ogni giorno per quattro settimane. Si hanno inoltre delle serie settimanali per i tempi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua.

Hanno letture brevi proprie le solennità, le feste e alcune memorie. C'è pure una serie di una settimana per la Compieta.

158. Nella scelta delle letture brevi si sono osservati i seguenti criteri:

a) secondo la tradizione, sono stati esclusi i Vangeli;

b) per quanto possibile, fu tenuto presente il carattere particolare della domenica, del venerdì e anche delle singole Ore;

c) le letture dei Vespri sono state scelte solo dal Nuovo Testamento, perché seguono il cantico, che è della stessa origine.

 

VII. La lettura dei Padri e degli Scrittori ecclesiastici

159. Secondo la tradizione della Chiesa Romana, nell'Ufficio delle letture, dopo la lettura biblica, si ha quella dei Padri o degli Scrittori ecclesiastici con il suo responsorio, a meno che non si debba leggere quella agiografica (cf nn. 228-239).

160. In questa lettura vengono proposti testi tratti dagli scritti dei santi Padri, dei Dottori e di altri Scrittori ecclesiastici appartenenti sia alla Chiesa Orientale che Occidentale, in modo però da dare la preferenza ai santi Padri che godono di una particolare autorità nella Chiesa.

161. Oltre alle letture assegnate al libro della Liturgia delle Ore per i singoli giorni, si ha pure un Lezionario facoltativo, nel quale è presentata una maggiore abbondanza di letture, in modo da aprire più largamente il tesoro della tradizione della Chiesa a coloro che celebrano l'Ufficio divino. È data facoltà a ognuno di prendere la seconda lettura o dal libro della Liturgia delle Ore, o dal Lezionario facoltativo.

162. Le Conferenze Episcopali possono inoltre preparare anche altri testi rispondenti alle tradizioni e alla mentalità della propria regione8 da inserire nel Lezionario facoltativo come supplemento.

Questi testi vanno ricavati dalle opere di Scrittori cattolici distinti per dottrina e santità di vita.

163. Lo scopo di tale lettura è principalmente la meditazione della parola di Dio, così come è accolta dalla Chiesa nella sua tradizione. La Chiesa, infatti, ha sempre ritenuto necessario spiegare ai fedeli in maniera autentica la parola di Dio, perché "la linea della interpretazione profetica e apostolica si svolgesse secondo la norma del senso ecclesiastico e cattolico"9.

164. Dal contatto assiduo con i documenti presentati dalla tradizione universale della Chiesa, i lettori sono condotti a una più profonda meditazione della Sacra Scrittura e a un soave e vivo amore per essa. Gli scritti dei santi Padri, infatti, sono splendide testimonianze di quella meditazione della parola di Dio, prolungatasi per secoli, con la quale la Sposa del Verbo incarnato, cioè la Chiesa "che ha con sé il consiglio e lo spirito del suo Sposo e Dio"10 si sforza di giungere giorno per giorno a una più profonda intelligenza delle Sacre Scritture.

165. La lettura dei Padri inoltre aiuta i cristiani a comprendere meglio il significato dei tempi e delle celebrazioni liturgiche. Apre loro l'accesso alle inestimabili ricchezze spirituali che formano il prezioso patrimonio della Chiesa, e insieme presentano il fondamento della vita spirituale ed un ricchissimo

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8) Cf SC 38.

9) S. vincenzo lirinense, Commonitorium, 2: PL 50,640.

10) S. bernardo, Sermo 3 in vigilia Nativitatis, 1: PL 183 (ed. 1879), 94.

 

 

nutrimento della pietà. I predicatori poi della parola di Dio hanno così tra mano, ogni giorno, eccellenti esempi di sacra predicazione.

 

VIII. La lettura agiografica

166. Col nome di lettura agiografica si intende sia il testo di qualche Padre o Scrittore ecclesiastico che tratta espressamente del santo celebrato o che a esso si può ragionevolmente applicare, sia un brano degli scritti dello stesso santo, o il racconto della sua vita.

167. Nel comporre i Propri particolari dei santi, ci si deve attenere sempre alla verità storica11 ed avere di mira il vero profitto spirituale di coloro che leggeranno o ascolteranno la lettura agiografica. Si deve diligentemente evitare ciò che desta soltanto ammirazione; si ponga invece in luce la spiritualità specifica dei santi, in una forma accettabile ai nostri tempi, come pure la loro importanza per la vita e la pietà della Chiesa.

168. Una breve notizia biografica, che presenta dati puramente storici e descrive brevemente la vita, è posta prima della lettura stessa, unicamente per informazione, e quindi non si deve leggere nella celebrazione.

 

IX. I responsori

169. Nell'Ufficio delle letture, alla lettura biblica segue il suo responsorio proprio, il cui testo è stato scelto dal tesoro della tradizione, o composto ex nova, al fine di portare nuova luce per la comprensione della lettura appena letta, o di inserire la lettura nella storia della salvezza, o di ricondurre dall'Antico al Nuovo Testamento, o di cambiare la lettura in preghiera e contemplazione, o, infine, di conferire con la sua bellezza poetica una piacevole varietà.

170. Così pure alla seconda lettura è aggiunto un responsorio appropriato; questo, però, non è strettamente congiunto con il testo della lettura, e perciò favorisce maggiormente la libertà della meditazione.

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11) Cf SC 92c.

 

 

171. I responsori pertanto con le loro parti, da ripetersi anche nella recita individuale, mantengono il loro valore. La parte però che nel responsorio si suole ripetere, nella recita senza canto si può omettere, a meno che la ripetizione non sia richiesta dal senso stesso.

172. Così pure, ma in modo più semplice, il responsorio breve alle Lodi mattutine, ai Vespri e a Compieta, di cui sopra ai nn. 49 e 89, e il versetto a Terza, Sesta e Nona, sono una risposta alla lettura breve, come una specie di acclamazione, allo scopo di imprimere più profondamente la parola di Dio nell'animo di chi ascolta o di chi legge.

 

X. Gli inni e gli altri canti non biblici

173. Gli inni, che già per antichissima tradizione facevano parte dell'Ufficio, conservano anche ora la loro funzione12. In realtà, per la loro ispirazione lirica, non solo sono destinati specificamente alla lode di Dio, ma costituiscono un elemento popolare: anzi, di solito caratterizzano immediatamente e più che le altre parti dell'Ufficio, l'aspetto particolare delle Ore e delle singole celebrazioni muovendo e stimolando gli animi a una pia celebrazione. Spesso tale efficacia è accresciuta dalla loro bellezza letteraria. Inoltre gli inni nell'Ufficio sono come il principale elemento poetico composto dalla Chiesa.

174. L'inno, secondo la tradizione, si conclude con la dossologia, che di solito viene diretta alla medesima Persona divina, alla quale è rivolto l'inno stesso.

175. Nell'Ufficio del Tempo ordinario, per favorire la varietà, è stato predisposto un duplice ciclo di inni a tutte le Ore, da usarsi a settimane alterne.

176. Inoltre, nell'Ufficio delle letture del Tempo ordinario, è stato introdotto un duplice ciclo di inni, a seconda che si recitano di notte o di giorno.

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12) Cf SC 93.

 

 

177. Agli inni di nuova composizione si possono applicare le melodie tradizionali sul medesimo ritmo e sullo stesso metro.

178. Per quanto riguarda la celebrazione in una lingua moderna, si da facoltà alle Conferenze Episcopali di adattare gli inni latini al carattere della propria lingua, e anche di introdurre inni di nuova composizione13 purché si addicano veramente al carattere dell'Ora, o del Tempo o della celebrazione. Inoltre si deve evitare diligentemente di ammettere delle canzonette popolari, che non hanno nessun valore artistico e che in verità non si addicono alla dignità della liturgia.

 

XI. Le preci, la preghiera del Signore, l'orazione conclusiva

a) Invocazioni e intercessioni alle Lodi e ai Vespri

179. La Liturgia delle Ore celebra senza dubbio le lodi di Dio. Tuttavia la tradizione sia giudaica che cristiana non separa dalla lode divina la preghiera di domanda; anzi non di rado fa in qualche modo scaturire questa da quella. L'apostolo Paolo raccomanda "che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2, 1-4). Questa raccomandazione non di rado è stata interpretata dai Padri nel senso che si dovessero fare mattina e sera delle preghiere di intercessione 14.

180. Le intercessioni che sono state nuovamente introdotte nella Messa di rito romano, si fanno anche ai Vespri, però in un modo diverso, come è descritto appresso.

181. Poiché inoltre è tradizione della preghiera che alla mattina si consacri a Dio tutto il giorno, alle Lodi mattutine si fanno invocazioni per affidare o consacrare a Dio la giornata.

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13) SC 38.

14) Così, p. es., s. giovanni crisostomo, In Epist. ad Tim. I, Homilia 6: PG 62, 530.

 

 

182. Con il nome di "preci" si indicano tanto le intercessioni che si fanno ai Vespri, quanto le invocazioni che si fanno alle Lodi mattutine per dedicare a Dio la giornata.

183. Per motivo di varietà, ma soprattutto per meglio esprimere le molteplici necessità della Chiesa e degli uomini, secondo i diversi stati, categorie, persone, condizioni e tempi, si propongono formule diverse di preci per i singoli giorni del ciclo del salterio del Tempo ordinario, così pure per i tempi speciali dell'anno liturgico, e per alcune celebrazioni festive.

184. Le Conferenze Episcopali hanno il diritto sia di adattare le formule proposte nel libro della Liturgia Horarum, sia di approvarne di nuove15, attenendosi però alle norme che seguono.

185. Come nella preghiera del Signore, le domande non devono essere disgiunte dalla lode di Dio e cioè dal riconoscimento della sua gloria, o dal ricordo della storia della salvezza.

186. Nelle intercessioni dei Vespri, l'ultima intenzione è sempre per i defunti.

187. Poiché la Liturgia delle Ore è principalmente preghiera di tutta la Chiesa per tutta la Chiesa, anzi per la salvezza di tutto il mondo16 è necessario che nelle preci le intenzioni universali abbiano senz'altro il primo posto: si preghi cioè per la Chiesa con la sua gerarchia, per le autorità civili, per coloro che sono afflitti da povertà, malattia, dolore, per le necessità del mondo intero, cioè per la pace e per altre circostanze simili.

188. È lecito tuttavia, sia alle Lodi mattutine, che ai Vespri, aggiungere alcune intenzioni particolari.

189. Le preci dell'Ufficio sono strutturate in modo che si possono adattare sia alla celebrazione con il popolo, sia alla celebrazione in una piccola comunità, sia alla recita individuale.

190. Nella recita con il popolo o in comune, le preci sono introdotte da un breve invito da farsi dal sacerdote o dal ministro per suggerire la risposta invariabile dell'assemblea.

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15) Cf SC 38.

16) SC 83, 89.

 

 

191. Le intenzioni poi si enunciano rivolgendosi direttamente a Dio, in modo che possano servire sia per la celebrazione in comune che per la recita individuale.

192. Ogni formula di intenzione consta di due parti, la seconda delle quali può essere usata come risposta variabile.

193. Si possono quindi seguire modi diversi. Il sacerdote o il ministro dice l'una e l'altra parte e l'assemblea risponde con il ritornello o fa una pausa di silenzio; oppure il sacerdote o il ministro dice solo la prima parte e l'assemblea la seconda.

 

b) La preghiera del Signore

194. Alle Lodi mattutine e ai Vespri, che sono le Ore maggiormente indicate per la celebrazione con il popolo, il "Padre nostro", per la sua dignità e secondo una venerabile tradizione, viene recitato dopo le preci.

195. La preghiera del Signore, quindi, d'ora in poi si dirà solennemente tre volte al giorno, cioè alla Messa, alle Lodi mattutine e ai Vespri.

196. Il "Padre nostro" si dice da tutti, premettendo, se si crede opportuno, una breve monizione.

 

c) Orazione conclusiva

197. Alla fine di tutta l'Ora si dice l'orazione conclusiva che, nella celebrazione pubblica e con il popolo, a norma della tradizione, spetta al sacerdote o al diacono17.

198. Questa orazione, nell'Ufficio delle letture è, di regola, quella propria del giorno. A Compieta, è sempre indicata nel salterio.

199. Alle Lodi mattutine e ai Vespri, l'orazione si prende dal Proprio nelle domeniche, nelle ferie del Tempo di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, come pure nelle solennità, feste e memorie. Nelle ferie del Tempo ordinario si dice invece l'orazione indicata nel ciclo del salterio, per esprimere il carattere proprio di queste Ore.

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17) Ct sotto, n. 256.

 

 

200. A Terza, Sesta e Nona, cioè all'Ora media, l'orazione si prende dal Proprio nelle domeniche e nelle ferie del Tempo di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, come pure nelle solennità e nelle feste. Negli altri giorni si dicono quelle orazioni che esprimono il carattere di ciascuna Ora e si trovano nel salterio.

 

XII. Il sacro silenzio

201. Poiché nelle azioni liturgiche generalmente si deve avere cura di "osservare a suo tempo anche il sacro silenzio"18, sia offerta la possibilità del silenzio anche nella celebrazione della Liturgia delle Ore.

202. Per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spirito Santo, e per unire più strettamente la preghiera personale con la parola di Dio e con la voce pubblica della Chiesa, si può dunque, secondo l'opportunità e la prudenza, interporre un intervallo di silenzio o dopo i singoli salmi, appena ripetuta l'antifona, secondo un'antica usanza e specialmente se, dopo il silenzio, si aggiunge l'orazione salmica (cf n. 112); oppure dopo le letture, sia brevi che lunghe, e precisamente prima o dopo il responsorio.

Si deve però evitare di introdurre momenti di silenzio che deformino la struttura dell'Ufficio, o rechino molestia o fastidio ai partecipanti.

203. Nella recita individuale, invece, c'è più ampia possibilità di fermarsi nella meditazione di qualche formula che stimoli gli effetti dello spirito, senza che l'Ufficio perda per questo la sua caratteristica di preghiera pubblica.

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18) SC 30.

 

 

Capitolo IV

LE VARIE CELEBRAZIONI NEL CORSO DELL'ANNO

 

I. La celebrazione dei misteri del Signore

a) La domenica

204. L'Ufficio della domenica comincia dai primi Vespri, nei quali tutte le parti si prendono dal salterio, eccetto quelle assegnate come proprie.

205. Quando una festa del Signore si celebra in domenica, ha i primi Vespri propri.

206. Circa il modo di fare, secondo l'opportunità, le celebrazioni vigiliari delle domeniche, si è detto al n. 73.

207. È quanto mai opportuno che, dove è possibile, si celebrino con il popolo almeno i Vespri, secondo un'antichissima consuetudine1.

 

b) Il Triduo pasquale

208. Nel Triduo pasquale, l'Ufficio si celebra come è descritto nel Proprio del Tempo.

209. Coloro però che partecipano alla Messa vespertina "della Cena del Signore" o alla celebrazione della Passione del Signore al Venerdì santo, non dicono i Vespri del rispettivo giorno.

210. Al venerdì "in Passione Domini" e al Sabato santo, prima delle Lodi mattutine si faccia, per quanto è possibile, la celebrazione in modo pubblico e con il popolo, dell'Ufficio delle letture.

211. La Compieta del Sabato santo si dice solo da coloro che non intervengono alla Veglia pasquale.

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1) Cf SC 100

 

 

212. La Veglia pasquale tiene il posto dell'Ufficio delle letture; coloro che non intervengono alla solenne Veglia pasquale, recitino di essa almeno quattro letture con i canti e le orazioni. È bene scegliere le letture dell'Esodo, di Ezechiele, dell'Apostolo e del Vangelo. Seguono l'inno Te Deum e l'orazione del giorno.

213. Le Lodi della domenica di Risurrezione si dicono da tutti. Conviene che i Vespri siano celebrati nel modo più solenne, per festeggiare il tramonto di un giorno così sacro e per commemorare le apparizioni nelle quali il Signore si mostrò ai suoi discepoli.

Là dove è ancora in vigore, si conservi con la massima diligenza la tradizione particolare di celebrare, nel giorno di Pasqua, i Vespri battesimali, durante i quali, mentre si cantano i salmi, si fa la processione al fonte.

 

c) II Tempo pasquale

214. La Liturgia delle Ore riceve il carattere pasquale dall'acclamazione "Alleluia" con la quale si conclude la maggior parte delle antifone (cf n. 120); inoltre dagli inni, dalle antifone, dalle preci speciali, e infine dalle letture proprie assegnate a ciascuna Ora.

 

d) II Natale del Signore

215. Nella notte del Natale del Signore conviene che prima della Messa si celebri la Veglia solenne con l'Ufficio delle letture. La Compieta non si dice da coloro che intervengono a questa Veglia.

216. Le Lodi nel giorno del Natale si dicono regolarmente prima della Messa dell'aurora.

 

e) Le altre solennità e feste del Signore

217. Per ordinare l'Ufficio nelle solennità e nelle feste del Signore, si osservi, con le debite varianti, quanto si dice sotto, ai nn. 225-233.

 

II. La celebrazione dei santi

218. Le celebrazioni dei santi sono disposte in modo che non prevalgano sui giorni festivi e sui tempi sacri che commemorano i misteri della salvezza2, né impediscano spesso il ciclo della salmodia e della lettura della parola di Dio, o causino ripetizioni indebite. Salvo tale criterio, il culto dei santi viene promosso nella maniera più consona alla sua importanza. Su questi principi si basano sia la riforma del Calendario fatta per disposizione del Concilio Vaticano II, sia l'insieme delle norme che regolano la celebrazione dei santi nella Liturgia delle Ore, descritte nei numeri seguenti.

219. Le celebrazioni dei santi sono o solennità, o feste, o memorie.

220. Le memorie sono alcune obbligatorie altre facoltative. Per stabilire se convenga o no celebrare una memoria facoltativa nell'Ufficio con il popolo o in comune, si tenga conto del bene comune o di una vera devozione dell'assemblea stessa e non del solo presidente.

221. Se nel medesimo giorno occorrono diverse memorie facoltative, se ne può celebrare una sola, omettendo le altre.

222. Le solennità, ed esse soltanto, si trasferiscono, a norma delle rubriche.

223. Le norme che seguono valgono tanto per i santi iscritti nel Calendario Romano generale, quanto per quelli iscritti nei calendari particolari.

224. I rispettivi Comuni dei santi suppliscono le parti proprie, che eventualmente mancassero.

 

1. Modo di ordinare l'Ufficio nelle solennità

225. Le solennità hanno i primi Vespri nel giorno precedente.

226. Nei Vespri, sia primi che secondi, l'inno, le antifone, la lettura breve con il suo responsorio, l'orazione conclusiva, sono

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2) Cf SC 111.

 

 

propri; in mancanza di parti proprie si ricorre al Comune. Nei primi Vespri i due salmi si prendono di norma dalla serie Laudate (cioè dai salmi: 112, 116, 134, 145, 146, 147) secondo l'antica tradizione; il cantico del Nuovo Testamento è indicato a suo luogo.

Nei secondi Vespri, i salmi e il cantico sono propri. Le preci sono proprie o del Comune.

227. Nelle Lodi mattutine, l'inno, le antifone, la lettura breve con il suo responsorio, l'orazione conclusiva sono propri; in mancanza di parti proprie, si ricorre al Comune. I salmi invece si devono prendere dalla domenica prima nel salterio. Le preci sono proprie o del Comune.

228. Nell'Ufficio delle letture tutte le parti sono proprie: l'inno, le antifone con i salmi, le letture con i responsori. La prima lettura è biblica, la seconda agiografica. Se si tratta di un santo che ha solo un culto locale e non ha parti speciali neppure nel Proprio del luogo, si prende tutto dal Comune. Al termine dell'Ufficio delle letture si dice l'inno Te Deum e l'orazione propria.

229. All'Ora media, cioè Terza, Sesta e Nona, salvo indicazioni diverse, si dice l'inno quotidiano; i salmi sono scelti fra quelli graduali, con l'antifona propria; in domenica però i salmi si prendono dalla domenica prima nel salterio; la lettura breve e l'orazione conclusiva sono proprie. Tuttavia in alcune solennità del Signore si propongono salmi speciali.

230. A Compieta, tutto è della domenica, rispettivamente dopo i primi e dopo i secondi Vespri.

 

2. Modo di ordinare l'Ufficio nelle feste

231. Le feste non hanno i primi Vespri, a meno che non si tratti di feste del Signore che cadono in domenica. All'Ufficio delle letture, alle Lodi mattutine, e ai Vespri, si fa tutto come nelle solennità.

232. All'Ora media, cioè Terza, Sesta e Nona, si dice l'inno quotidiano; i salmi con le loro antifone si dicono dalla feria, a meno che una ragione particolare o la tradizione non richieda che all'Ora media si dica l'antifona propria, ciò che verrà indicato a suo luogo. La lettura breve e l'orazione conclusiva sono proprie.

233. La Compieta si dice come nei giorni ordinari.

 

3. Modo di ordinare l'Ufficio nelle memorie dei santi

234. Tra la memoria obbligatoria e la memoria facoltativa, se questa effettivamente si celebra, non c'è alcuna differenza nel modo di ordinare l'Ufficio, a meno che non si tratti di memorie facoltative che cadono eventualmente nei tempi privilegiati.

a) Memorie occorrenti nei giorni ordinari

235. Nell'Ufficio delle letture, alle Lodi mattutine e ai Vespri:

a) i salmi con le loro antifone si prendono dalla feria corrente, a meno che non vi siano antifone proprie o salmi propri che, nel caso, vengono indicati nei singoli luoghi;

b) l'antifona dell'Invitatorio, l'inno, la lettura breve, le antifone al Benedictus e al Magnificat, le preci, se sono proprie, si devono dire del santo, altrimenti si prendono o dal Comune o dalla feria corrente;

c) l'orazione conclusiva si deve dire del santo; d) nell'Ufficio delle letture, la lettura biblica con il suo responsorio è della Scrittura corrente; la seconda lettura è agiografica con il suo responsorio proprio o del Comune; se però la lettura non fosse propria, si prende dai testi dei Padri del giorno corrente.

Non si dice il Te Deum.

236. Nell'Ora media, cioè Terza, Sesta e Nona e a Compieta, non si fa nulla del santo, ma tutto è della feria.

b) Memorie occorrenti nei tempi speciali

237. Nelle domeniche, nelle solennità e nelle feste, come pure nel Mercoledì delle Ceneri, nella Settimana santa e durante l'ottava di Pasqua, non si fa nulla delle memorie eventualmente occorrenti.

238. Nelle ferie dal 17 al 24 dicembre, come pure durante l'ottava di Natale e nelle ferie di Quaresima, non si celebra alcuna memoria obbligatoria, neppure nei calendari particolari.

Quelle, invece, che occasionalmente occorrono durante il Tempo di Quaresima, in quell'anno si considerano come memorie facoltative.

239. Nei medesimi tempi, se qualcuno vorrà celebrare un santo che in quel giorno è iscritto come memoria:

a) nell'Ufficio delle letture, dopo la lettura dei Padri dal Proprio del Tempo con il suo responsorio aggiunga la lettura agiografica propria con il suo responsorio e concluda con l'orazione del santo;

b) inoltre alle Lodi mattutine e ai Vespri, dopo l'orazione conclusiva, omessa la conclusione, può aggiungere l'antifona (propria o dal Comune) e l'orazione del santo.

c) Memoria di Santa Maria in sabato

240. Nei sabati del Tempo ordinario, nei quali sono permesse le memorie facoltative, si può celebrare, con il medesimo rito, la memoria facoltativa di Santa Maria con la sua lettura propria.

 

III. Calendario da usare e facoltà di scegliere qualche Ufficio o qualche sua parte

a) Calendario da usare

241. L'Ufficio in coro e in comune si deve celebrare secondo il calendario proprio, cioè della diocesi, o della famiglia religiosa, o delle singole Chiese3. I membri delle famiglie religiose si uniscono con la comunità della Chiesa locale nel celebrare la Dedicazione della chiesa cattedrale e i Patroni principali della circoscrizione minore e maggiore ove risiedono4.

242. Ogni chierico o religioso, obbligato per qualsiasi titolo all'Ufficio divino e che partecipa all'Ufficio celebrato in comune secondo un calendario o un rito diverso dal suo, soddisfa in questo modo al suo obbligo per quanto riguarda quella parte dell'Ufficio.

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3) Cf Norme generali per l'ordinamento dell'anno liturgico e del calendario, n. 52 (cf pp. 588-589).

4) Cf ibid., n.52c(cf p. 588).

 

243. Nella celebrazione individuale si può seguire o il calendario del luogo o il calendario proprio, eccetto nelle solennità e nelle feste proprie5.

 

b) Facoltà di scegliere qualche Ufficio

244. Nelle ferie che ammettono la celebrazione di una memoria facoltativa, per giusta causa si può celebrare con il medesimo rito (cf nn. 234-235), l'Ufficio di qualche santo iscritto in quel giorno nel Martirologio Romano o nella sua Appendice debitamente approvata.

245. Eccetto che nelle solennità, nelle domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua, nel Mercoledì delle Ceneri, nella Settimana santa, durante l'ottava di Pasqua e nel 2 novembre, per causa pubblica o per devozione si può celebrare, in tutto o in parte, un Ufficio votivo: ciò può avvenire, per esempio, a motivo di un pellegrinaggio, di una festa locale, della solennità esterna di qualche santo.

 

c) Facoltà di scegliere alcuni formulari

246. In alcuni casi particolari, si possono scegliere nell'Ufficio formulari diversi da quelli occorrenti, purché resti integro l'ordinamento generale di ciascuna Ora e si osservino le regole che seguono.

247. Nell'Ufficio delle domeniche, delle solennità, delle feste del Signore iscritte nel calendario generale, delle ferie di Quaresima e della Settimana santa, dei giorni fra l'ottava di Pasqua e di Natale, come pure delle ferie dal 17 al 24 dicembre incluso, non si possono mai cambiare quei formulari che sono propri o appropriati a questa celebrazione; tali sono le antifone, gli inni, le letture, i responsori, le orazioni e, molto spesso, anche i salmi. Ai salmi domenicali della settimana corrente, si possono sostituire, se lo si ritiene opportuno, i salmi domenicali di un'altra settimana, anzi, se si tratta di Ufficio con il popolo, anche altri, scelti allo scopo di guidare gradualmente il popolo alla comprensione dei salmi.

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5) Cf Tabella dei giorni liturgici, nn. 4. 8 (cf pp. 701-702).

 

 

248. Nell'Ufficio delle letture dev'essere sempre tenuta in onore la lettura corrente della Sacra Scrittura. Vale anche per l'Ufficio il desiderio della Chiesa "che in un determinato numero di anni, si legga al popolo la parte più importante delle Sacre Scritture"6. Tenuti presenti questi principi, nei Tempi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua non venga omesso il ciclo delle letture della Scrittura, che viene proposto per l'Ufficio delle letture. Durante il Tempo ordinario, invece, si possono scegliere in qualche giorno o per alcuni giorni continui, per giusta causa, le letture fra quelle che sono assegnate ad altri giorni o anche fra altre letture bibliche, per esempio, quando si fanno gli esercizi spirituali o convegni pastorali o preghiere per l'unità della Chiesa, o altre circostanze simili.

249. Se talvolta la lettura continua viene interrotta per qualche solennità, o festa, o per una celebrazione particolare, si potrà, nella medesima settimana e tenendo presente l'ordinamento di tutta la settimana, o unire le parti che sono state omesse, con altre, oppure stabilire quali brani siano da preferire ad altri.

250. Nel medesimo Ufficio delle letture, alla seconda lettura assegnata ad un determinato giorno, si può sostituire, per un giusto motivo, un altro brano del medesimo tempo, desunto dal libro della Liturgia delle Ore, o dal Lezionario facoltativo (n. 161).

Inoltre nei giorni feriali del Tempo ordinario e, se si ritiene opportuno, anche nel Tempo di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, si può fare una lettura quasi continua di un'opera di qualche Padre, che risponda allo spirito biblico e liturgico.

251. Le letture brevi, come pure le orazioni, i canti e le preci che sono proposti per le ferie di un tempo particolare, si possono dire in altre ferie del medesimo tempo.

252. Sebbene a ognuno debba stare a cuore l'osservanza di tutto il ciclo del salterio distribuito per quattro settimane7, tuttavia per motivi di opportunità sia spirituale che pastorale, invece dei salmi assegnati a un dato giorno, si possono dire i salmi della stessa Ora assegnati a un altro giorno. Vi sono anche alcune circostanze occasionali, nelle quali è lecito scegliere i salmi adatti e altre parti in forma di Ufficio votivo.

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6) SC 51.

7) Cf sopra, nn. 100-109.

 

 

Capitolo V

RITI DA OSSERVARE NELLA CELEBRAZIONE IN COMUNE

 

I. Vari uffici da compiere

253. Nella celebrazione della Liturgia delle Ore, come in tutte le altre azioni liturgiche, "ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio, si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza"1.

254. Se presiede il vescovo, specialmente nella chiesa cattedrale, sia circondato dal suo presbiterio e dai ministri con la partecipazione plenaria e attiva del popolo. In qualunque celebrazione con il popolo, di norma, presieda il sacerdote o il diacono, e vi siano anche i ministri.

255. Il sacerdote o il diacono che presiede la celebrazione, può indossare la stola sopra il camice o la cotta; il sacerdote anche il piviale. Nulla vieta inoltre che nelle maggiori solennità più sacerdoti indossino il piviale e i diaconi la dalmatica.

256. È compito del sacerdote o del diacono che presiede dare inizio, dalla sua sede, all'Ufficio con il versetto d'introduzione; iniziare la preghiera del Signore; recitare l'orazione conclusiva; salutare il popolo, benedirlo e congedarlo.

257. Può recitare le preci o il sacerdote o il ministro.

258. In mancanza del sacerdote o del diacono, colui che presiede l'Ufficio è soltanto uno tra uguali; non entra in presbiterio, non saluta, né benedice il popolo.

259. Coloro che adempiono l'ufficio di lettore proclamano le letture, sia lunghe che brevi, stando in piedi e nel luogo adatto.

260. L'intonazione delle antifone, dei salmi e degli altri canti venga fatta da un cantore o dai cantori. Per quanto riguarda la salmodia, si osservino le norme date sopra, ai nn. 121-125.

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1) SC 28.

 

 

261. Mentre si esegue alle Lodi mattutine e ai Vespri il cantico evangelico, si può incensare l'altare e poi anche il sacerdote e il popolo.

262. L'obbligo del coro riguarda la comunità, non il luogo della celebrazione, che non è necessariamente la chiesa, soprattutto se si tratta di quelle Ore che si celebrano senza solennità.

263. Tutti i partecipanti stanno in piedi:

a) all'introduzione dell'Ufficio divino e ai versetti d'introduzione di ogni Ora;

b) all'inno;

c) al cantico evangelico;

d) mentre si dicono le preci, la preghiera del Signore e l'orazione conclusiva.

264. Tutti ascoltano le letture stando seduti, fatta eccezione per il Vangelo.

265. Mentre si dicono i salmi e gli altri cantici con le loro antifone, l'assemblea sta o seduta o in piedi, secondo le consuetudini.

266. Tutti si segnano col segno della croce dalla fronte al petto e dalla spalla sinistra alla destra:

a) all'inizio delle Ore, quando si dice: "O Dio, vieni a salvarmi";

b) all'inizio dei cantici tratti dal Vangelo: Benedictus, Magnificat, Nunc dimittis.

Tutti si segnano sulle labbra all'inizio dell'Invitatorio, alle parole "Signore, apri le mie labbra".

 

II. Il canto nell'Ufficio

267. Nelle rubriche e nelle norme del presente documento, le espressioni "dire", "recitare" e simili, si possono riferire o al canto o al parlato, secondo i principi qui sotto indicati.

268. "La celebrazione in canto dell'Ufficio divino è la forma più consona alla natura di questa preghiera ed è segno di una maggiore solennità e di una più profonda unione dei cuori nel celebrare la lode di Dio. Questa forma è vivamente raccomandata a coloro che celebrano l'Ufficio divino in coro o in comune"2.

269. Quello che il Concilio Vaticano II afferma riguardo al canto liturgico3 vale per ogni azione liturgica, ma principalmente per la Liturgia delle Ore.

Sebbene infatti tutte e singole le parti siano state rinnovate in modo che si possano recitare con frutto anche individualmente, tuttavia molte di esse, e specialmente i salmi, i cantici, gli inni, i responsori, sono di genere lirico e perciò non esprimono pienamente il loro senso se non con il canto.

270. Nella celebrazione della Liturgia delle Ore il canto, dunque, non si deve considerare come un certo ornamento che si aggiunge alla preghiera quasi dall'esterno, ma piuttosto come qualcosa che scaturisce dal profondo dell'anima che prega e loda Dio, e manifesta in modo pieno e perfetto il carattere comunitario del culto cristiano.

Sono quindi degne di lode le assemblee cristiane di qualsiasi genere che si sforzano di praticare più spesso possibile questa forma di preghiera. A questo scopo si devono istruire con la dovuta catechesi e con l'esercizio sia i chierici che i religiosi come pure i fedeli, affinché siano in grado di cantare con gaudio dello spirito le Ore, specialmente nei giorni festivi. Siccome però non è facile celebrare in canto l'intero Ufficio e d'altra parte la lode della Chiesa non è riservata, né per la sua origine, né per la sua natura, ai chierici o ai monaci, ma appartiene a tutta la comunità cristiana, si devono tener presenti simultaneamente diversi principi, perché la celebrazione in canto della Liturgia delle Ore si possa svolgere bene e splenda per autenticità e decoro.

271. Prima di tutto conviene che si ricorra al canto almeno nelle domeniche e nelle feste, ponendo così in risalto, nella misura in cui si adotta, i vari gradi di solennità.

272. Così pure, poiché non tutte le Ore sono della medesima importanza, conviene che anche mediante il canto si dia maggior rilievo a quelle che sono veramente i cardini dell'Ufficio, cioè le Lodi mattutine e i Vespri.

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2) MS 37; cf SC 99.

3) Cf SC 113.

 

 

273. Inoltre, anche se la celebrazione tutta in canto è la più raccomandabile sempre, purché naturalmente si distingua per arte e devozione, tuttavia in vari casi si potrà seguire utilmente il criterio della gradualità, anzitutto, come è ovvio, per motivi pratici, ma poi anche perché in questa maniera sarà più facile corredare le singole componenti di quelle forme di canto che garantiscano loro il genuino significato nativo e la funzione autentica, evitando di livellarle tutte su un medesimo stampo.

In tal modo la Liturgia delle Ore non apparirà più come un bel monumento dell'età passata, da conservare intatto per l'ammirazione degli intenditori, ma rivivrà in forme nuove, si affermerà sempre più e diverrà segno e testimonianza di comunità piene di vita e di freschezza.

Il principio della solennizzazione progressiva è quello che ammette vari gradi intermedi tra l'Ufficio cantato integralmente e la semplice recita di tutte le parti. Questo criterio offre una grande e gradevole varietà di soluzioni. Nell'applicarlo si deve tener conto delle caratteristiche del giorno e dell'Ora che si celebra, della natura dei singoli elementi che costituiscono l'Ufficio, delle proporzioni e del tipo della comunità, come pure del numero dei cantori disponibili in tali circostanze.

Per questa maggiore varietà di forme, la lode pubblica della Chiesa, si potrà celebrare in canto più frequentemente che prima e godrà di un'adattabilità più estesa alle diverse circostanze. Anzi c'è da sperare davvero che si possano trovare sempre nuove vie e nuove maniere rispondenti alla nostra epoca, come del resto è sempre avvenuto anche in passato nella vita della Chiesa.

274. Nelle azioni liturgiche che si celebrano in canto e in lingua latina, il canto gregoriano, in quanto proprio della Liturgia Romana, abbia, a parità di condizioni, i primo posto4. Tuttavia "la Chiesa non esclude dalle azioni liturgiche nessun genere di musica sacra, purché corrisponda allo spirito dell'azione

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4) Cf SC 116.

 

 

liturgica e alla natura delle singole parti e non impedisca una doverosa attiva partecipazione del popolo"5. Nell'Ufficio cantato, se manca la melodia per l'antifona proposta, si prenda un'altra antifona tra quelle che si trovano nel repertorio, purché sia adatta a norma dei nn. 113 e 121-125.

275. Poiché la Liturgia delle Ore si può celebrare in lingua moderna, "si ponga uno speciale impegno nel preparare le melodie da usarsi nel canto dell'Ufficio divino in lingua viva"6.

276. Nulla vieta, però, che in una medesima celebrazione si cantino alcune parti in una lingua e altre in un'altra7.

277. Quali siano le parti alle quali dare eventualmente la precedenza e la preferenza del canto si deduce dalle genuine esigenze della celebrazione liturgica, che vuole il pieno rispetto del significato e della natura di ciascuna componente e del canto medesimo. Vi sono, infatti, formule che richiedono il canto per loro stessa natura8.

Tali sono prima di tutto le acclamazioni, le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri e le risposte alle preci litaniche, e inoltre le antifone e i salmi, come pure i versetti intercalari o ritornelli, gli inni e i cantici9.

278. È risaputo che i salmi (cf nn. 103-120) sono strettamente connessi con la musica; lo dimostra la tradizione sia giudaica che cristiana. In verità alla piena comprensione di molti salmi contribuisce non poco il fatto che essi vengano cantati o almeno siano sempre considerati in questa luce poetica e musicale. Pertanto, se è possibile, è da preferirsi questa forma, almeno nei giorni e nelle Ore principali, e secondo il carattere proprio dei salmi.

279. I diversi modi di eseguire la salmodia sono descritti sopra, ai nn. 121-123. La loro varietà non deve essere dettata

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5) MS 9; cf SC 116.

6) MS 41; cf 54-61.

7) MS 51.

8) Cf MS 6.

9) Cf MS 16a, 38.

 

 

tanto da circostanze esterne, quanto piuttosto, dal diverso genere di quei salmi che ricorrono nella medesima celebrazione. Secondo questo criterio i salmi sapienziali e storici si prestano forse meglio a essere ascoltati, mentre, al contrario, quelli di lode e di rendimento di grazie comportano per sé il canto in comune.

Quel che conta più di tutto è che la celebrazione non si leghi a schemi rigidi e artificiosi, non obbedisca solo a norme puramente formali, ma risponda allo spirito autentico dell'azione che si compie.

Il primo scopo da raggiungere è infatti quello di formare gli animi all'amore per la preghiera genuina della Chiesa e di rendere gioiosa la celebrazione della lode di Dio (cf Sal 146).

280. Gli inni possono alimentare la preghiera anche di chi recita le Ore, se davvero si distinguono per dottrina e arte; tuttavia per sé sono destinati al canto. Pertanto si raccomanda che nella celebrazione comunitaria siano eseguiti, per quanto è possibile, in questa forma.

281. Il responsorio breve dopo la lettura alle Lodi mattutine e ai Vespri, di cui al n. 49, di per sé è destinato al canto, e precisamente al canto del popolo.

282. Anche i responsori dell'Ufficio delle letture, per il loro carattere e la loro funzione richiedono il canto. Tuttavia, nella struttura dell'Ufficio, sono stati composti in modo da mantenere il loro valore anche nella recita individuale e privata.

Si potrà usare più frequentemente il canto per quelli che sono corredati da melodie più semplici e più facili, che non per altri pur provenienti da fonti liturgiche.

283. Le letture, sia lunghe che brevi, per sé non sono destinate al canto. Nella proclamazione si deve usare ogni impegno per eseguirle in una forma decorosa, con una pronunzia chiara e distinta e insomma per fare in modo che tutti possano ascoltarle e comprenderle bene.

Di conseguenza l'unica forma accettabile per le letture è quella che facilita l'ascolto delle parole e la comprensione del testo.

284. I testi assegnati a chi presiede, come sono le orazioni, non escludono un certo tono cantato, purché ovviamente sia confacente e decoroso. Ciò sarà possibile specialmente nella lingua latina. Più difficile, invece, sarà in alcune lingue moderne, a meno che il canto usato non permetta di far percepire meglio a tutti le parole del testo.

 

 

TABELLA DEI GIORNI LITURGICI

estratta dalle Norme generali sull'anno liturgico

e sul calendario nn. 59-61

La precedenza tra i giorni liturgici, quanto alla loro celebrazione, è regolata esclusivamente dalla seguente tabella.

 

I

1. Il Triduo pasquale della Passione e Risurrezione del Signore.

2. Il Natale del Signore, l'Epifania, l'Ascensione e la Pentecoste.

Le domeniche di Avvento, di Quaresima e di Pasqua.

Il Mercoledì delle Ceneri.

Le ferie della Settimana santa, dal lunedì al giovedì incluso. I giorni fra l'ottava di Pasqua.

3. Le solennità del Signore, della beata Maria Vergine, dei santi iscritte nel calendario generale.

La Commemorazione di tutti i fedeli defunti.

4. Le solennità proprie e cioè:

a) la solennità del Patrono principale del luogo o del paese o della città;

b) la solennità della Dedicazione e dell'anniversario della Dedicazione della propria chiesa;

c) la solennità del Titolare della propria chiesa;

d) la solennità o del Titolare, o del Fondatore o del Patrono principale dell'Ordine o della Congregazione.

 

II

5. Le feste del Signore iscritte nel calendario generale.

6. Le domeniche del Tempo di Natale e le domeniche del Tempo ordinario.

7. Le feste della beata Vergine Maria e dei santi iscritte nel calendario generale.

8. Le feste proprie, e cioè:

a) la festa del Patrono principale della diocesi;

b) la festa dell'anniversario della Dedicazione della chiesa cattedrale;

c) la festa del Patrono principale della regione o della provincia, della nazione, di un territorio più ampio;

d) la festa del Titolare, del Fondatore, del Patrono principale dell'Ordine o della Congregazione e della provincia religiosa, salvo quanto è disposto al n. 4d;

e) le altre feste proprie di qualche Chiesa;

f) le altre feste iscritte nel calendario di ciascuna diocesi, o dell'Ordine o della Congregazione.

9. Le ferie di Avvento dal 17 al 24 dicembre compreso. I giorni fra l'ottava di Natale. Le ferie di Quaresima.

 

III

10. Le memorie obbligatorie iscritte nel calendario generale.

11. Le memorie obbligatorie proprie, e cioè:

a) le memorie del Patrono secondario del luogo, della diocesi, della regione o della provincia, della nazione, di un territorio più ampio, dell'Ordine o della Congregazione e della provincia religiosa;

b) le altre memorie obbligatorie proprie di qualche chiesa;

c) le altre memorie obbligatorie iscritte nel calendario di ciascuna diocesi o dell'Ordine o della Congregazione.

12. Le memorie facoltative, le quali tuttavia si possono celebrare anche nei giorni elencati nel n. 9, però nel modo particolare descritto in "Principi e Norme" per la Messa e per l'Ufficio.

In questo stesso modo, come memorie facoltative, si possono celebrare le memorie obbligatorie che eventualmente ricorrono nelle ferie di Quaresima.

13. Le ferie di Avvento, fino al 16 dicembre incluso. Le ferie del Tempo di Natale, dal 2 gennaio al sabato dopo l'Epifania.

Le ferie del Tempo pasquale, dal lunedì dopo l'ottava di Pasqua al sabato prima della Pentecoste incluso. Le ferie del Tempo ordinario.

 

Occorrenza e concorrenza delle celebrazioni

Se nello stesso giorno cadono più celebrazioni, Si celebra l'Ufficio di quella che nella tabella dei giorni liturgici occupa il posto superiore. Tuttavia, le solennità impedite da un giorno liturgico che ha la precedenza si trasferiscano al primo giorno libero dalle celebrazioni elencate ai nn. 1-8 nella tabella della precedenza, salvo quanto è stabilito al n. 5 delle Norme per l'anno liturgico. Le altre celebrazioni impedite per quell'anno si omettono.

Se nello stesso giorno si devono celebrare i Vespri dell'Ufficio corrente e i primi Vespri del giorno seguente, prevalgono i Vespri della celebrazione che nella tabella dei giorni liturgici ha un posto superiore; in caso di parità, si celebrano i Vespri del giorno corrente.

 

BENEDIZIONE DEGLI OLI

SCHEDA DI LETTURA

La Conferenza Episcopale Italiana pone alcune premesse di tipo teologico, che completano le indicazioni presenti nel documento della S. Congregazione, per evidenziare il significato del simbolismo biblico-liturgico dell'olio nella prospettiva di una sua valorizzazione pastorale e di una comprensione del suo uso nell'ambito della vita sacramentale della Chiesa. Dalla globalità delle indicazioni teologico-liturgico-pastorale, si possono cogliere alcuni punti di riflessione.

1. Si sottolinea il gesto della benedizione degli oli nel contesto della Pasqua di Cristo, unto del Padre, perché siano segno del dono dello Spirito. L'unzione crismale acquista tutta la sua significazione salvifica nella luce dei misteri di Cristo che sacramentalmente è presente nella celebrazione liturgica e offre il vero significato ai diversi gesti di unzione, a seconda dei diversi sacramenti o sacramentali.

L'azione stessa dello Spirito Santo, espressa in modo mirabile nell'atto dell'unzione, pone in luce come l'azione del Cristo sia sempre collegata con quella dello Spirito.

2. Si rimarca come il mistero dell'olio qualifichi alcuni punti nevralgici della vita cristiana, dal Battesimo in poi, significando l'inserimento in Cristo e nello Spirito dal battezzato.

3. Entrambe le introduzioni presentano in tutta la sua chiarezza il valore ecclesiale della Messa crismale, come espressione della vitalità carismatica e ministeriale della comunità del popolo di Dio. La centralità del vescovo, attorno a cui si ritrovano il presbiterio e i fedeli, indica il mistero dell'unità della Chiesa locale.

4. Le Premesse sottolineano che pastoralmente la Messa crismale, con la vitalità di significato della benedizione degli oli, si colloca a conclusione di tutto l'itinerario quaresimale, durante il quale la comunità cristiana è stata chiamata a camminare ecclesialmente nello Spirito per crescere in Cristo, l'unto del Padre.

L'accoglienza degli oli nelle comunità parrocchiali diviene l'espressione della comunione che si è costruita nel cammino quaresimale, in particolar modo attraverso lo sviluppo della viva relazionalità con il vescovo.

5. Alla luce della visione della liturgia propria del Vaticano II, che sottolinea l'importanza del segno significante e santificante (cf SC 7), appare impellente l'esigenza di comprendere in profondità il valore del segno dell'olio e del gesto dell'ungere. Lo sfondo storico-salvifico insieme con la lettura cristologica e pentecostale permettono di dare un'autentica valorizzazione all'olio e pongono in risalto la centralità della sua benedizione, nella prospettiva di sottolineare tutto il clima messianico che determina ogni celebrazione liturgica come tutta la vita della comunità cristiana.

 

 

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

SACRA CONGREGATIO PRO SACRAMENTE ET CULTU DIVINO

 

Prot. n. 555/80

Questa versione italiana dei riti della Benedizione degli oli e della Dedicazione della chiesa e dell'altare è stata approvata secondo le delibere dell'Episcopato ed ha ricevuto la conferma da parte della Sacra Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino, con Decreto n. CD 302/80 del 18 giugno 1980. La presente edizione deve essere considerata "tipica" per la lingua italiana, ufficiale per l'uso liturgico. I nuovi riti della Benedizione degli oli e della Dedicazione della chiesa e dell'altare si potranno adoperare appena pubblicati; diventeranno obbligatori dal 16 aprile 1981, giovedì santo.

Roma, 3 luglio 1980, festa di san Tommaso apostolo.

anastasio A. card. ballestkero, arcivescovo di Torino presidente della Conferenza Episcopale Italiana

 

SACRA CONGREGATIO

PRO SACRAMENTIS ET CULTU DIVINO

Prot. CD 302/80

 

ITALIAE

Instante Eminentissimo Domino Anastasio A. card. Ballestrero, archiepiscopo Taurinensi, praeside Coetus Episcoporum Italiae, litteris die 30 ianuarii 1980 datis, vigore facultatum huic Sacrae Congregationi a Summo Pontifice Ioanne Paulo II tributarum, interpretationem italicam Ordinis benedicendi oleum catechumenorum et infirmorum et conficiendi chrisma necnon Ordinis dedicationis ecclesiae et altaris, prout in adnexo exstat esemplari, libenter probamus seu confirmamus. In textu imprimendo mentio fiat de confirmatione ab Apostolica Sede concessa. Eiusdem insuper textus impressi duo exemplaria ad hanc Sacram Congregationem transmittantur. Contrariis quibuslibet minime obstantibus.

Ex aedibus Sacrae Congregationis

pro Sacramentis et Cultu Divino,

die 18 anni 1980.

Vergilius noè, a secretis a.

Iacobus R. card. Knox, praefectus

 

 

 

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Premessa

 

I testi della benedizione del crisma, dell'olio degli infermi e dei catecumeni, tradotti in lingua italiana e riuniti in un unico volume con i formulari per la dedicazione della chiesa e dell'altare, sono occasione per richiamare principi dottrinali e suggerire direttive pastorali in ordine a una puntuale catechesi e a una adeguata valorizzazione di questi antichi sacramentali che la Chiesa continua a celebrare con particolare solennità.

 

Benedizione degli oli

L'olio, come l'aria, l'acqua, la luce, appartiene a quelle realtà elementari del cosmo che meglio esprimono i doni del Dio creatore, redentore e santificatore1.

L'olio è sostanza terapeutica, aromatica e conviviale: medica le ferite, profuma le membra, allieta la mensa2. Questa natura dell'olio è assunta nel simbolismo biblico-liturgico ed è caricata di un particolare valore per esprimere l'unzione dello Spirito che risana, illumina, conforta, consacra e permea di doni e di carismi tutto il corpo della Chiesa3. La liturgia della benedizione degli oli esplicita questo simbolismo primordiale e ne precisa il senso sacramentale. Giustamente la Messa del crisma si colloca in prossimità dell'annuale celebrazione del Cristo morto, sepolto e risuscitato. Dal mistero pasquale, cuore e centro dell'intera storia della salvezza, scaturiscono i sacramenti e sacramentali che significano e realizzano l'unità organica di tutta la vita cristiana4.

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1) Cf Sir 39, 26.

2) Is 1,6; 61, 3; Lc 7, 46.

3) Sal 88, 21; 1Gv 2, 20.

4) Cf SC 61.

 

 

La benedizione del crisma da il nome di Messa crismale a questa liturgia, che si celebra di consueto il Giovedì santo nella chiesa cattedrale (n. 9). Infatti, secondo l'antica tradizione, è funzione propria del vescovo, "una fra le principali manifestazioni della pienezza del sacerdozio" (n. 1). La Messa crismale è quasi epifania della Chiesa, corpo di Cristo organicamente strutturato che nei vari ministeri e carismi5 esprime, per la grazia dello Spirito, i doni nuziali di Cristo alla sua sposa pellegrina nel mondo6.

La nuova fisionomia attribuita dalla riforma post-conciliare alla Messa crismale rende ancor più evidente il clima di una vera festa del sacerdozio ministeriale all'interno di tutto il popolo sacerdotale e orienta l'attenzione verso il Cristo, il cui nome significa "consacrato per mezzo dell'unzione"7. Dal senso cristologico dell'unzione crismale, deriva il principio costitutivo della consacrazione dei fedeli e conseguentemente il nome di "cristiani"8. L'unzione di Spirito Santo, ricevuta da Gesù nell'incarnazione9 e nella teofania sul Giordano10, è partecipata a tutti i membri della Chiesa per mezzo del Battesimo11 e della Cresima12.

All'unzione spirituale del Cristo sacerdote, re e profeta13 si richiama anche la solenne epiclesi del rito che consacra a titolo speciale il vescovo, i presbiteri e i diaconi a servizio del popolo sacerdotale, dal quale essi sono assunti e per il quale sono costituiti ministri.

I testi della Messa crismale si aprono emblematicamente con l'acclamazione a Cristo "che ha fatto di noi un regno e ci ha costituito sacerdoti per Dio, suo Padre"14, e sviluppano con

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5) Cf 1Cor 12, 27.

6) Cf Ef 5, 27.

7) Cf Lc 4, 18; At 10, 38; Eb 1, 9.

8) At 11, 26.

9) Cf Lc 1, 35.

10) Cf Gv 1, 32.

11) Cf At 1, 5.

12) Cf Ef 1, 13.

13) Cf Sal 109, 4; Eb 5, 6.

14) Messale Romano, Messa crismale, Ant. d'ingresso, ed. tip. it. 1973, p. 123; cf Ap 1, 6.

 

 

ampiezza, soprattutto nel Prefazio, il tema del sacerdozio comune e quello del sacerdozio ministeriale. Il rito della benedizione degli oli, inserito nella celebrazione eucaristica, sottolinea pure il mistero della Chiesa come sacramento globale del Cristo15, che santifica ogni realtà e situazione di vita16.

Ecco perché; insieme al crisma, sono benedetti anche l'olio dei catecumeni per quanti lottano per vincere lo spirito del male17 in vista degli impegni del Battesimo e l'olio degli infermi per l'unzione sacramentale di coloro che nella malattia compiono in sé ciò che manca alla passione redentrice del Cristo18. Così dal Capo si diffonde in tutte le membra della Chiesa e si espande nel mondo il buon odore di Cristo19. Celebrando con il vescovo questa liturgia, i presbiteri della Chiesa locale intervengono come "testimoni e cooperatori del ministero del sacro crisma" (n. 13), attraverso il gesto silenzioso dell'estensione della mano destra durante la preghiera di benedizione (n. 22).

Così l'unica celebrazione che comprende sia il rito eucaristico che quello crismale, manifesta la stretta unione dei presbiteri e dei diaconi con il vescovo nel sacerdozio ministeriale20, insieme alla realtà dell'unico sacerdozio battesimale che, secondo la dottrina richiamata dal Concilio, è il fondamento stesso del sacerdozio ministeriale21.

Il richiamo dottrinale può suggerire alcuni orientamenti pastorali, utili a rinnovare la comprensione di questi riti che dalla chiesa cattedrale, luogo proprio della loro celebrazione, devono suscitare intensa partecipazione in ogni comunità parrocchiale, con qualificata presenza e in comunione di spirito. Nella Messa crismale si delinea così la più vasta convocazione, che si estende non solo ai ministri ordinati (presbiteri e

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15) Cf SC 5; LG 2.

16) SC 60.

17) Cf S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 21, Mistagogiche, 3: PG 33,

1087-1094.

18) Cf Mc 6, 13; Col 1,24.

19) Cf 2Cor 2, 14.

20) Cf LG 28-29.

21) Cf LG 10.

 

 

diaconi), ma anche a quelli istituiti o di fatto (accoliti, lettori, catechisti, addetti al servizio degli infermi...) e ai cresimandi oltre che ai rappresentanti delle varie comunità. Lo svolgimento del rito, l'omelia, le intenzioni della preghiera dei fedeli, il canto, le didascalie, e tutto il clima della celebrazione dovrà rispecchiare questa significativa e ampia realtà di comunione ecclesiale intorno al vescovo. La liturgia romana concentrava nel Giovedì santo la Messa per la riconciliazione dei penitenti, la Messa crismale per la benedizione degli oli al mattino e la celebrazione vespertina della Cena del Signore, che inaugura il Triduo Pasquale22. Questa ricchezza della tradizione liturgico-sacramentale dovrà orientare la catechesi, specialmente nell'itinerario quaresimale culminante nella Veglia Pasquale, per far comprendere ai fedeli che "far Pasqua" significa: conversione personale e comunitaria che ha la massima espressione nel sacramento della Penitenza; ratifica degli impegni battesimali; partecipazione ai doni pasquali dello Spirito; comunione al pane di vita e al calice della salvezza, dono supremo dell'amore di Cristo, in cui si racchiude tutto il bene della Chiesa23. La consegna degli oli potrà avere particolare rilievo celebrativo e pastorale sia nella chiesa cattedrale che nelle varie comunità.

È opportuno che il vescovo dia personalmente, prima del congedo, le ampolle degli oli santi ai parroci o almeno ad alcuni di essi in rappresentanza delle zone pastorali. Nella Messa vespertina parrocchiale della Cena del Signore, gli oli santi, benedetti in cattedrale, saranno accolti dalle comunità come un dono che esprime la comunione nell'unica fede e nell'unico Spirito, e conservati in una particolare custodia adatta e degna con la scritta "Oli santi" o altra simile.

Roma, 3 luglio 1980.

 

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22) Cf Sacramentarium Gelasianum, nn. 349-394, ed. L.C. MOHLBERG, Herder, Roma 1960.

23) PO 5.

 

 

 

SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO

 

Prot. n. 3133/70

 

 

DECRETO

 

Portata a termine la revisione dei riti del Messale Romano per la Settimana santa, si è ritenuto opportuno fare i necessari ritocchi anche al rito del Pontificale Romano da usarsi nella Messa crismale per la benedizione dell'olio dei catecumeni, degli infermi e del crisma.

Questa Sacra Congregazione per il Culto Divino ha pertanto riveduto il detto rito, e ora, dopo che il Sommo Pontefice Paolo VI l'ha approvato con la sua autorità apostolica, lo promulga e dispone che d'ora in poi esso venga usato in luogo del rito che si trova nel Pontificale Romano. Le Conferenze Episcopali ne cureranno l'edizione nella lingua nazionale e la sottoporranno alla conferma di questa Sacra Congregazione. Nonostante qualsiasi cosa in contrario.

Dalla sede della Sacra Congregazione per Culto Divino, 3 dicembre 1970.

A. bugnini, segretario

Benno card. Gut, prefetto

 

 

PREMESSE

 

1. Il vescovo dev'essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge: da lui in certo qual modo scaturisce e promana la vita dei suoi fedeli in Cristo1.

La Messa crismale, che il vescovo concelebra con i presbiteri delle diverse zone della diocesi e durante la quale benedice il santo crisma e gli altri oli, è considerata una delle principali manifestazioni della pienezza del sacerdozio del vescovo e un segno della stretta unione dei presbiteri con lui. Infatti con il crisma consacrato dal vescovo vengono unti i neo-battezzati e segnati in fronte i candidati alla Confermazione. A sua volta, l'unzione con l'olio dei catecumeni prepara e predispone i catecumeni stessi al Battesimo. E infine l'olio degli infermi reca ai malati sostegno e conforto nelle loro infermità.

2. La liturgia cristiana ha fatto suo l'uso dell'Antico Testamento; venivano infatti consacrati con l'unzione i re, i sacerdoti e i profeti; essi erano così figura di Cristo, il cui nome significa Unto del Signore. Allo stesso modo, l'unzione con il sacro crisma dimostra nel segno che i cristiani, inseriti per mezzo del Battesimo nel mistero pasquale di Cristo, con lui morti, sepolti e risuscitati2, partecipano al suo sacerdozio regale e profetico, e ricevono per mezzo della Confermazione l'unzione spirituale dello Spirito Santo, che vien loro dato. All'unzione con l'olio dei catecumeni viene esteso l'effetto degli esorcismi: i battezzandi ne ricevono vigore per rinunziare al diavolo e al peccato, prima di appressarsi al fonte e rinascervi a vita nuova.

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1) Cf SC 42.

2) SC 6.

 

 

L'unzione con l'olio degli infermi, il cui uso è attestato da san Giacomo3, conferisce ai malati il rimedio per le infermità dell'anima e del corpo, perché essi possano così sopportare e combattere vigorosamente il male e ottenere il perdono dei peccati.

 

I. La materia sacramentale

3. Materia adatta del sacramento è l'olio d'oliva, o, secondo casi particolari, altro olio vegetale.

4. Il crisma si prepara con olio e aromi o sostanze profumate.

5. La preparazione del crisma si può fare privatamente prima della benedizione o anche dal vescovo durante l'azione liturgica.

 

II. Il ministro

6. La benedizione del crisma è riservata soltanto al vescovo.

7. L'olio dei catecumeni, se le Conferenze Episcopali hanno ritenuto opportuno conservarne l'uso, viene benedetto insieme con gli altri oli dal vescovo nella Messa crismale. In caso però di Battesimo degli adulti, anche ai presbiteri è data facoltà di benedire l'olio dei catecumeni prima dell'unzione nel grado corrispondente del catecumenato.

8. L'olio per l'Unzione degli infermi dev'essere benedetto a questo scopo dal vescovo o da un presbitero che ne abbia facoltà per diritto, o per speciale concessione della Santa Sede. Possono benedire a norma di diritto l'olio per l'Unzione degli infermi:

a) coloro che a norma di diritto sono equiparati al vescovo diocesano;

b) in caso di necessità, qualsiasi presbitero, ma solo nella stessa celebrazione del sacramento.

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3) Cf Gc 5, 14.

 

 

III. Il giorno della benedizione

9. La benedizione dell'olio degli infermi, dell'olio dei catecumeni e del crisma vien fatta normalmente dal vescovo il Giovedì della Settimana santa nella Messa propria che si celebra al mattino.

10. Se notevoli difficoltà si frapponessero alla riunione del clero e del popolo con il loro vescovo, la benedizione si può anticipare ad altro giorno, ma sempre in prossimità della Pasqua e con il formulario della Messa propria.

 

IV. Il momento della benedizione nel corso dell'azione liturgica

 

11. In conformità con la tradizione latina, la benedizione dell'olio degli infermi si fa prima della conclusione della Preghiera eucaristica; la benedizione dell'olio dei catecumeni e del crisma si fa dopo la comunione.

12. È tuttavia consentito, per ragioni pastorali, compiere tutto il rito di benedizione dopo la liturgia della Parola, conservando però l'ordine indicato nel rito stesso.