" E Marco ...subito scrisse":

il papiro 7Q5, una rivoluzione

sull’origine dei Vangeli

 

Chiedo che mi si permetta di fare un po’ di storia dei miei lavori di identificazione. Devo confessare che non avevo mai avuto la pretesa di rintracciare un frammento neotestamentario nella grotta 7 di Qumran. Il mio contatto con questa grotta si dovette al fatto che stavo redigendo un catalogo dei papiri greci dell’Antico Testamento.

Poiché in quella grotta erano già stati identificati due papiri della Versione dei Settanta, una versione dell’Antico Testamento in greco preparata dagli ebrei ad Alessandria nel 3° sec. a.C., dovevo interessarmi di quelli, e così sono entrato nella grotta settima di Qumran.

Diciannove sono i frammenti rintracciati in questa grotta. In realtà i pezzi di papiro sono 21, ma il numero 19 comprende tre blocchi di terra grigiastra, mescolata con ghiaia e solidificata, sopra la quale i frammenti di papiro hanno lasciato la loro impronta come conseguenza di un prolungato contatto.

Pertanto il bilancio di questa grotta è alquanto insignificante e all’apparenza di scarsissimo interesse letterario. Senza alcun dubbio c’è qualcosa di molto importante di cui tener conto: tutti i frammenti sono di papiro e per di più scritti su di una sola facciata. Conseguentemente si tratta di pezzi di rotolo e non di codice, il che depone a favore dell’antichità dei frammenti.

Fra tutti i papiri di questo modesto insieme attirò la mia attenzione particolarmente quello catalogato col numero 5. Devo però confessare che, in conformità con la edizione ufficiale, supposi che si trattasse di una genealogia. Effettivamente nella linea 4 del detto frammento si legge nnes che potrebbe verosimilmente esser parte della parola egennesen, la cui radice anche nelle nostre lingue significa "generare".

Dopodiché, con pazienza da certosino, rintracciai tutti gli innumerevoli passi dell’Antico Testamento in cui si sarebbe potuto trovar testimonianza della detta radice, ma mi vidi obbligato a desistere poiché in nessuno di essi si ritrovava la concordanza di lettere che rendeva accettabile l’identificazione.

Ero sul punto di abbandonare il mio impegno di identificazione di detto frammento, quando, più per reagire alla delusione del momento che per vera convinzione scientifica, osai verificare se nel Nuovo Testamento potesse esserci qualcosa di corrispondente ai frammenti conservati in questo papiro. Anche la ricerca genealogica nel Nuovo Testamento si rivelò infruttuosa. Tuttavia ad un certo punto mi venne l’intuizione che il gruppo nnes avrebbe potuto far parte della parola Genesaret. Però, il lago o territorio di Genesaret si incontra una sola volta in tutto l’Antico Testamento; precisamente 1 Maccabei 11,67.

Per contro, nel Nuovo Testamento incontrai un passo nel quale esisteva una corrispondenza perfetta sia al gruppo delle lettere di "Gennesaret" sia alle altre caratteristiche del detto frammento di papiro: uno spazio di separazione nella linea tre per dividere due sezioni del testo la seconda delle quali con inizio Kai (= e). Effettivamente in Marco 6,52-53, col versetto 52 termina la narrazione del miracolo di Gesù che cammina sulle acque e con il versetto 53 inizia quella delle guarigioni di Genesaret. Si tenga presente che questo nuovo periodo comincia con la congiunzione "e", peculiare dello stile di Marco. Il frammento che viene riferito è il seguente "…in realtà non avevano ben capito il fatto dei pani perché il loro cuore era indurito, [52] e avendo concluso la traversata giunsero a Genesaret e sbarcarono [53]".

Personalmente cercai di dimenticarmi di questa identificazione perché la consideravo inaccettabile. E dopo aver lavorato nella biblioteca del Biblico, tornai nella mia stanza nella quale poco dopo entrò un mio collega tedesco, a cui timidamente proposi la possibilità di aver rintracciato un papiro di Marco databile all’anno 50. Immediatamente mi interruppe dicendomi: "È impossibile". Mi mancava solo questo per perdere ogni coraggio. Lasciai il mio lavoro e andai ad ossigenarmi per le bellissime strade delle Roma antica. Non volevo più pensare alla presunta identificazione.

Non volevo più pensarci, ma di fatto non potevo evitarlo. Ma se per un caso fortuito tutto quello era vero? Io proseguivo nei miei lavori accademici all’Istituto Biblico, le mie lezioni, i miei seminari. Ma quasi un’ossessione a cui io resistevo si impadroniva di me. Infine, dopo una settimana, tornai con maggior calma a verificare l’identificazione e di nuovo riscontrai la coincidenza di lettere ed altri aspetti paleografici con il frammento di Marco. Poi andai a trovare quello che allora era Rettore del Biblico, attualmente Cardinale e Arcivescovo di Milano, Mons. Carlo Maria Martini, a cui proposi la mia possibile identificazione. In quel momento egli aveva una riunione, ma mi chiese che gli presentassi una sorta di bozza del mio lavoro, manifestando - come era ovvio - una certa sfiducia nella mia ricerca.

Il giorno seguente mi si presentò in camera con la bozza che gli avevo consegnato e, con molta circospezione e prudenza scientifica, propose obiezioni al mio lavoro cui era necessario che rispondessi. Dopo questa conversazione Mons. Martini decise che il mio lavoro fosse sottoposto alla supervisione di svariati docenti del Biblico i quali non opposero alcuna seria difficoltà alla pubblicazione del mio articolo. Con grande prudenza e circospezione scientifica, Mons. Martini, ascoltato il parere favorevole dei miei colleghi del Biblico, volle conoscere l’opinione di un’eminente specialista di papirologia. Andai a Trieste a confrontare i miei lavori col prof. Sergio Daris, a cui una volta di più sono grato per la gentilezza e la competenza. Discutemmo l’argomento circa 6 ore e, dopo il suo parere favorevole, ritornai a Roma. A questo punto il Rettore autorizzò la pubblicazione dei miei lavori che furono pubblicati fra le ipotesi come un suggerimento scientifico data l’estrema delicatezza dell’argomento in essi trattato.

Immediatamente dopo la pubblicazione del mio articolo nella rivista "Biblica", l’organo scientifico del nostro Istituto, lasciai Roma ed andai a Barcellona per evitare l’assalto dei giornalisti. Ma due giorni dopo del mio arrivo a Barcellona, dove desideravo rimanere ignoto a tutti, mi si presentò un gruppo della televisione Nord-Americana che voleva farmi un’intervista. Da quel momento fu tutto un calvario per me, che sono un uomo dal lavoro nascosto. Subii innumerevoli interviste di giornalisti spagnoli e stranieri che non sempre, nonostante la loro buona volontà, espressero nelle loro cronache ciò che il povero specialista diceva. Oggigiorno è impossibile evitare l’intromissione dei mezzi di comunicazione sociale.

Ma perché vi rendiate conto dell’obiettività dell’informazione, posso ricordare un giornale della sera di Barcellona che, con grandi titoli, annunciava ai quattro venti: "Padre O’Callaghan ha scoperto un papiro di Marco anteriore a Gesù Cristo (!!!)".

Noi che lavoriamo in campo scientifico siamo uomini che di solito amiamo la nostra intimità e preferiamo esser lasciati in pace con i nostri pensieri. Disgraziatamente nel mio caso fu tutto il contrario. In molte parti del mondo si diffuse la notizia, frequentemente con evidenti esagerazioni ed imprecisioni incommensurabili.

Le reazioni nel mondo culturale seguirono tre orientamenti ben definiti: gli entusiasti della mia identificazione, gli indifferenti che con giusta prudenza cercavano di saperne di più per decidere; ed infine i nemici acerrimi, la cui posizione io sempre ho rispettato, quantunque talvolta abbia lamentato che gli attacchi non si siano mantenuti ad un livello strettamente accademico.

È fuori dubbio che quando si propone una teoria scientifica nuova, opposta ad una opinione universalmente accettata, è necessaria una adeguata polemica per chiarire gli elementi che si propongono nella teoria e verificare se la proposta scientifica stia a galla oppure no. E per questo esprimo il mio ringraziamento a quanti con i loro apporti contribuirono a chiarire la mia teoria.

Attualmente son passati venticinque anni dal momento in cui comparve la mia proposta. Molti articoli sono stati pubblicati e si sono fatte molte verifiche informatiche per dimostrare la legittimità delle mie proposte. Credo con buona coscienza di poter dire che la mia umile proposta conserva la sua iniziale validità e ricorderò qui le parole del Professor Carsten Peter Thiede: "In base alle regole del lavoro paleografico e di critica testuale, è certo che 7Q5 è Mc. 6,52-53, il più antico frammento conservato di un testo del Nuovo Testamento, scritto attorno al 50, e sicuramente prima del 68".

E che il passo come tale non provenga da una raccolta formata prima di Marco, ma presupponga un Vangelo già completamente terminato, era già stato affermato, giustamente, dallo stesso Kurt Aland, prima che cercasse di confutare l’identificazione del frammento senza tener conto delle sue principali caratteristiche.

Anche in questo caso non dobbiamo prescindere da un periodo di trasmissione orale precedente la formazione dei Vangeli. Ma come correttamente annota il Card. Martini "sarebbe forse necessario considerare il tempo della tradizione orale del materiale evangelico un po’ meno lungo di quanto non si supponga oggi da parecchi critici. Così, pur senza mutare il quadro sostanziale che riallaccia l’origine dei Vangeli ai ricordi degli apostoli e alla loro predicazione orale, si potrebbe pensare ad esempio che si cominciò a mettere in iscritto tale predicazione già durante il secondo decennio dopo la morte di Gesù".

Forse adesso occorrerebbe chiederci: "A che punto è attualmente l’accettazione della mia teoria?". Posso dire che dal 18 al 20 Ottobre del 1991, nell’università Cattolica di Eichstatt (Germania), si è tenuto un simposio internazionale in appoggio alla mia proposta. Io non sono andato per lasciare più libertà d’espressione ai partecipanti. Mi hanno scritto però che il simposio è riuscito molto bene. Secondo l’ordine alfabetico, i sedici professori che hanno partecipato sono i seguenti: (aggiungo le città delle Università o Facoltà donde provengono): Betz (Tubinga, Germania), Burgmann (Offenburg, Germania), Charlesworth (Princeton, EE. UU.), Diedrich (Eiohstatt, Germania), Ellis (Fort Worth, EE. UU.), Focant (Lovaino, Belgio), Hunger (Vienna, Austria), Majer (Eichstatt, Germania), Pixner (Gerusalemme, Israele), Riesenfeld (Uppsala, Svezia), Riesner (Tubinga,Germania) Rohrhirsch (Eichstatt, Germania), Ruckstuhl (Lucerna Svizzera), Schwank (Monaco,Germania), Slabj (Eichstatt, Germania) e Thiede (Wuppertal, Germania). Tranne due o tre, tutti erano favorevoli all’identificazione di Marco.

In questo momento mi permetto di citare alcune parole di Tommaso Ricci anteriori alla celebrazione del simposio: "Il prossimo ottobre nel cuore della Baviera, dunque, attorno alla sigla 7Q5 si daranno battaglia studiosi di ogni parte del mondo. Una battaglia il cui sottofondo è molto di più che una questione di papiri e di date".

E qual è questo sottofondo che supera aspetti cronologici e paleografici?

La questione di tutta questa problematica è la seguente: se la tradizione orale è molto lunga, le impressioni che gli uomini vanno trasmettendosi, corrono il pericolo di modificare la realtà degli avvenimenti iniziali: questo lo sappiamo per esperienza personale. Si tende ad esagerare peggiorando o migliorando la figura del personaggio in oggetto e, trattandosi di Gesù, uomo di doti umane straordinarie - questo lo accettano tutti - quell’uomo di trasforma e poco a poco in un Dio, e si passa da una categoria umana ad un piano di divinità nel quale Cristo non è soltanto un uomo ma anche Dio.

Conseguentemente la divinità non si afferma in virtù di credenziali originarie, ma per dilatazione dei racconti formatisi nella primitiva comunità cristiana. Per contro, se ora abbiamo un papiro di Marco dell’anno 50 risulta che solo pochi anni dalla sua morte ci vien riferito dei miracoli del Signore da parte di autori che l’han visto personalmente o almeno ne hanno udito parlare da testimoni oculari o auricolari.

Credo che a questo proposito risultino molto opportune le parole del Professor Albert Vanhoye, ex rettore dell’Istituto biblico ed attuale Segretario della Pontificia Commissione Biblica: "come sempre accade, ogni volta che ci si avvicina alle fonti che storicamente provano le verità della fede, si grida allo scandalo; e tutte le volte invece che le ricerche dicono il contrario, vengono accolte con grandissimo favore.

Le critiche che O’Callaghan dovette subire furono tremende. Le sue scoperte indispettirono molto i biblisti: era dato per scontato che dalla morte di Cristo alla stesura del Vangelo di Marco fossero passati quarant’anni. Scoprire invece che ne passarono meno di 20, manderebbe all’aria tutta l’esegesi neo-testamentaria".

Sembra conveniente concludere con le giuste parole del mio collega del Biblico, Professor Ignace De La Potterie: "La distinzione dell’esegesi moderna fra il Cristo della fede e il Gesù della storia verrebbe messa in crisi. E teniamo presente che il Vangelo di Marco è quello che più esalta la divinità di Cristo, con la sua potenza miracolosa."

Voglio anche ricordare il meritevole testimonio di Mons. Enrico Galbiati, che fa riferimento al calcolo delle probabilità. Disse Mons. Galbiati: "O’Callaghan ha ragione. Per il calcolo delle probabilità. Quel papiro non porta nessuna parola comprensibile, ma un seguito di lettere che si susseguono con un certo ordine, tale quale al vangelo di Marco. È altamente improbabile che le stesse lettere possano trovarsi nello stesso ordine per caso".

[Ecco l’autorevole opinione del Prof. Albert Dou: ingegnere di Ponti e Strade e Dottore in Matematica. A Madrid è stato Ordinario di Matematica nel Politecnico e nell’Università, della stessa città, Ordinario di Equazioni Differenziali. Attualmente è Professore emerito all’Università Autonoma di Barcellona, dove insegna Storia della Matematica. È membro dell’Accademia delle Scienze di Madrid]:

I. Ipotesi di calcolo

La probabilità che si trovi casualmente un altro testo, con lo stesso numero di spazi o lettere e con una sticometria che oscilli – come quella di 7Q5, secondo l’identificazione di Marco – tra 20 e 30 lettere è di una su 36 milioni di miliardi.

II ipotesi di calcolo

Dal punto di vista del calcolo delle probabilità, all’equiparare un testo letterario espressivo con un testo matematico inespressivo, si da luogo a un errore di difficile estimazione, di cui non si è tenuto conto nel calcolo precedente.

Con questa particolarità letteraria che modifica il primo calcolo, il Prof. Dou propone il nuovo valore matematico che approssima per eccesso i dati anteriori: con la stessa sticometria di 7Q5, come prima, la probabilità che si trovi casualmente un altro testo è di una su novecento miliardi.

Dunque, secondo l’autorevole opinione del Prof. Dou, questa identificazione scientificamente è certa.

È opportuno che ponga fine alle mie povere parole ringraziandovi per la vostra amabile attenzione.

Personalmente dopo lunghi anni di silenzio e incomprensioni, sono molto contento che i miei lavori ci permettano di avvicinarci al Cristo amico. Non ho mai preteso di fare apologetica nelle mie ricerche. Non posso, però, nascondere la mia soddisfazione perché i miei lavori e fatiche hanno potuto servire a conoscere meglio la straordinaria figura del Verbo incarnato, Gesù di Nazaret.

Un po’ di Storia…

Un giorno di primavera del 1947 un ragazzo beduino chiamato Muhammed, il Lupo, alla ricerca di una capra perduta sulle rupi ad ovest del Mar Morto, nota l’entrata di una caverna mai vista prima. Dentro scopre delle antiche giare con lunghi rotoli manoscritti.

Seguì con gli anni, la scoperta di oltre undici grotte vicine e tutte con manoscritti simili. Proprio lì era situato l’insediamento monastico degli Esseni, una corrente dell’ebraismo poco conosciuta se non per gli accenni che ci hanno tramandato G. Flavio e Filone.

Il monastero di Qumran fu abbandonato di fronte alle armate Vespasiane in marcia verso Gerusalemme nel 68 d. C. Quelle grotte furono appunto sigillate allora dagli Esseni in fuga per mettere in salvo la loro "biblioteca".

Il dibattito si è accentuato nel 1972, quando p. O’Callaghan rese pubblici gli esiti dei suoi studi, in cui identificava il frammento di papiro chiamato dagli esperti 7Q5 con un brano del Vangelo di Marco.

La lettera Q è l’iniziale di Qumran sulle rive del Mar Morto. Il n° 7 indica la grotta in cui è stato ritrovato. Il n° 5 identifica il frammento: ne sono stati ritrovati 19, in questa stessa grotta, tutti con testi di lingua greca.

Le caratteristiche evidenti del 7Q5 possono essere così brevemente definite: ha una altezza massima di 3,9 cm e larghezza di 2,7 cm. Sul piccolo pezzo di papiro sono rimaste impresse solo 11 lettere dell’alfabeto greco.

A partire dal 1971 si cementò nell’impresa il papirologo spagnolo Josè O’Callaghan. Bisognava procedere per tentativi, come in un cruciverba con milioni di possibilità. Alla ricerche del testo che si "incastrasse" perfettamente nella traccia disegnata dalle undici lettere visibili. C’era un solo mezzo per esplorare tutte le più ragionevoli combinazioni: il computer. Lo storico gesuita passò al setaccio informatico l’intero Antico Testamento. Ma nessun versetto si adattava. Solo in un secondo tempo O’Callaghan provò con i testi del Nuovo Testamento. Un tentativo mosso da curiosità.

Nel mondo dei biblisti era opinione consolidata che la datazione dei Vangeli risalisse ad un periodo oscillante tra gli anni 70 e 100 d.C..

Mentre il frammento che egli stava esaminando come datazione non poteva essere posteriore al 50 d.C..

Grande è stata la sorpresa del papirologo quando scoprì che un versetto di Marco (6, 52-53) si incastrasse perfettamente nel 7Q5. Sono passati 20 anni e la controversia sul 7Q5 è uscita dall’ambito degli specialisti.

Questa scoperta ha aperto, a livello mondiale, una profonda revisione degli studi sull’origine e sulla datazione dei Vangeli.

Si tratta, secondo molti esperti, della più clamorosa scoperta archeologica del XX secolo.

 

Alcune riflessioni tratte da un’intervista con P. José O’Callaghan

I ritrovamenti delle 11 grotte di Qumran, nei pressi del Mar Morto, In Israele, fra il 1947 e il 1956, hanno rappresentato un avvenimento molto importante per la comprensione della Sacra Scrittura, e dell’ambiente storico in cui si è sviluppata la Chiesa primitiva.

Si tratta della più grande scoperta di manoscritti antichi. Sono testi di biblioteca della comunità di Qumran, una specie di monastero dove un settore del gruppo degli Esseni conduceva una vita dedicata al lavoro e alla preghiera. Erano i rappresentanti di uno dei più importanti gruppi religiosi in cui si divideva il giudaismo anteriore alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.).

La quasi totalità dei testi ritrovati fu scritta in ebraico e in aramaico. Solo nella grotta 7 sono stati scoperti dei testi in greco.

Il P. José O’Callaghan si è interessato ai manoscritti di tale grotta. Iniziò quando stava preparando un lavoro sulla Versione dei Settanta, una versione dell’Antico Testamento in greco preparata dagli ebrei ad Alessandria nel 3° sec. a.C.

Il frammento cui si interessò fu il numero 5, e cercò di sapere a quale libro si riferiva. Le sue dimensioni erano di 3,9 x 2,7 cm.

Dopo una serie di studi arrivò alla conclusione che si trattava del Vangelo di Marco 6,52-53, datato al più tardi attorno al 50 d.C.

Mentre si erano trovate delle risposte per quel frammento, restavano molti dubbi sugli altri testi in greco della grotta 7, e da lì iniziarono una serie di polemiche anche molto aspre contro quanto asseriva O’Callaghan. Dopo oltre 20 anni di studi, le sue conclusioni sono confermate da molti altri papirologi di fama internazionale. Malgrado ciò molti biblisti e critici testuali continuano ad opporre la loro resistenza.

 

Due parole sul significato di tale identificazione

•Per prima cosa questo ci permette di avvicinarci di più al Gesù storico. Secondo alcuni studiosi non c’era continuità fra il Cristo storico e I Vangeli, perché noi non sapremmo nulla di Lui. Ma se oggi abbiamo un testo del 50 d.C. del Vangelo di Marco, come afferma la papirologa Orsolina Montevecchi, secondo la quale al più tardi è stato scritto 20 anni dopo la morte del Signore, e se quel testo ci parla di tre miracoli di Gesù, possiamo ben dire che stiamo toccando il Cristo storico.

• Come si è giunti a queste conclusioni, dal 1972, anno del primo articolo di O’Callaghan, ad oggi

• Quando nel 1972 ha pubblicato il primo articolo su una rivista Biblica, si innescò una polemica che su quanto affermava così grande che sarebbe durata, perché l’autore andava contro l’opinione internazionale, che aveva le sue basi su studi biblici fatti in campo protestante e cattolico.

• Stiamo parlando della prospettiva di Bultmann, che stabilisce una separazione fra il Gesù storico, assolutamente inaccessibile, e il Cristo della Fede, frutto dell’elaborazione della prima comunità cristiana, che poi ci avrebbe consegnato il Nuovo Testamento

• Ci fu un periodo iniziale fatto di critiche alle affermazioni di O’Callaghan e di risposte alle stesse.

Poi il tema passò in secondo piano, perché I suoi articoli chiarificatori non avevano avuto risposta, e cominciò il silenzio sul tema. Questo fin quando il papirologo anglicano Caster Peter Thiede, tedesco, gli si presentò egli disse di essere convinto della consistenza delle sue ipotesi. Egli continuò su questa linea i suoi studi personali, pubblicando anche vari libri a riguardo, che ebbero il merito di diffondere la problematica.

Successivamente, in un Simposio che ebbe luogo in Germania, ci furono grosse personalità che presero le parti dell’identificazione del frammento con il Vangelo di Marco.

• E allora riprende lo studio del frammento e l’ultima tappa culmina…

• Così facendo si è arrivati a cercare delle prove che avvalorassero l’identificazione anche da un punto di vista non strettamente papirologico: ad uno studio di probabilità, commissionato ad un matematico della Reale accademia delle Scienze dio Madrid, nel quale si afferma che il frammento non può appartenere ad altri testi. I risultati di tale studio si trovano nel libro che O’Callaghan sta per pubblicare: I testimoni più antichi del Nuovo testamento. Papirologia neotestamentaria. Lì afferma e prova scientificamente, da un punto di vista papirologico, che 7Q5 è Mc 6,52-53.Quindi riporta lo studio matematico di cui sopra, e lo stesso professore che l’ha portato avanti dice che la prova è sicura da un punto di vista delle possibilità matematiche.

• Parliamo delle obiezioni che sono state mosse…

Molti contestavano che il lavoro era stato svolto su una foto del frammento, ma è pur vero che ad un papirologo non è sempre possibile viaggiare da un posto all’altro per studiare un papiro. Allora si lavora spesso su foto infrarosse dell’originale. D’altronde lo stesso Cardinal Martini, nel 1972 Rettore del Pontificio Istituto Biblico, quando uscì il primo articolo mandò O’Callaghan a lavorare a Gerusalemme, e dagli studi fatti sul posto egli ha pubblicato articoli sulla rivista Biblica.

Sulle metodologie seguite alla ricerca della datazione del frammento

• Il Carbonio 14 non si poteva utilizzare perché si sarebbe dovuto bruciare il frammento: questa è una metodologia che si può applicare a testi di una certa dimensione, di cui ci si può permettere di perderne una parte.

• Metodi paleografici utilizzati per datare un testo: lo Zierstil (stile elegante). Quali metodi sono stati utilizzati per la datazione del frammento?

• Ogni stile paleografico (stile di scrittura) ha una nascita, uno sviluppo e una morte. Su questa base, a partire da uno stile si può sapere la data di un frammento. La datazione è stata realizzata dal professor Roberts di Oxford, e da un altro che qui non menziono. "Come massimo il frammento risale al 50 d.C." Questo perché lo stile del frammento è datato fra il 50 a.C. e il 50 d.C.

• Che conseguenze pratiche presenti questo frammento e nella sua datazione

• Se sarà accettato quanto affermato da O’Callaghan, per la stessa solidità scientifica degli studi fatti, solidità matematica e papirologica, questo potrebbe aiutare alcune persone a credere. La fede sta certamente sopra tutti i papiri e i codici. Tuttavia la fede suppone la razionalità umana.

 

 

Questa breve riflessione è liberamente tratta dall’intervista con il P. Josè O’Callaghan da Revista Vida y Espiritualidad, VE mayo-agosto de 1995, año 11, No.31 - Perù