Storia e mistero

 

Noi abbiamo in gran parte perso la percezione della novità rivoluzionaria che rappresenta per l'esperienza, per la concezione del tempo e della storia, la rivelazione biblica. La rivelazione biblica è il messaggio, che già inizia nell'Antico Testamento, di un Dio che si rivela, si manifesta come Signore entrando nel tempo, utilizzando gli avvenimenti, addirittura arrivando a identificarsi con particolari della storia (pensate alla scelta del popolo di Israele).

Il Mistero non resta in balia dell'immaginazione, dell'intuizione, della religiosità, degli sforzi di individuazione dell'uomo, ma prende Lui stesso l'iniziativa, utilizzando quello che di più effimero esiste, come il tempo che passa, l'istante. Questa è una concezione totalmente rivoluzionaria per la mentalità dell'uomo.

Pensiamo alla mentalità greco-ellenistica per cui il tempo aveva una valenza assolutamente negativa. Il problema della felicità, il problema della realizzazione dell'uomo, del suo perfezionamento spirituale e morale era quello di sganciarsi, di fuggire dal tempo. Qual era l'immagine che avevano gli antichi del tempo, della storia? Un grande cerchio. Una frase di Aristotele che bene sintetizza il contenuto della saggezza antica: "Ciò che si avvicina di più all'essere eterno, ciò che si avvicina di più alla perfezione è il fatto che sempre si rifaccia la generazione stessa". Sempre si ripetono le stesse cose. Un retore romano, Saturnino, parlava dei riti antichi come cose che sono sempre e non accadono mai. E questa ciclicità rappresentava per l'uomo antico proprio l'ideale della perfezione. Ma una concezione ciclica impedisce la concezione dell'idea stessa della novità, di qualche cosa che accade e accade con un inizio e con un fine. La grande novità della rivelazione biblica già nell'Antico Testamento è proprio come inizia la Bibbia: "In principio...". Il tempo non è più qualcosa di meccanico, di ciclico, di assolutamente ripetitivo in cui l'esistenza dell'uomo è come un pezzo di un ingranaggio, quindi ultimamente senza significato, senza valore.

Paradossalmente la mentalità in cui ci troviamo a vivere oggi, in un certo senso, si volge di nuovo a questa concezione ciclica del tempo. Nei grandi esponenti (grandi nel senso della capillarità di diffusione delle loro parole), per esempio un Severino, un Vattimo (che scrivono ogni settimana sul Corriere della Sera, sulla Stampa ecc.), voi ritroverete questa concezione (non a caso loro esaltano il pensiero greco): la realtà ultimamente è nulla, l'unica realtà è l'eterno divenire delle cose. Non accade mai nulla di significativo.

Pensate che novità, che rivoluzione ha rappresentato, nel pensiero biblico, questa realtà: che c'è un inizio, che il tempo non è una grandezza neutra, astratta, un meccanismo, una ripetitività, ma il tempo innanzitutto appartiene al Creatore. Il tempo ha un suo Signore, il tempo come tutta la realtà è creato. Non solo, ma il tempo diventa parte di un disegno, proprio segnato dai passi che Dio usa coinvolgendosi nel tempo, nella storia. Il tempo diventa interessante, acquista un significato: quindi diventa storia. La storia è il tempo con un significato, è il tempo che si arricchisce di fatti, di avvenimenti. L'idea non di un eterno ritorno, (dal nulla al nulla, direbbe Severino), ma l'idea di un inizio verso un compimento, verso una fine.

Il popolo ebraico ricorda bene queste dinamiche.

Che il tempo acquisti un significato ha un'importantissima conseguenza: all'uomo è possibile la memoria, vale a dire conservare, ripetere in sé ciò che è accaduto. Cosa dice Dio al Suo popolo? "Quando sarai giunto nella terra di Egitto ricordati cosa io ho fatto per te" ed elenca tutta una serie di azioni definite temporalmente: "Ti ho liberato dalla mano del faraone, ti ho fatto attraversare il Mar Rosso, ti ho condotto nel deserto, ti ho dato la legge - ricordati - ti ho dato il tempo e le stagioni perché tu possa crescere e avere la vita".

Questa dinamica, questo metodo, che è già nell'Antico Testamento, è come sintetizzare che Dio si manifesta Signore della storia identificandosi in particolari, in azioni, usando il tempo come sua categoria espressiva. Questo metodo ha un vertice, ha un compimento in un momento del tempo, non un momento di tempo, ma un momento nel tempo: il Mistero irrompe non più come roveto ardente, non più come colonna di fuoco, non più come nube luminosa, ma irrompe come presenza umana. Il Verbo si è fatto carne. Un momento nel tempo e del tempo, un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia, sezionando, bisecando il mondo del tempo: 1996 dopo Cristo. Questo è un dato semplicissimo che fa parte della nostra esperienza quotidiana. Bisecando, sezionando: prima di questo avvenimento, dopo questo fatto. Il tempo fu creato attraverso quel momento perché senza significato non c'è tempo e quel momento di tempo contiene il significato (cfr. T. S. Eliot, Cori da "La Rocca", Rizzoli).

È un fatto che è accaduto, come la nascita in casa vostra di un bambino. E con che precisione questo fatto viene registrato, proprio all'inizio del Vangelo di Luca, nel terzo capitolo: "L'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, essendo Ponzio Pilato procuratore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo suo fratello tetrarca della Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell'Abilene; sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa...". Questi nomi sono nomi di persone realmente esistite. Chi di voi avrà la grande fortuna di andare a Rimini, alla grande mostra "Dalla terra alle genti", sulle origini del Cristianesimo (è la più importante mostra di questo secolo) troverà delle testimonianze archeologiche dove questi nomi sono riportati, troverete una stele (l'unica - è una calco fedelissimo - stele in cui è inciso il nome di Ponzio Pilato), troverete un'altra stele su cui è inciso il nome dell'imperatore Tiberio, troverete l'ossuario (è una teca di pietra pomice) su cui è inciso il nome di Caifa. Sono testimonianze storiche, archeologiche collocabili in un momento preciso del tempo, in un momento preciso della storia.

Questo è il cuore dell'annuncio cristiano. Il Mistero non è rimasto al di là delle nubi, non è rimasto il Dio dei filosofi, non è rimasto preda dei tentativi degli uomini, per illuminare, capire ciò che l'uomo da solo non può. Non può perché è vero quello che dice Agostino: "Se capisci non è mistero". Il Mistero si è coinvolto con l'uomo, ma questo coinvolgimento arriva fino al punto di entrare nella storia come uomo, ex Maria Virgine, come dice il Credo e, come dice Paolo nella Lettera ai Galati "...nato da donna...", nato sotto la legge, nato dentro la storia di un popolo, vivendo per 30 anni una quotidianità intessuta di usi e costumi di un popolo, lavorando con mani di uomo, vivendo in una famiglia umana.

Il tempo acquista da quel momento un significato positivo, perché il tempo tutto è segnato dalla presenza di quell'uomo che è Dio. È venuto perché il Mistero non restasse distante, astratto, estraneo e quindi potenziale nemico all'uomo, ma sia compagno del cammino dell'uomo: "Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

Un fatto storico in un luogo preciso e noi abbiamo delle testimonianze preziosissime di questo. Sono quattro libricini scritti originalmente in un greco non troppo elegante (non è un greco classico, si chiama greco koiné: quasi dialetto), era la lingua parlata, diffusa in tutto il Mediterraneo, una lingua semplice. Questi quattro libricini sono i Vangeli. Tre chiamati sinottici perché si possono leggere accostandoli, e il Vangelo di San Giovanni. Questi non sono delle cronache, non sono neanche una storiografia nel senso classico del termine, cioè una serie di avvenimenti e basta. I Vangeli sono scritti con uno scopo ben preciso: potremmo dire l'annuncio della buona novella, l'annuncio di ciò che quell'Uomo nato da Maria a Betlemme, vissuto a Nazareth, ha realmente detto, ha realmente fatto per la salvezza dell'uomo. È quello che la costituzione "Dei Verbum", quella del Concilio Vaticano II, in poche righe magistralmente sintetizza: "La santa madre Chiesa (espressione sempre meno usata) ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massima (ci ha sempre creduto, fin dall'inizio) che i quattro Vangeli di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la Sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro salvezza eterna fino al giorno in cui fu assunto in cielo".

 

"Operò": le Sue azioni, quelle più quotidiane (aveva preparato dei pesci arrosto sulla brace per i suoi che tornavano dalla pesca, ci viene detto in Giovanni 21), quelle così umane (davanti alla Sua città, al tramonto, singhiozzò - pensando al destino di Gerusalemme che non Lo riconosceva come Figlio di Dio e per cui andava a morire). Ma anche le Sue azioni più misteriose e imponenti. Quando vide passare quel corteo, fuori dalla città di Naim, quella madre che piangeva quell'unico figlio, lei madre vedova: "Donna non piangere" le dice e le risuscita il figlio. O quando, ormai sera, ed erano cinquemila che Lo seguivano da due giorni: "Congedate la folla perché trovi ristoro" "Maestro, le città sono distanti. Ormai viene sera" "Date voi stessi da mangiare a loro". E con cinque pani e due pesci tutti mangiarono e ne raccolsero dodici ceste di avanzi. O quando arriva a Betania e l'amico Lazzaro è morto da due giorni: "Aprite la tomba" "Maestro, già manda cattivo odore" "Aprite! Lazzaro vieni fuori!".

Durante la Sua vita effettivamente operò e insegnò per la salvezza degli uomini.

La fede della Chiesa afferma che quei libricini così apparentemente semplici contengono la testimonianza storica di Gesù (la Dei Verbum nel Cap.19 ci dice che gli evangelisti non hanno scritto tutto, hanno scritto le cose più importanti, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere). Al Concilio un padre chiese: "Cosa vuol dire cose vere e sincere?". E la Commissione Teologica, che per conto del Papa aveva steso il testo, ha risposto così: "La verità si riferisce alla corrispondenza tra il fatto accaduto e il racconto (quello che è scritto è realmente accaduto), la sincerità si riferisce alla credibilità dei testimoni (chi ha scritto o è stato testimone diretto di ciò che è stato detto o di ciò che è stato operato o ha ricevuto da testimoni oculari l'accaduto). Questo la Chiesa l'ha sempre creduto per 1700 anni circa. Finché, a cominciare dagli ambienti protestanti tedeschi, si è insinuato, dapprima limitato a certi ceti, poi sempre più diffondendosi, quella che potremmo chiamare la cultura del sospetto, la cultura del dubbio: la ragione non si apre alla testimonianza, ma pretende di essere lei misura, metro di giudizio della testimonianza stessa.

La grande obiezione che in fondo in fondo gli illuministi fanno, si può riassumere in quella famosa domanda di uno di essi, il filosofo Lessing: "Ma come può un particolare, un uomo, pretendere di avere valore assoluto, valore e salvezza per tutta la storia?"

Vedete che il dinamismo della ragione se invece di aprirsi semplicemente secondo la sua natura (perché la nostra ragione è fatta per conoscere la verità, è apertura alla verità non misura di essa) vuole misurare, non è più ragione. Come può un particolare pretendere di essere la salvezza, avere una pretesa assoluta sulla mia vita?

Da lì è iniziata una sistematica demolizione del valore dei Vangeli come testimonianza storica. Ha cominciato Reimarus poi Strauss, fino alle soglie di questo secolo, il grande Rudolf Bultmann, sostanzialmente riprendendo le teorie di Kant che riduce la ragione a misura della verità: non è la ragione che si apre al reale, ma il reale è ciò che sta nella ragione.

Questo metodo viene applicato ai Vangeli. I Vangeli non sono più la testimonianza storica, non raccontano ciò che Cristo veramente fece e disse per la salvezza dell'uomo. Secondo questi illuministi i Vangeli sono racconti. Loro interpretano il termine "annuncio" nel senso di una costruzione a posteriori della comunità cristiana. Loro dicono che questi fatti non sono accaduti veramente, sono tutti racconti inventati dai primi cristiani per esaltare la figura di Cristo, ma Cristo non era Dio. È stato un ebreo eccezionale, un profeta, uno dei tanti maestri che c'erano nel giudaismo. La sua divinizzazione è frutto del lavoro, dell'iniziativa a posteriori della comunità cristiana.

Cosa hanno dovuto ipotizzare questi signori? Che i Vangeli siano sorti non immediatamente a ridosso dei fatti che raccontano, ma molto successivamente. Quindi sia Reimarus che Strauss che gli altri hanno ipotizzato la nascita dei Vangeli addirittura nella metà del secondo secolo (150-180 d.C.). Per il Vangelo di Giovanni si parlava addirittura del terzo secolo.

Potete immaginare che un racconto, scritto cent'anni dopo quanto è accaduto, può essere tranquillamente pieno di invenzioni, di cose non vere. I Vangeli ci presenterebbero non esattamente il Cristo storico, ma il Cristo della fede dei Suoi discepoli che hanno messo a posteriori, tante cose per giustificare la grandezza, la divinità di Cristo.

Questo pensiero si è fatto strada pian piano fin dentro la Chiesa cattolica. È frequente (purtroppo, devo usare questo aggettivo) trovare anche nei testi di teologia, di catechesi, affermazioni perlomeno strane. Vi rileggo prima cosa dice il Concilio: "I vangeli trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la Sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro salvezza eterna. I quattro autori sacri scrissero i quattro Vangeli, sempre in modo tale, da riferire su Gesù cose vere e sincere".

In un testo scritto da un famoso teologo tedesco potete leggere frasi di questo tipo: "Dal punto di vista letterario si può osservare una tendenza ad ampliare e moltiplicare i miracoli... Si ha l'impressione che il Nuovo Testamento abbia arricchito la figura di Gesù di numerosi motivi extracristiani per sottolinearne la grandezza e l'autorità. Alcuni racconti miracolosi si sono dimostrati all'indagine della storia come proiezioni dell'esperienza pasquale sulla vita terrena di Gesù o come anticipazioni dell'attività del Cristo glorificato... La conclusione che dobbiamo trarre da tutto quanto si è detto è che molte storie miracolose riferite dai Vangeli debbano essere considerate leggendarie... Molte leggende vanno analizzate non tanto nel loro contenuto espressivo storico bensì in quello teologico. Esse non ci dicono nulla sui singoli fatti di salvezza, ma ci parlano soltanto del significato salvifico racchiuso nell'unico evento di salvezza: Gesù Cristo…Dal fatto che determinati miracoli non possono venire attribuiti al Gesù storico (notate che sicurezza, che certezza! Parla da teologo per l'onor del vero; quindi non è autorità), non è lecito concludere che essi non rivestono alcun significato teologico e kerigmatico. Questi racconti non storici sono enunciati di fede sul significato salvifico della persona e del messaggio di Gesù".

Da questa concezione derivano alcune conseguenze gravissime.

Guardiamo che cosa dice il linguaggio semplice del Concilio: "La Chiesa ha sempre creduto che quello che c'è scritto è realmente stato detto e realmente accaduto". Non è solo un'affermazione di fede, mette in gioco la ragione. Ci sono delle testimonianze. Qui viene detto: "Non tutto quello che c'è dentro è accaduto. Molte sono storielle inventate per esaltare la figura di Cristo a scopo teologico e kerigmatico". Cosa viene messo in dubbio? Innanzitutto la ragione: io dovrei credere a delle storielle inventate per accrescere l'importanza della figura del Cristo. Perché la conclusione è questa: questi racconti non storici sono enunciati di fede. Quindi la fede a questo punto, non potendosi basare sulla ragione, cioè su dati storici, sulla testimonianza, su cosa si basa? Come dicono quelli che attaccano la Chiesa, è un sentimento, è una scelta. Uno crede e uno no. Qui c'è un attacco non solo alla fede della Chiesa, ma anche alla ragionevolezza, quindi all'umanità della fede che si riduce a un sentimento, a una credenza, a qualcosa di irrazionale, a un salto nel buio.

Si nega validità di testimonianza storica ai Vangeli, essi sarebbero un documentuccio scritto dalle comunità posteriori.

Questo pensiero si è infilato profondamente nella Chiesa.

Voglio farvi notare che, come hanno scritto dei miei amici universitari in un manifesto, nelle feste di Natale e Pasqua riviste come "Times" e "Newsweek" escono sistematicamente con copertine che mettono in dubbio la storicità di questi avvenimenti. Capite che non è, come ha risposto un vescovo americano, "una cosa di poco conto" perché i latini dicevano "gutta cavat lapidem". Goccia dopo goccia ci bucano la testa, le coscienze; la gente non legge le venti pagine dove sono sapientemente miscelate verità, mezze verità e grossolane bugie; resta colpita dalla copertina. Ma è veramente risorto? Chi ci crede ancora? Nato da Maria Vergine? Tutto questo viene ridotto a mito o a costruzione dei preti che hanno interesse a "basare il loro potere" sulla creduloneria della gente. Certo che non è un bel servizio reso alla ragione e alla fede anche un procedere teologico che disprezza il valore della testimonianza storica dei Vangeli.

In questo già citato libro, il racconto più antico della Resurrezione comincia così: "Marco 16, 1-8 non è un racconto storico. Non si tratta di cenni storici, ma soltanto di artifizi stilistici escogitati per richiamare l'attenzione e creare suspense". È vero che una pagina dopo c'è una piccola concessione: "Ci sono delle buone ragioni per ritenere che in questo racconto si siano rielaborate alcune reminiscenze storiche". Subito dopo si afferma: "In se stesso il sepolcro vuoto rappresenta un fenomeno ambiguo aperto a diverse possibilità di interpretazione" e via dicendo.

Il Santo Padre ha richiamato l'attenzione di tutto il mondo nel suo Regina Coeli del 21 aprile 1996 che la Resurrezione è un fatto. Certo non abbiamo una fotografia, non abbiamo neanche, come pretenderebbe l'archeologa che dice di aver trovato le ossa di Gesù, prove di questo tipo, ma una serie incredibile di vicende: pensate solo al fatto che le prime testimoni sono donne e che per il costume e la legge ebraica la loro testimonianza non aveva valore giuridico - se fosse un'invenzione, sarebbe proprio inventata male. Mettono a testimoniare donne che, in quanto tali, non dovevano essere credute.

Ora tutte queste teorie iniziate nell'Illuminismo tedesco del '700, portate avanti soprattutto dai teologi protestanti e nel XX° secolo diffusesi largamente e tuttora presenti purtroppo, non nel magistero della Chiesa, ma nel pensiero di molti teologi ed esegeti, tutto questo si basa appunto sul fatto che i Vangeli sono stati scritti molto tardi, e quindi più tardi sono stati scritti, più è possibile che ci siano invenzioni, miracoli inventati, racconti fantastici, tutti frutto di una elaborazione teologica.

Cosa è accaduto? È accaduto che alcuni studiosi, per strade diverse, ci fanno vedere delle prove estremamente significative ed estremamente pesanti del fatto che i Vangeli non sono produzioni tardive della comunità cristiana, ma sono testi scritti nelle immediate vicinanze degli avvenimenti che raccontano.

Perché sono importanti le ultime scoperte papirologiche da un lato e i nuovi metodi di studio linguistici dall'altro? Perché sono prove scientifiche che riportano la stesura dei Vangeli a una data vicinissima alla vita di Gesù: che realmente non sono solo scritti di testimoni oculari, ma sono rivolti a quelli che hanno partecipato. Se un testo racconta di fatti, di discorsi, tre quattro anni dopo che si sono svolti, chi vi ha partecipato è ancora in vita.

Queste scoperte non aggiungono qualcosa alla fede, come alcuni maliziosamente hanno detto: sono solo una conferma, dal punto di vista della ragione, di quello che la Chiesa ha sempre creduto. Per scoperte papirologiche intendo sia l'identificazione di un frammento trovato nella grotta di Qumran, rinvenuto nel 1951 e catalogato come frammento del I° sec. e identificato nel 1971 dal Padre Josè O'Callaghan come un frammento del Vangelo di Marco (Marco 6, 52-53).

Lo potrete vedere alla mostra di Rimini, grande come un francobollo: si vedono molto bene alcune lettere, venti lettere su cinque righe. Tutti i papirologi sono pressoché concordi nel dare ragione al Padre O'Callaghan perché i parametri che la papirologia richiede per l'identificazione sono molteplici.

Così come l'altra importantissima identificazione fatta due anni fa da un papirologo anglicano, Peter Carsten Thiede, che, quasi per caso, scorrendo tra i reperti conservati al College di Oxford, ha visto tre piccoli frammenti, scritti recto e verso, del Vangelo di Matteo che erano stati datati intorno al 200. Lui utilizzando diverse tecniche (il suo libro uscirà anche in italiano tra poche settimane, si intitola un po' provocatoriamente "Testimoni oculari di Gesù" ed. PIEMME. È anche molto utile e bello, dello stesso autore: "Gesù, storia o leggenda, EDB") racconta come è arrivato all'identificazione di questi papiri, che lui dice sono "tra il 60 e il 70 d.C.". O'Callaghan parla addirittura del 50 d.C.

I papiri di Qumran sono 18 frammenti. Fra di essi sono stati identificati il 7Q5 (Marco 6, 52-53) e il 7Q4 (grotta 7, Qumran, e il numero del frammento dato dai primi catalogatori: è la prima Lettera a Timoteo che anche gli esegeti cattolici considerano molto posteriore e alcuni dicono non attribuibile a Paolo). Questi frammenti sono classificati intorno al 40-50 d.C. Sicuramente non oltre il 68 d.C., perché nel 68 la decima Legio romana distrusse l'insediamento di Qumran.

C'è però anche un limite di queste scoperte.

È chiaro: bisogna trovare altri papiri e ciò è molto legato alla fortuna. Questi indizi riaprono la ragione e fanno imbestialire i nuovi dogmatici. Non nel senso di difensori della fede, ma quelli che fanno di Bultmann il loro eroe, il loro dio, l'unica autorità riconosciuta. Il limite di questo metodo non sta tanto nella certezza di identificazione dei papiri, ma nel fatto che per ulteriori identificazioni dipendiamo da nuove scoperte.

Mentre il metodo che genialmente iniziò il Padre Carmignac (si possono trovare le sue scoperte nel libro: "La nascita dei Vangeli sinottici", ed. Paoline, e nella intervista curata da V. Messori: "Inchiesta sul Cristianesimo", ed. SEI) vent'anni fa all'Institut Catholique de Paris e che con altrettanta genialità riprese Padre Marco Herranz a Madrid e i suoi discepoli attuali Julian Carron e Josè Miguel Garcia, è interessantissimo perché non ha limiti (Cfr. "Vangeli e storicità", a cura di Stefano Alberto, ed. Rizzoli). E non è un metodo papirologico, è un metodo linguistico che parte da un presupposto molto semplice: la lingua dei Vangeli, il greco dei Vangeli, in certi passaggi è proprio incomprensibile. In due sensi: ci sono dei passaggi che grammaticalmente non sono giusti e ci sono dei passaggi che tradotti letteralmente non vogliono dire niente. Come mai? Hanno fatto un esperimento, hanno provato a ritradurre questi testi greci in aramaico, che era la lingua parlata, insieme al greco, ai quei tempi in Palestina. E così i testi sono limpidissimi sia dal punto di vista grammaticale che dal punto di vista del significato. Ora stanno traducendo pian piano i testi. Loro hanno dedotto che il testo greco non sia il testo originale, ma la traduzione di un testo aramaico preesistente. Da un lato abbiamo scoperte di papiri che parlano del 40-50 d.C. già in greco, dall'altro queste conclusioni di testo aramaico precedente al greco. Arriviamo come data di stesura agli anni immediatamente vicini agli avvenimenti culminati con la morte e resurrezione di Nostro Signore.

Queste scoperte che si basano non sui sentimenti, ma su dati scientifici, sono una conferma impressionante di quello che la gente semplice, che la Chiesa, insieme ai suoi pastori e al Papa, ha sempre creduto. I Vangeli non sono racconti abbelliti teologicamente, ma sono documenti di annuncio. Cioè l'intenzione dei Vangeli è quella di far sapere a tutto il mondo la buona novella. Non sono miti, sono il racconto di ciò che Cristo ha veramente detto, ha veramente operato per la salvezza dell'uomo. Sono la testimonianza di un fatto.

A Rimini potrete vedere una serie impressionante di testimonianze. Non sono il fondamento della fede, non si crede per reperti archeologici. Noi crediamo per un incontro che abbiamo fatto, che è un puro dono di Dio, ma la nostra fede non è contro la ragione. La fede è il vertice dell'umano, e all'umano appartiene anche la ragione.

La nostra fede, la fede di un Dio che si è fatto uomo, che è entrato nella storia come fatto storico, identificabile e che resta presente nella storia attraverso la Sua Chiesa, si basa anche su dati che provocano e confortano nello stesso tempo la ragione. Per credere non abbiamo bisogno di rinunciare alla ragione, anzi, una fede senza ragione non è una fede umana. È un gioco da bambini o è un sentimento, e un sentimento non dura, non cambia la vita. Noi non crediamo in un mito, in un fantasma, in un artificio tirato fuori da libri di cattivi teologi. Noi crediamo in una Presenza, in un uomo vivo. Non siamo dei visionari. La fede è il vertice dell'umano, è basata su dati ragionevoli e i Vangeli sono la testimonianza più impressionante, insieme alla tradizione vivente di 2000 anni di storia, della ragionevolezza, cioè dell'umanità di questo fatto.

 

Storia e mistero

di Stefano Alberto