La Comunione ai malati

Elementi teologici e pastorali nella prassi antica

(dalle origini fino al sec. XIII)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Lechthaler

 

 

 

 

"Ces vieux rites sont doublement sacrés: ils nous viennent de Dieu par le Christ et par l’Église; mais ils n’auraient pas à nos yeux cette auréole, qu’ils seraient encore sanctifiés par la piété de cent générations.

Depuis tant de siècles on a prié ainsi! Tant d’émotions, tant de joies, tant d’affections, tant de larmes ont passé sur ces livres, sur ces rites, sur ces formules!

Oui, vraiment, je suis heureux d’avoir travaillé à mettre en meilleure lumière une antiquité si sainte".

Mgr. Louis Duchesne (1843-1922)

Sommario

 

PREFAZIONE 5

LEGENDA

Sigle 7

Abbreviazioni 8

BIBLIOGRAFIA

Bibliografia generale 9

Articoli specifici 10

INTRODUZIONE 11

LA COMUNIONE AI MALATI: LA PRASSI DALLE ORIGINI AL SEC. XIII

Capitolo I

Letteratura sulla Comunione ai malati dalle origini al sec. XIII 15

A. La tradizione primitiva 15

B. I più antichi documenti cristiani sulla Comunione ai malati 16

1. La Comunione agli assenti 16

2. I destinatari dell’Eucaristia 18

3. Testimonianze letterarie e dei monumenti tombali 20

4. Decreti dei concili 23

5. Documentazione agiografica 25

6. L’Eucaristia a bambini molto piccoli 27

7. Gli incaricati di portare l’Eucaristia ai malati 28

C. La documentazione sulla Comunione ai malati dal V al XIII secolo 29

1. Le testimonianze agiografiche 30

2. Documenti ecclesiastici 33

Capitolo II

Documenti liturgici sulla Comunione ai malati dalle origini al sec. XIII 37

A. Documenti sul modo di comunicare i malati 37

Documenti sulla riserva eucaristica 43

B. Rituali di Comunione ai malati e Missa pro infirmo 45

1. Rituali di Comunione ai malati 45

2. Missa pro infirmo 47

3. Devozioni "eucaristiche" 51

4. Documenti sul modo di conservare l’Eucaristia per i malati 52

C. Rituali con diversi orientamenti pastorali 54

1. Rituali che non prevedono l’Eucaristia ai malati 54

2. Rituali che prevedono l’Eucaristia ai malati 55

LA COMUNIONE AI MALATI:

RIFLESSIONE TEOLOGICA DELLA CHIESA ANTICA

Capitolo I

Elementi teologici e pastorali emergenti dalla documentazione raccolta 60

A. Necessità dell’Eucaristia per i malati 60

B. Rapporto della Comunione dei malati con la messa 63

C. Gli effetti dell’Eucaristia 65

1. L’Eucaristia giudica il credente 65

2. L’Eucaristia guarisce 66

3. L’Eucaristia associa alle sofferenze di Cristo 69

D. Elementi di riflessione dai riti della Comunione ai malati 70

1. L’incarico di portare la Comunione ai malati 71

2. Le formule di Comunione 72

3. La Comunione sotto le due specie 74

4. Il Viatico 76

Capitolo II

Aspetti problematici 79

L’interpretazione dei dati storici 79

Il malato deve essersi confessato per potersi comunicare? 81

È sempre lecito dare l’Eucaristia al malato? 82

Guarigioni legate all’Eucaristia e pericolo di superstizioni 83

CONCLUSIONE 87

PREFAZIONE

 

 

Lo scopo del presente lavoro è di ordinare una parte del materiale bibliografico sul tema della Comunione ai malati, per evidenziarne alcuni aspetti storici, liturgici, teologici e pastorali. Si tratta di una raccolta di studi precedenti, in cui scelte e criteri usati possono apparire arbitrari o parziali: è un rischio che si ritiene di dover affrontare, trovandoci di fronte ad una tematica solo parzialmente indagata e conosciuta.

Dalla ricerca, infatti, sono stati riscontrati pochi studi sulla Comunione ai malati, e questi risultano, per lo più, inseriti in argomenti e tematiche più ampie e generiche, creando difficoltà nel rintracciarli.

Gli autori consultati, frequentemente, danno per scontata la conoscenza delle fonti e non riportano che pochi testi originali, privilegiando considerazioni di tipo teologico, liturgico o pastorale.

La raccolta dei dati è stata, dunque, il primo obiettivo di questo studio, cercando di passare — dove è stato possibile — dalle indicazioni generali di testi e di fonti all’originale stesso. Non sempre i rinvii bibliografici degli autori consultati sono risultati esatti.

Per il lavoro di Licenza in Teologia Pastorale Sanitaria si è ritenuto opportuno limitare il lavoro di ricerca ad un determinato periodo storico, cioè quello compreso tra gli inizi della storia della Chiesa e il secolo XIII.

È stata scelta questa divisione della storia, perché nel secolo XIII avviene come una frattura tra epoche diverse: termina un periodo caratterizzato da varietà e creatività pastorale e ne inizia un altro in cui si assiste ad una diffusa preoccupazione di salvaguardare la fede nella presenza reale eucaristica, con la conseguenza di un certo irrigidimento delle forme liturgiche e modalità pastorali, inclusa la Comunione ai malati.

Si desidera offrire un contributo al fine di:

— illustrare la prassi della Chiesa circa la Comunione ai malati nei primi tredici secoli di storia;

— tentare di scoprire i principali orientamenti teologici e pastorali, sottesi alla prassi antica.

 

Si ritiene di aver conseguito un significativo risultato: aver potuto raccogliere, attraverso un’accurata ricerca, una serie di testi agiografici, conciliari, liturgici e pastorali in riferimento a come è stata concepita e portata la Comunione ai malati nei primi tredici secoli. La presente raccolta, seppur non completa, consente una prima possibilità di consultazione di scritti autentici, da cui traspare la preoccupazione della Chiesa perché non venisse a mancare l’Eucaristia ai malati.

 

EGENDA

 

 

Sigle

 

Andrieu OR Andrieu M., Les "Ordines Romani" du Haut Moyen Âge, Louvain 1931ss

Andrieu PR Andrieu M., Le Pontifical Romain au Moyen Âge, Città del Vaticano 1938-1941

DACL Dictionnaire d’Archéologie Chrétienne et de Liturgie

DENZ Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, Herder, Barcellona 1963

DTC Dictionnaire de Théologie Catholique

Mansi Mansi J. D., Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Venezia 1757-1798

Martène Martène E., De antiquis Ecclesiae ritibus, Hildesheim 1967

PG Migne J. P., Patrologiae cursus completus, Series graeca, Paris, 1857-1866 (nelle citazioni riporto la versione latina)

PL Migne J. P., Patrologiae cursus completus, Series latina, Paris, 1844-1864

Textus Textus Patristici et Liturgici, Institutum Liturgicum Ratisboniense, Regensburg 1967ss

Abbreviazioni

 

art., artt. articolo, articoli

can., cann. canone, canoni

cap. capitolo

cfr. confronta

col., coll. colonna, colonne

l. libro

n., nn. numero, numeri

p., pp. pagina, pagine

s., ss. seguente, seguenti

t. tomo

vol., voll. volume, volumi

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

Bibliografia generale

Aa. Vv., Anamnesis, vol. 3/2: L’Eucaristia, Marietti, Casale 1983.

Aa. Vv., Eucaristia, memoriale del Signore e sacramento permanente, LDC, Torino 1967.

Aa. Vv., Il sacramento dei malati, LDC, Torino 1975.

Ambrosanio A., Eucaristia, in Nuovo Dizionario di Teologia, Paoline, Roma 1977, pp. 447-470.

Andrieu M., Immixtio et consecratio, De Picard, Paris 1924.

Bo V., Storia della parrocchia, 4 voll., Dehoniane, Roma 1990.

Cattaneo E., L’intinctio nella liturgia ambrosiana in Ambrosius, 54(1940), pp. 182-205.

Corblet J., Histoire dogmatique, liturgique et archéologique du sacrement de l’Eucharistie, Paris, 1885.

De Lubac H., Corpus mysticum. L’eucaristia e la Chiesa nel Medioevo, Gribaudi, Torino 1968.

Delumeau J., Storia vissuta del popolo cristiano, SEI, Torino 1986.

Fedrizzi P., L’unzione degli infermi e la sofferenza, Messaggero, Padova 1972.

Franz A., Das Rituale von St. Florian aus dem XII Jahrhundert, Herder, Freiburg 1904.

Hamman A., L’eucharistie, textes des premiers siècles de l’Église, Desclée, Parigi 1981.

Jungmann J. A., Missarum sollemnia, 2 voll, Marietti, Casale 1953.

La Teologia dei Padri , testi dei padri latini greci orientali scelti e ordinati per temi, Città Nuova, Roma 1975.

Martimort A., La Chiesa in preghiera, Desclée, Roma 1966.

Nocent A., La Messa prima e dopo San Pio V, Piemme, Casale Monf. 1985.

Ortemann C., Le sacrement des malades, Le Chalet, Parigi 1971.

Piolanti A., Eucaristia, Desclée, Roma 1957.

Righetti M., Manuale di storia liturgica, Ancora, Milano 1966.

Schuster I., Liber Sacramentorum, Marietti, Torino 1919.

Wilpert G., La fede della Chiesa nascente. Secondo i monumenti dell’arte funeraria antica, Pontificio Istituto di Archeologia cristiana, Città del Vaticano 1938.

 

 

Articoli specifici

Bour R. S., Eucharistie d’aprés les monuments de l’antiquité chrétienne, DTC V, coll. 1200s.

Bour R. S., Épigraphie chrétienne, DTC V, coll. 321s.

Bride A., Viatique. Communion des mourants, DTC XV, coll. 2842-2858.

Cabrol F., Immixtion, DACL VII, t. I, coll. 311-323, in cui si riassume l’opera magistrale di Andrieu M., Immixtio et consecratio, Paris 1924.

Dalla Mutta R., Il Viatico ai morenti: panoramica storica, in Rivista di Pastorale Liturgica, 190(1995), pp. 23-30.

Dublanchy E., Communion eucharistique fréquente, DTC III, coll. 515-552.

Dublanchy E., Communion sous les deux espèces, DTC III, coll. 552-572.

Leclercq H., Communion des absents et des infirmes, DACL III, coll. 2437-2440.

Leclercq H., Communion des mourants, DACL III, coll. 2446-2447.

Leclercq H., Réserve eucharistique, DACL XIV, coll. 2385-2389.

Mosso D., La Comunione ai malati, in Enciclopedia di Pastorale, Piemme, Torino 1988, vol. III, pp. 239-241.

Moureau H., Communion Eucharistique, DTC III, coll. 480-514.

Ruch C., Eucharistie d’après les Pères, DTC X, coll. 1122-1183.

 

INTRODUZIONE

 

 

Per chi si accosta ai malati, può essere illuminante il capitolo 25 dell’evangelista Matteo, in cui Gesù afferma: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" (Mt 25,40). Per chi ha occhi di fede, il malato non è solo oggetto di cura pastorale; egli diventa il sacramento di Gesù Cristo. Si tratta forse qui di comprendere come vi siano "due facce del sacramento", in quanto ogni sacramento dei malati svela il volto di Gesù che cura i malati, ma anche la Sua immagine di sofferenza.

"Non c’è vita umana senza sofferenza e morte, ed è un bene che la Chiesa abbia i sacramenti dei malati". Il rituale romano infatti non parla di un solo sacramento, ma di più sacramenti dei malati, l’Unzione, la Comunione e il Viatico.

Anche se, come specifico "sacramento dei malati", viene privilegiato — secondo gli orientamenti del Magistero — il riferimento all’Unzione degli Infermi, occorre tenere presente tuttavia, che nelle forme di aiuto spirituale che la Chiesa ha offerto ai malati, l’Eucaristia è ricordata particolarmente.

L’accostamento Eucaristia-malati — che si trova già nei documenti più antichi della chiesa illustrato nel suo aspetto più immediato, la Comunione portata ai malati, specie come Viatico — è all’origine dello sviluppo del culto dell’Eucaristia come Sacramento permanente.

La Comunione portata al malato risulta, dall’indagine dei documenti della storia della Chiesa, prassi antica e canonica, a cui sottendono verità teologiche importanti, quali la stretta relazione con la Messa e la dimensione pasquale, lo sviluppo del culto della presenza reale, l’aspetto comunitario, la dimensione escatologica particolarmente presente nella forma di viatico.

 

Su queste premesse, che verranno in misura più o meno estesa trattate nel seguente lavoro, si svilupperà una riflessione sul tema della tesi.

La prima parte del lavoro comprende l’excursus storico, che prende in considerazione la prassi della Comunione ai malati nell’arco di tempo che va dalle origini fino al secolo XIII. Le testimonianze agiografiche e ecclesiastiche sono presentate in due periodi (distinti solo per comodità di esposizione): il primo riguardante la chiesa antica e il secondo i secoli dal V e il XIII. La documentazione liturgica, invece, è raggruppata in ordine ad alcune tematiche.

L’esposizione riferisce le informazioni ritenute più significative, tralasciandone altre o accennandone appena, senza la pretesa di essere un contributo storico. La finalità proposta (delineare elementi teologici e pastorali della Comunione dei malati) necessita però di alcuni riferimenti storici.

Viene tralasciato, come è stato spiegato nella prefazione, il successivo periodo dal sec. XIII in poi.

Nella seconda parte del lavoro vengono valutati i dati raccolti, evidenziando alcuni elementi teologici e pastorali, che ci sono sembrati più specifici della Comunione portata ai malati.

Vengono tralasciati, o appena accennati, argomenti generali eucaristici (la presenza reale, la riserva eucaristica, la frequenza, la dimensione pasquale, escatologica, ecc.).

Infine si da rilievo ad alcune problematiche, prevalentemente di carattere pastorale, riguardanti la Comunione ai malati, in connessione con i risultati della riflessione teologica suddetta.

 

PARTE PRIMA

 

 

LA COMUNIONE AI MALATI:

LA PRASSI DALLE ORIGINI AL SEC. XIII

 

Capitolo I

Letteratura sulla Comunione ai malati dalle origini al sec. XIII

 

 

A. La tradizione primitiva

 

Non si è trovata traccia, nei testi dell’antico Testamento, di quella che diventerà per la Chiesa l’abitudine costante di fare partecipi i malati dell’Eucaristia celebrata dalla comunità.

Tuttavia potremmo segnalare, per una certa analogia con l’argomento trattato, un brano di Neemia, in cui si fa cenno all’uso di distribuire ai poveri le bevande e gli alimenti con cui il popolo fa festa.

In esso si parla però di "poveri", e non di malati. Anzi, i malati, specie i contagiosi, non potevano partecipare alle feste liturgiche del popolo, ma li si teneva a "distanza di sicurezza".

È una novità tutta "cristiana" la partecipazione dei malati all’Eucaristia.

È significativa l’espressione "insieme (epí tó autò)", che ritroviamo sia in Atti 2,44 e 2,47, sia in 1Cor 11,18. L’espressione non indicherebbe tanto il luogo di riunione, quanto l’assemblea che i credenti formano: "La moltitudine di coloro che avevano abbracciato la fede aveva un cuore e un’anima sola" (At 4,32).

I malati occupano un posto privilegiato nell’attività missionaria di Gesù e degli apostoli: da qui nasce l’uso delle prime comunità cristiane di condividere con loro non solo il pane di ogni giorno, ma anche gli alimenti consacrati, quale risposta al precetto divino: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno" (Gv 6,54).

Quando i liturgisti cristiani cercheranno un termine adeguato per indicare l’Eucaristia portata ai morenti, non troveranno di meglio che un antico concetto ebraico, il "viatico". Ma si tratta qui di un "prestito" linguistico, più che di una tradizione trasmessa dall’Antico Testamento.

 

 

B. I più antichi documenti cristiani sulla Comunione ai malati

 

1. La Comunione agli assenti

 

San Giustino ci ha trasmesso il più antico documento che possediamo, in cui si fa menzione della Comunione portata ai malati. Nella sua Apologia ci offre la descrizione più completa di un’assemblea eucaristica nel secondo secolo a Roma. A conferma della testimonianza di Giustino, nel cimitero di Priscilla la cosiddetta Cappella greca e il vicino battistero offrono indicazioni topografiche suggestive, che si potrebbero identificare con i luoghi descritti dal celebre martire filosofo, ma non tutti sono d’accordo su questa identificazione.

Il testo dell’Apologia, in cui è contenuto il passo che descrive l’uso di portare l’Eucaristia ai malati, afferma:

"Cum vero praeses egerit grates et Eucharistiam, et omnis qui adest populus adclamaverit, qui a nobis diaconi vocantur dant unicuique praesertim [ut accipiant] de pane Eucharistiae et de vino aqua [mixto]; [quaeque] vero etiam iis qui minime adsunt deferunt".

Un’altra importante testimonianza è data da Eusebio. Questo storico del IV secolo, raccontando la vita di Dionigi di Alessandria (†265), ci tramanda la vicenda di Serapione, al quale è stata portata l’Eucaristia da un ragazzino. Si tratta di un racconto che Dionigi ha sentito raccontare da altri, forse precedente alla sua epoca.

"Il y avait chez nous un certain Sérapion, vieillard fidèle, qui pendant longtemps avait vécu d’une manière irréprochable, mais qui avait failli au cours de l’épreuve. Cet homme demandait souvent (le pardon de ses fautes) et personne ne faisait attention à lui, car il avait sacrifié. Etant tombé malade, il resta trois jours de suite sans pouvoir parler et sans avoir sa connaissance. Le quatrième jour, comme il allait un peu mieux, il appella son petit-fils et dit: "Jusqu’à quand, enfant, me retenez-vous? […] Appelle-moi quelqu’un des prêtres". Et, ayant dit cela, il fut de nouveau sans voix.

L’enfant courut chez le prêtre: c’était la nuit et celui-ci était malade. Il ne pouvait pas sortir; et comme d’autre part j’avais donné l’ordre qu’il fût pardonné à ceux qui sortaient de la vie s’ils le demandaient et surtout s’ils avaient auparavant supplié, afin qu’ils mourussent dans l’espérance, il donna un peu de l’eucharistie à l’enfant, lui recommandant de la mouiller et de la glisser dans la bouche du vieillard […]. L’enfant mit (l’eucharistie) dans un liquide qu’il versa en même temps dans la bouche du vieillard; celui-ci en avala un peu et aussitôt rendit l’esprit […].

Voici ce que raconte Denys".

 

 

2. I destinatari dell’Eucaristia

 

La causa che impediva di essere presente alla Eucaristia era più spesso la malattia, che non la situazione di pericolo dovuta alle persecuzioni.

Nei primi secoli, lo stato dell’ammalato che riceveva il conforto dei sacramenti, poteva anche non essere "grave" come l’intenderemmo noi oggi: la gravità era semmai posta in relazione alla povertà di mezzi per curare acciacchi anche modesti, che, se trascurati, potevano produrre esiti fatali.

Per capire meglio chi era considerato "malato" secondo la mentalità del tempo da cui provengono le testimonianze, è di aiuto un’espressione di San Giacomo: "Chi è malato, chiami i presbiteri.". Dall’analisi del testo, si può dedurre che l’ammalato unisce stanchezza e disgusto alla sua malattia: è accasciato.

Uno studioso, Leclercq, afferma che l’Eucaristia non veniva inviata solo a chi era in pericolo di vita:

"Rien ne prouve que cet envoi [della comunione agli assenti] se fit exclusivement à des malades en danger de mort. Si on peut admettre à la rigueur que les diacres mentionnés par saint Justin portent l’eucharistie à des malades, rien ne permet de croire que chaque dimanche régulièrment l’état des malades de la communauté chrétienne empirât soudain; ce sont donc bien des infirmes, des malades plus ou moins gravement atteints, des vieillards impotents qui sont visés dans le texte de Justin et dans ceux des ordines romani".

 

 

 

3. Testimonianze letterarie e dei monumenti tombali

 

Nelle primitive testimonianze letterarie si riscontrano allusioni all’Eucaristia, quale medicina, farmaco, protezione.

San Gregorio di Nissa (†394) in una pagina molto bella sulla Eucaristia, che descrive quale farmaco, afferma:

"Non è possibile che il nostro corpo divenga immortale, se egli non ha acquisito l’incorrutibilità attraverso la sua unione con l’immortale".

Le pitture e le scritte presso i monumenti tombali delle catacombe richiamano la stessa concezione: l’Eucaristia è causa della speranza nella risurrezione.

Talvolta qualche monumento tombale testimonia in favore della Comunione data ai bambini in pericolo di vita:

"Se i cinque pani che sono raffigurati nel sarcofago priscilliano di Euelpistus hanno un significato eucaristico, come pensa Wilpert [e altri], la loro presenza su un monumento tombale di un bimbo del II secolo non troverebbe spiegazione plausibile che nel fatto della comunione del piccolo defunto".

Questa Comunione sarebbe ugualmente menzionata sull’epigrafe della piccola "Nila [Julia] Florentina, de Catane", morta all’inizio del IV secolo, all’età di diciotto mesi.

Una pisside eburnea trovata a Cartagine ed oggi nel Museo Civico di Livorno, ci mostra il Signore che ha due cofani ai lati e benedice qualcosa che sta sui piatti che gli portano i discepoli. Più all’estremo si vedono i diaconi che portano la Comunione agli assenti. La pisside è del V secolo.

Una iscrizione, presso la sylloge scoperta da Cambridge, si leggeva nell’oratorio della croce, in Vaticano. Essa data, al più tardi, i primi anni del VI secolo e si riferisce alla croce che diventa pane eucaristico per l’infermo:

"Fortis ad infirmos descendens panis alendos

hoc fractus ligno est, ut potuisset edi".

A santa Priscilla, l’affresco della cappella dei sacramenti ci mostra (secondo Wilpert) il Cristo, secondo altri autori (De Rossi, Leclercq e altri) il prete, benedicente un pane e un pesce situato sul treppiede. Questa scena, che precede immediatamente tre scene di battesimo, è seguita da quella del pasto simbolico della moltitudine e del sacrificio di Abramo. Lo studioso Wilpert sostiene che il personaggio raffigurato consacra gli elementi, ma è altrettanto importante la sua osservazione sulla distribuzione delle specie consacrate agli assenti.

Evidentemente l’affresco perderebbe valore se non si vedesse nel gesto del personaggio principale che il semplice atto di prendere gli elementi eucaristici per distribuirli sia agli assenti sia alla persona raffigurata a fianco sotto forma di orante.

L’Eucaristia veniva data anche ai morti. È a San Gregorio che si collega l’uso di porre l’Eucaristia sia sul petto, sia sulla bocca dei morti.

Molti archeologi vi hanno visto la prova nelle formule epigrafiche "Christus hic est" ed altre simili, che si riscontrano su qualche pietra gallica del V secolo.

Secondo qualche ricercatore queste espressioni erano forse dei semplici filatteri (o espressioni esorcizzanti) contro il demonio, che secondo la credenza di molti, non si accontentava dell’anima, ma voleva anche il corpo del defunto.

Si diceva, con San Giov. Crisostomo, che "là dove c’era Cristo, il demonio non poteva trovare pietà".

Anche di San Benedetto si racconta che abbia usato l’Eucaristia con intento esorcizzante:

"De puero monacho quem sepultum terra projecit.

Quibus vir Dei manu sua protinus communionem dominici corporis dedit dicens: Ite atque hoc dominicum corpus super pectus ejus cum magna reverentia ponite, et sic sepulturae eum tradite. Quod dum factum fuisset, susceptum corpus ejus terra tenuit, nec ultra projecit. Perpendis, Petre, apud Jesum Christum Dominum cuius meriti iste vir fuerit, ut ejus corpus etiam terra projecerit, qui Benedicti gratiam non haberet".

Ad Autun (l’antica Augustodunum nella Gallia Lugdunensis) è stato trovato un epitaffio in cui è scritto, fra l’altro, il saluto estremo di un certo Pectorius (III secolo) ai suoi parenti defunti nella pace di Cristo. Vi si fa cenno all’Eucaristia, di cui il defunto viene invitato a nutrirsi:

"Ristora, amico, l’anima tua con le perenni acque della Sapienza. Del Redentore dei santi gusta la dolce vivanda; affamato, mangia l’Ichtus tenendolo fra le mani".

Troviamo tracce di questa usanza ancora nel secolo XI (†1025), in un libro del vescovo Burchard di Worms:

"Placuit ut corporibus defunctorum Eucharistia non detur. Scriptum est: "Accipite et edite". Cadavere autem, nec accipere possunt, nec edere: et nec jam mortuos homines baptizari faciat presbiterorum ignavia".

 

 

4. Decreti dei concili

 

Nel IV secolo si impone, per quanto riguarda la Comunione ai malati, la parola del Concilio ecumenico di Nicea (nel 325):

"De his, qui ad exitum veniunt, etiam nunc lex antiqua regularisque servabitur; ita ut, si quis egreditur e corpore, ultimo et necessario viatico minime privetur. Quod si desperatus, et consecutus communionem, oblationisque particeps factus, iterum convaluerit, sit inter eos, qui communionem orationis tantummodo consequuntur. Generaliter autem omni cuilibet in exitu posito et poscenti sibi communionis gratiam tribui, episcopus probabiliter ex oblatione dare debebit".

Questo canone di Nicea fa riferimento all’uso antico di dare l’Eucaristia ai malati in pericolo di perdere la vita. Che qui si tratti dell’Eucaristia non è da dubitare, perché si può considerare come un’interpretazione autentica di questo testo il canone di un concilio di Orange, nel 441, sotto la presidenza di sant’Ilario d’Arles, che designa la Comunione eucaristica in extremis sotto il nome di "viatico", secondo la definizione dei Padri, allusione al testo di Nicea.

Riferendosi all’Eucaristia data ai penitenti in punto di morte, a Nicea si parla di "norma antica e canonica", forse per correggere l’orientamento di talune Chiese della Spagna, che per eccessivo rigorismo, non osservavano tale norma, come il Concilio di Elvira, nel 303.

La prassi di Nicea in genere viene adottata.

Il Concilio di Cartagine (nel 398), can. 76, decide di dare il viatico eucaristico in pericolo di morte ai penitenti pubblici, ma alla condizione che in caso di ritorno in salute, essi rimangano sottomessi alla penitenza pubblica fino alla legittima riconciliazione.

Il concilio Arausicanum I (nel 441), al can. 3, afferma che coloro che sono in punto di morte durante il corso della loro penitenza, non riceveranno l’imposizione delle mani, ma solamente la Comunione, che è sufficiente per la consolazione dei morenti, secondo la tradizione dei Padri, che hanno chiamato questa Comunione viaticum. Se essi non muoiono, rimarranno penitenti, e, dopo aver mostrato degni frutti di penitenza, riceveranno la Comunione legittima con l’imposizione riconciliatrice delle mani.

All’inizio del V secolo, Innocenzo I raccomanda di accordare la Comunione eucaristica ai moribondi pentiti che ne hanno fatto richiesta, anche se, dopo il battesimo, essi hanno vissuto sregolatamente.

In altri suoi interventi, Innocenzo I dimostra una vigile attenzione perchè non manchi l’Eucaristia ai malati e ai moribondi penitenti. Lo si può desumere anche da alcune sue indicazioni per coloro che devono distribuire l’Eucaristia, fra cui egli annovera anche le diaconesse:

"XIV. Si in necessitate acceperit communionem, supervixerit, teneat poenitentiam.

XX. Diaconi presbyteris non praeferantur, vel sedeant, nec illi presbyteris Eucharistiam tradant; absentibus vero illis dividant.

XXII. Diaconessas inter laicae habeantur [sic]".

 

"II. Qui continentes sunt [presbyteri e diaconi] omni tempore viaticum accipiant, et communionem per misericordiam".

"Nemo de saeculo absque comunione discedat".

Il papa Leone IV parla della pisside, ove si conserva il corpo del Signore per essere donato come viatico ai malati.

Ripetendo il monito di Innocenzo I, gli Statuta di San Bonifacio affermano:

"Si quis egreditur e corpore, ultimo et necessario viatico minime privetur".

 

 

5. Documentazione agiografica

 

San Gregorio Nazianzeno (†390), l’amico di S.Basilio, racconta la guarigione miracolosa di sua sorella Gorgonia, che aveva mescolato le sue lacrime agli "antitipi" del corpo e del sangue di Gesù Cristo:

"Quid enim agit? Cum caput suum pari cum clamore, lacrimisque, quibus abundabat, mulieris illius iustar, quae olim Christi pedes rigavit, altari admovisset, nec se prius istud dimissuram esse denuntiasset, quam sanitatem obtinuisset; ac deinde hoc suo pharmaco corpus totum perfundisset; et si quid uspiam antityporum pretiosi corporis aut sanguinis manus recondiderat, id lacrymis admiscuisset, (o rem admirandam!) statim liberatam se morbo sentit, atque et corpore, et animo, et mente levis discedit, pro spei mercede, id, quod speraverat, consecuta, et per animae robur corporis vires accipiens".

Nel racconto della morte di sant’Ambrogio (†396), il biografo Paolino narra che il santo morì dopo aver ricevuto il Corpo del Signore:

"Honoratus etiam sacerdos Ecclesiae Vercellis cum in superioribus domus se ad quiescendum composuisset, tertio vocem vocantis se audivit, dicentisque sibi: "Surge, festina, quia modo est recessus". Qui descendens, obtulit sancto Domini corpus: quo accepto ubi glutivit, emisit spiritum, bonum viaticum secum ferens".

In Oriente, Basilio di Cesarea, morente, si comunicò. Il suo biografo, lo Pseudo-Anfiloco, narra che quel giorno il santo ricevette tre volte l’Eucaristia, finché morì:

"Recumbensque in lecto cum eucharistia adhuc in ore reddidit spiritum Domino".

 

6. L’Eucaristia a bambini molto piccoli

 

La preoccupazione di dare l’Eucaristia ai bimbi ancora molto piccoli era dovuta forse anche alle frequenti morti precoci.

Un aneddoto del 251 racconta di una bimbetta che la giovane madre porta con sé alla Messa di San Cipriano a Cartagine. Al momento della Comunione la madre, ignorando il precedente abiuro di fede a cui la nutrice di nascosto ha iniziato la bimba, porge alla figlia la Comunione, provocandole vomito e rifiuto. La nutrice svela poi il misfatto compiuto sull’innocente.

S. Prospero racconta un fatto analogo nel suo Dimidium Temporis.

S. Agostino accenna all’uso della Comunione data ai bimbi in pericolo di vita:

"Unde et ipsi, sicut dixi, si in illa parva aetate moriuntur, utique… quando carnem Christi manducaverunt vel non manducaverunt; quando et sanguinem biberunt vel non biberunt… judicentur".

Uno studioso commenta questo testo:

"On ne peut cependant affirmer qu’il s’agisse d’une autre communion que celle qui suivait immédiatement le baptême".

Il papa Innocenzo I, scrivendo nel 416 ai Padri del concilio di Milevi, affronta la questione della salvezza dei bambini, e fa riferimento anche all’Eucaristia:

"Illud vero quod eos vestra fraternitas asserit praedicare, parvulos aeternae vitae praemiis etiam sine baptismatis gratia posse donari, prefatuum est. Nisi enim manducaverint carnem Filii hominis et biberint sanguinem ejus, non habebunt vitam in semetipsis".

Si può dedurre che la riserva eucaristica non era solo per i malati, ma anche per i bambini, a quei tempi facilmente esposti al pericolo di vita.

"La communion des enfants de l’âge de raison se trouve attestée par Prosper d’Aquitaine et par le canon du concile de Mâcon, enfin un capitulaire de l’année 810 reccomande aux prêtres d’avoir toujours une réserve eucharistique, afin de pouvoir, en cas de nécessité, donner la sainte communion aux malades et aux enfants".

 

 

7. Gli incaricati di portare l’Eucaristia ai malati

 

Sono molte le testimonianze negli antichi documenti della Chiesa, in cui si rivela la cura che la Chiesa richiedeva a quei fedeli che portavano a casa l’Eucaristia. Ne presentiamo due, che propongono i soggetti possibili del trasporto dell’Eucaristia fino all’VIII secolo: i fedeli e i chierici.

La testimonianza che segue presenta le raccomandazioni di Origene ai laici circa l’Eucaristia: essi infatti la portavano a domicilio per proprio uso, ma specialmente come viatico in caso di bisogno.

"Volo vos admonere religionis vestrae exemplis: nostis qui divinis mysteriis interesse consuestis, quomodo cum suscipitis corpus Domini, cum omni cautela et veneratione servatis, ne ex eo parum quid decidat, ne consecrati muneris aliquid dilabatur".

L’altra testimonianza riguarda un chierico romano, incaricato di portare l’Eucaristia agli assenti: si tratta della vicenda di Tarsicius. In un’epigrafe il papa Damaso paragona Tarsicius ai protomartiri; poi continua:

"Tarsicium sanctum Christi sacramenta gerentem

cum male sana manus premeret vulgare profanis

ipse animan potius voluit dimittere caesus

prodere quam canibus rabidis caelestia membra".

Il papa Damaso lo ritiene un accolito (clero inferiore); ma la funzione che esercita Tarsicius — portare l’Eucaristia ai fedeli — sembra piuttosto indicare un chierico rivestito di diaconato.

L’episodio di San Tarcisio, a Roma, è mal conosciuto, perché

"le poème damasien qui lui est consacré n’entre malheureusement dans aucun détail".

La frase del poemetto "Tarsicium sanctum Christi sacramenta gerentem", non offre, infatti, notizie di rilievo particolare.

 

 

C. La documentazione sulla Comunione ai malati dal V al XIII secolo

 

Il periodo che va dal V al XIII secolo offre numerose informazioni sulla Comunione ai malati, tratte dalle Vite dei santi e da documenti ecclesiastici.

1. Le testimonianze agiografiche

 

Il sacerdote Geronzio (†485), autore della Vita di santa Melania iuniore e contemporaneo della santa, scrive:

"Consuetudo autem est romanis, ut cum animae egredientur, communio Domini in ore sit".

Allo scopo descritto si giungeva a comunicare il morente anche più volte al giorno come si fece per l’ex prefetto di Roma Volusiano, zio di Melania (†437, Costantinopoli) comunicato tre volte a cura della nipote:

"Tandis que le texte latin se borne à nous apprendre laconiquement que le néophite reçut la communion, la Vie grecque ajoute que Mélanie passa la nuit au chevet de son oncle et, pendant cette nuit, le fit communier trois fois".

Il 5 gennaio 437, anche la stessa Melania viene comunicata ugualmente tre volte, una prima da Geronzio e altre due dal vescovo Giovenale.

"Comme on le pense bien, Mélanie elle-même, sentant sa fin prochaine, fit célébrer la Messe par son chapelain dans l’oratoire contigu à sa cellule et communia; au jour, l’evêque de Jérusalem lui apporta l’eucharistie et elle communia encore, puis dans la soirée elle communia pour la troisième fois, quelques instants avant d’expirer".

San Benedetto (†542), prossimo alla morte, si fece portare nell’oratorio del monastero, per comunicarsi:

"Cumque per dies singulos languor ingravesceret, sexta die portari se in oratorium a discipulis fecit, ibique exitum suum dominici corporis et sanguinis perceptione munivit, atque inter discipulorum manus imbecillia membra sustentans, erectis in coelum manibus stetit, et ultimum spiritum inter verba orationis efflavit".

Altrettanto poi è riferito del monaco Giovanni del monastero di Norcia coevo di San Gregorio, il quale arrivato il momento della morte, ricevette il Corpo e Sangue di Cristo.

Nel racconto della morte di sant’Odila, si legge che la santa si comunicò con le proprie mani:

"Illae [le compagne di sant’Odila] autem e contra ferebant se hoc idcirco egisse se negligentia notarentur, si ipsa expers dominici corporis obiret. Cumque calicem, in quo dominicum corpus et sanguis habebatur, sibi adferri jussisset, propriis manibus eum accipiendo, sancta communione participata, omnibus cernentibus animam tradidit".

Cesario di Arles (VI secolo) raccomandava ai suoi fedeli di ricevere nell’infermità il Corpo e il Sangue di Cristo.

"Quaenam agenda dominico die: in ecclesiis: in morbis […]

Quoties aliqua infirmitas supervenerit, corpus et sanguinem Christi ille qui aegrotat accipiat: et inde corpusculum suum ungat; ut illud quod scriptum est impleatur in eo (Jac V,15 e 15). Videte, fratres, quia in infirmitate ad ecclesiam cucurrerit, et corporis sanitatem recipere, et peccatorum indulgentiam merebitur obtinere. Cum ergo duplicia bona possint in ecclesia inveniri, quare per praecantatores, per fontes et arbores et diabolica phlylacteria, per characteres et aruspices et divinos vel sortilegos multiplicia sibi mala miseri homines conantur inferre".

Nei suoi scritti San Beda racconta diversi episodi in cui viene offerto il viatico da parte di sacerdoti:

"Convenerunt fratres ad ecclesiam, insonnes orationibus et psalmis transigunt umbras noctis. […] Alii cubuculum in quo aeger, […] non deserunt. Evangelium tota nocte pro doloris levamine, quod et aliis noctibus fieri consueverat, a presbytero legitur; dominici corporis et sanguinis sacramentum, hora exitus, instante, pro viatico datur, et sic anima […] libera pervolat ad gloriam".

In un altro testo racconta che un ragazzo aveva sognato (visto in apparizione) gli apostoli Pietro e Paolo che gli dicevano:

"Primum expectare habes donec missae celebrantur, ac viatico dominici corporis ac sanguinis accepto, sis infirmitate simul et morte absolutus ad aeterna in coelis gaudia subleveris. Clama ergo ad te presbyterum Eappam".

Credendo al racconto, viene mandata al malato l’Eucaristia:

"Credidit ergo verbis pueri presbyter: […] vocatisque fratribus, parari prandium, missas fieri, atque omnes more solito communicare praecipit: simul et infirmanti puero, de eodem sacrificio dominicae oblationis particulam deferri mandavit".

Nella Vita Sancti Cuthberti scritta da San Beda, si legge di un uomo che corre dal santo, e lo prega affinché gli mandi un sacerdote a casa con gli alimenti consacrati per sua moglie morente:

"Cumque jaceret explosa et jamjamque videretur esse moritura, ascendit vir ejus equum, et concitus venit ad hominem Dei, precatusque est eum, dicens: "Obsecro quia uxor mea male habet, et videtur jam proxima morti, ut mittas presbyterum qui illam priusquam moriatur visitet, eique corporis et sanguinis dominici sacramenta ministret"".

Vi si legge anche un’altra testimonianza circa la Comunione come viatico:

"At ubi consuetum nocturnae orationis tempus aderat, acceptis a me sacramentis salutaribus, exitum suum quem jam venisse cognovit, dominici corporis et sanguinis comunione munivit; atque elevatis ad coelum oculis […]".

Ancora San Beda racconta che un giovane, di nome Cedmone, volle comunicarsi perché, mentre si ricreava con degli amici, ebbe il presentimento dell’imminenza della sua morte (nel 680 circa):

"Propinquante hora sui decessus […] interrogavit si Eucharistiam intus haberent. […] Qua accepta in manu interrogavit, si omnes placidum erga se animum, et sine querela controversiae ac rancoris haberent. […] Sicque se caelesti muniens viatico, vitae alterius ingressui paravit".

 

 

2. Documenti ecclesiastici

 

Vi era un uso abbastanza libero nei primi secoli di conservare l’Eucaristia presso le proprie case, sia per comunicare se stessi, sia per disporre del viatico con comodità: erano tempi, fra l’altro, in cui malattie anche modeste potevano essere infauste e non sempre era agevole raggiungere la casa del malato. Forse per questo si diede credito ad alcune leggende, secondo cui l’Eucaristia venne portata ai malati anche da parte di angeli o di santi?

Nel Concilio di Epaone (517) si volle migliorare i costumi ecclesiastici. Tra l’altro si stabilì di eliminare l’incarico delle diaconesse.

Il concilio di Trullo (nel 692) decise che in presenza di un vescovo, di un prete o di un diacono, un laico non poteva comunicarsi da solo, sotto pena di scomunica per una settimana: se ne può forse dedurre che fosse comunque permesso ai laici distribuire l’Eucaristia, se non era presente nessun’altro, specialmente in caso di necessità per malati e moribondi?

Presso i Giacobiti siro-occidentali in casi simili diaconesse nei monasteri femminili avevano il permesso di distribuire la Comunione alle loro consorelle ed alle bambine, però non prendendola dall’altare, ma da una speciale custodia.

Nel Sinodo di Nimes (nel 394) ed in decreti papali e vescovili di epoca posteriore, per es. nel Sinodo di Parigi (nel 829) viene ricordato e condannato ciò che viene considerato un "abuso" non raro, per cui le donne distribuiscono la Comunione.

Sembra che si tratti in genere del viatico che, se possibile, si desiderava fosse dato all’ultimo momento, e a questo fine i parroci trovavano più pratico affidarlo a qualcuno di casa; così fa supporre una Admonitio synodalis del IX secolo:

"Infirmos visitate, eosque Deo reconciliate oleo sancto ungite, et propria manu communicate. Nullus praesumat tradere communionem laico vel feminae ad ferendum infirmo".

Il vescovo Teodolfo d’Orleans (†821) ai suoi sacerdoti prescrive:

"Admonendi etiam sunt sacerdotes de unctione infirmorum et poenitentia et viatico, ne aliquis sine viatico moriatur".

Un canone di Egberto del sec. IX invita:

"Ut presbyter eucharistiam habeat semper paratam ad infirmos, ne sive communione moriatur".

Nello stesso secolo, San Teodoro dichiarava che i laici e le monache non potevano comunicarsi da se stessi se non in caso di assenza del prete o del diacono.

Nella raccolta dei canoni del Vescovo Ruotgero di Treviri (†927), il canone 6 afferma che si deve far portare l’Eucaristia ai malati non per rusticos et immundos, sicut fieri solet, ma o farlo da o per clericos suos.

Il vescovo Burchard di Worms (†1025) presenta le medesime indicazioni:

"Pervenit ad notitiam nostram, quod quidam presbyteri in tantum parvi pandant divina mysteria, ut laico aut feminae sacrum corpus Domini tradant ad deferendum infirmis, et quibus prohibetur, ne sacrarium ingrediantur, nec ad altare appropinquent, illis sancta sanctorum committuntur.

Quod quam sit horribile, quam detestabile omnium religiosorum animadvertit prudentia. Igitur interdicit per omnia synodus, ne talis temeraria praesumptio ulterius fiat, sed omnimodis presbyter per semetipsum infirmum communicet. Quod si aliter fecerit, grado sui periculo subjacebit".

Il sinodo di Londra (nel 1138) dichiara che il viatico deve essere portato ai malati dai preti e dai diaconi, e solamente in caso di necessità da altre persone.

Il concilio di York (1195) non parla più di diaconi in caso di necessità.

San Tommaso, la cui dottrina è seguita da molti suoi contemporanei, insegna che i laici non possono affatto toccare l’Eucaristia, al di fuori del caso di necessità, né, di conseguenza, portare il viatico, visto che esso non è assolutamente indispensabile alla salvezza. Ma egli stesso non tralascia di considerare l’importanza del viatico, supremo alimento di coloro che stanno per lasciare questo mondo:

"In quantum scilicet hoc sacramentum est praefigurativum fruitionis Dei, quae erit in patria, secundum hoc dicitur viaticum, quia hic praebet nobis veniam illuc perveniendi".

Ancora nel secolo XIII certi teologi riconoscevano ai laici il diritto, in caso di necessità, di amministrare la Comunione ai malati a titolo di supplenza:

"Patet etiam quod si corpus Christi conficere, sic et fidelibus illud administrare, sicut et baptizare et extremam unctionem dare, soli ex officio competit sacerdoti; ex necessitate tamen quae legem hebet possunt haec tria, jussu sacerdotum, ut dictum est, ab aliis impleri".

 

 

Capitolo II

Documenti liturgici sulla Comunione ai malati dalle origini al sec. XIII

 

 

Fin dall’inizio si pose la questione dei malati, dei prigionieri e di tutti coloro che non potevano assistere alla Messa e ricevervi la Comunione: si provvide serbando gli alimenti consacrati e portandoli loro dopo la celebrazione eucaristica.

Il fatto della riserva eucaristica è una necessaria conseguenza dell’obbligo, esplicitato dal canone 13 del concilio di Nicea, di provvedere il viatico a tutti i morenti.

 

 

A. Documenti sul modo di comunicare i malati

 

Sui modi diversi di comunicare i malati — se solo con il pane o solo con il vino consacrato, o se invece con tutti e due oppure attraverso l’intinzione e altro — c’è da osservare una grande varietà di celebrazioni e riti. Vengono presentati seguendo il più possibile un ordine cronologico.

Nel primitivo testo di San Giustino si afferma che i diaconi portavano agli "assenti" sia il pane che il vino del sacrificio. Si può intendere nello stesso senso un fatto riferito da San Girolamo, circa Sant’Esperio di Tolosa:

"Nihil in illo ditius qui corpus Domini canistro vimineo, sanguinem portat in vitro".

Ai tempi di San Dionigi viene narrata la vicenda di Serapione, al quale invece viene mandata la Comunione del solo pane consacrato.

Paolino (IV secolo), segretario di sant’Ambrogio, racconta che il vescovo di Milano nei suoi ultimi momenti ricevette dal sacerdote Onorato "Domini corpus": l’espressione fa supporre che il santo sia stato comunicato con il solo pane consacrato.

La Vita di San Basilio racconta che il santo vescovo di Cesarea si comunica più volte il giorno della sua morte, e non si parla che della manducazione del pane consacrato.

Nella Vita di santa Maria Egiziaca, si narra che l’abate Zosimo, pregato dalla santa di portarle la Comunione sulle rive del Giordano nella sua solitudine, mise

"in modico calice entemerati corporis portionem et pretiosi sanguinis Domini nostri Jesu Christi".

Secondo la testimonianza di San Gregorio il Grande, San Benedetto di Norcia morì, nel 543, dopo aver ricevuto il corpo e il sangue del Signore:

"ibique exitum suum dominici corporis et sanguinis perceptione munivit".

S. Gregorio dice di S. Eleuterio che, nell’ora della morte,

"mysterium dominici corporis et sanguinis accepit".

La prassi di dare l’Eucaristia al momento della morte, anche se il fedele aveva già perduto i sensi, è ricordata dagli Statuta Ecclesiae antiqua (collezione canonica dell’inizio del VI secolo):

"Et si continuo creditur moriturus (paenitens) reconcilietur per manus impositionem et infundatur ori eius eucharistia".

Ad alcuni studiosi sembra che il termine infundatur indichi il pane intinto in antecedenza nel vino.

Una testimonianza più precisa: nel VII secolo, il vescovo Ceadda ricevette prima di morire il corpo e il sangue del Signore:

"Nam confestim languore corporis tactus est, et hoc per dies ingravescente, […] die postquam obitum suum dominici corporis et sanguinis perceptione munivit, soluta ab ergastulo corporis anima sancta, ducentibus, ut credi fas est, angelis comitibus aeterna gaudia petivit".

L’uso dell’intinzione (consisteva nel dare al malato una particella del pane eucaristico, dopo averla intinta nel sangue del Signore), che facilitava ai malati e ai bambini la recezione del pane eucaristico, è documentata anche dal concilio di Toledo (nel 675):

"Quod etiam in multorum exitu vidimus, qui optatum suis votis sacrae communionis expetentes viaticum, collatam sibi a sacerdote eucharistiam rejecerunt; non quod infidelitate hoc agerent, sed quod praeter dominici calicis haustum, traditam sibi non possent eucharistam deglutire".

Nel 714, l’anacoreta inglese Guthlac, un momento prima della sua morte, è confortato con la Comunione del corpo e del sangue di Cristo; lo stesso viene riferito, nel 776, di Gregorio, abate di Utrecht. Nel trasmettere le stesse testimonianze Leclercq si inoltra in ulteriori approfondimenti:

"En 776, Grégoire, abbé d’Utrecht, rend le dernier soupir après avoir reçu la communion sous les deux espèces; de même, en 714, Gutlac, un anachorète anglais. Dans ces derniers exemples il est question de la communion sous les deux espèces, mais il semble bien que ce dernier point soit une innovation et que primitivement les mourants communiaient sous la seule espèce du pain".

Le formule dei riti di Comunione rivelano a loro volta la varietà dei modi di comunicare. Il Sacramentario Gelasiano per la Comunione dei malati presenta questa formula:

"Corpus Domini Nostri Jesu Christi conservet animam tuam",

al che si aggiunse nel secolo XI:

"in vitam aeternam".

Nel X secolo, Odone di Cluny racconta che il conte Géraud d’Aurillac, nel 909, ricevette prima di morire il Corpo del Signore che egli aveva ardentemente desiderato: qui appare che sia stato dato solo il pane consacrato.

Nell’XI secolo si parla della Comunione col pane consacrato intinto nel vino, come di un uso nuovo e degno di disapprovazione:

"Non est autem authenticum quod quidam corpus Domini intingunt et intinctum pro complemento communionis populo distribuunt".

È questa usanza che il concilio di Clermont, presieduto da Urbano II, condannò (nel 1095):

"Ne quis communicet de altari nisi corpus separatim et sanguinem similiter sumat, nisi per necessitatem et per cautelam".

Qual’è questa cautela e necessità di cui si parla? Può essere quella indicata qualche anno più tardi (all’inizio del XII secolo) da Pasquale II in una lettera a Pons, abate di Cluny:

"Igitur in sumendo corpore et sanguine Domini dominica traditio servetur, nec ab eo quod Christus magister et praecepit et gessit humana et novella institutione discedatur. Novimus enim per se panem, per se vinum ab ipso Domino traditum. Quem morem sic semper in sancta Ecclesia conservandum docemus atque praecimus, praeter in parvulis ac omnino infirmis qui panem absorbere non possunt".

L’eccezione è dunque per parvulis ac infirmis, che non potrebbero altrimenti deglutire la particola.

Talvolta, quando c’è comodità, si trasporta il malato in chiesa per offrirgli il santo viatico: nel 1137, Luigi il Grosso, re di Francia, riceve in viatico il corpo e il sangue del Signore offertogli dopo la celebrazione di una messa.

L’uso dell’intinzione si trova in numerosi rituali del secolo XI e XII.

Due esempi:

1. Rituale del Nord Italia, XI sec.:

"Ad communicandum infirmum si fieri potest, corpus Domini tinctum cum sanguine mixtum: accipe vitiatum (viaticum) corporis et sanguinis domini […] Corpus Domini N. J. C. sanguine suo tinctum conservet animam tuam in vitam aeternam. Amen".

2. Rituale ad usum monasterii di sant’Ambrogio di Milano, dell’XI sec.:

"Corpus D.N.J.C. sanguine suo tinctum conservet animam tuam in vitam aeternam. Amen".

Le formule della Comunione talvolta presentavano la forma seguente:

"Corpus cum sanguine Domini nostri Jesu Christi sanitas sit tibi in vitam aeternam".

In altri rituali si trova:

"Corpus D. N. J. C. inclinatum sanguine suo".

oppure:

"Sanguine suo inditum, intinctum"; sia: "Sanguine suo inclitum (intinctum)"; sia: "Sanguine suo tinctum […]".

Certe regole monastiche prescrivevano di intingere l’ostia nel vino prima di comunicare un malato:

"Si autem communionem sacram percepturus est (infirmus) curatur ut infirmi bucca lavetur recepturi ipsum corpus Domini, quod recipit vino intinctum; quo epotato ebibit quoque ablutionem calicis".

Stesso uso ad Hirshau e in altri luoghi: certe rubriche indicano che si credeva che il contatto con l’ostia cambiasse il vino in sangue del Signore:

"Hic communicetur infirmus et ponat sacrificium in vino sine aqua, dicens: "Fiat commixtio et consecratio corporis et sanguinis domini nostri Jesu Christi"".

Verso la metà del secolo XII Roberto Pulleyn (†1146), constatando come conveniva ai laici comunicarsi alla sola specie del pane e senza ricorso all’intinctio condannata dalla Chiesa, lascia intendere che la Comunione sub una specie panis non era ancora generalmente adottata.

Il rito della Comunione sotto la sola specie del pane, apparve verso la fine del XII secolo: nell’Ordo di Cambrai del 1200 la formula che doveva accompagnare la Comunione non fa menzione del sangue di Cristo.

A partire dalla seconda metà del XII secolo, avvenne della Comunione del viatico quello che avvenne della Comunione ordinaria: l’uso di non riceverla che sotto la specie del pane si generalizzerà progressivamente nella Chiesa latina. Ma anche dopo questa data in diversi libri liturgici si trova l’orazione:

"Domine sancte […] te fideliter deprecamur ut accipienti fratri nostro sacrosanctam aucharistiam corporis et sanguinis domini nostri […]".

Tuttavia, osserva Andrieu, questa orazione da sola non sarebbe un indice sufficiente, perchè si sa che in qualche caso le formule liturgiche sopravvivono anche quando esse non corrispondono più alla pratica.

Siamo di fronte ad usi pastorali e liturgici che presentano aspetti non del tutto chiari, per i quali è necessaria l’interpretazione dei dati storici.

 

 

Documenti sulla riserva eucaristica

 

Dopo i primi secoli il fatto della riserva eucaristica destinata alla Comunione dei malati è più frequentemente menzionata.

In una raccolta attribuita a s. Egbert, arcivescovo di York (†766), si invita a dare l’Unzione e a comunicare il malato:

"XXI item: Ut secumdum definitionem sanctorum Patrum, si quis infirmatur, a sacerdotibus oleo sanctificato eum orationibus diligenter ungatur.

XXII item: Ut presbyter Eucharistiam habeat semper paratam ad infirmos, ne sine communione moriantur".

Anche in un testo di Reginone di Prüm (†815), si legge:

"Ut presbyter semper eucharistiam habeat paratam, ut quando quis infirmaverit, aut parvulus infirmus fuerit, statim eum communicet, nec sine communione moriatur".

Lo stesso autore offre indicazioni per salvaguardare l’Eucaristia, conservata per i malati, da ladri, topi ed invecchiamento eccessivo delle specie consacrate:

"Ut omnis presbyter habeat pyxidem, aut vas tanto sacramento dignum, ubi corpus Dominicum diligenter recondatur ad viaticum recedentibus a saeculo. Quae sacra oblatio intincta debet esse in sanguine Christi, ut veraciter presbyter possit dicere infirmo: Corpus et sanguis Domini proficiat tibi […] Semperque sit super altare observatum propter mures et nefatios homines; de tertio in tertium diem semper mutetur, id est, illa a presbytero sumatur, et alia quae eodem die consecrata est in locum subtegetur, ne forte diutius reservata mucida, quod absit, fiat".

 

 

 

B. Rituali di Comunione ai malati e Missa pro infirmo

 

 

1. Rituali di Comunione ai malati

 

Molti rituali comprendono: la confessione, l’Unzione e la Comunione ai malati, ma non sempre vengono previsti tutti e tre i sacramenti e con lo stesso ordine.

L’ammonimento autorevole di Sant’Innocenzo I: "Nemo de saeculo absque comunione discedat", che riprende il can. 13 di Nicea, indirizza la prassi liturgica ad usare misericordia in situazioni di gravità particolare.

Nel 675 a Toledo, si conviene che davanti al pericolo di morte di uno che si trova nello stato penitenziale, non si debba procrastinare la grazia della riconciliazione e dell’Eucaristia.

A Nantes, un canone del 658 prevede che il parroco, entrato in casa, benedica la stanza del malato dicendo asperges me… , reciti sette salmi con le preci per i malati, poi, invitati tutti ad uscire si avvicini al malato, lo esorti con umanità alla confessione dei peccati e alla pratica della vita cristiana.

Il vescovo Teodolfo d’Orleans (†821) offre ai suoi preti precise indicazioni:

"Unctio vero infirmo cum orationibus, ut dictum est, jubeatur a sacerdote orationem Dominicam et symbolum dicere et spiritum suum in manus Dei commendare et signaculo crucis se munire et viventibus valedicere.

Tunc sacerdos det ei pacem et communicet eum, dicens:

"Corpus et sanguis Domini sit tibi remissio omnium peccatorum tuorum, et custodiat te in vitam aeternam". Tunc data oratione, in fine dicat sacerdos: "Benedicamus Domino". Et respondeant omnes: "Deo gratias", et expletum est. In crastino et usque ad septem dies visitet eum sacerdos, et fundat super eum orationes ad hoc congruentes".

In un rituale De visitatione infirmorum, di autore incerto, vengono proposte alcune linee liturgiche e pastorali "de sacramentis ab infirmo suscipiendis":

"Ergo sic roges de te et pro te fieri, sicut dixit Apostolus Jacobus, imo per Apostolum suum Dominus. Ipsa videlicet olei sacrati delibutio, intelligitur Spiritus sancti typicalis unctio. Illud etiam vivificum Dominici corporis supplementum suscipere, fili mi, non renuas: quin potius illud avidissime quaeras, fideliter comedas. Cibus ille etenim incomparabilis, ineffabilis, viaticum tibi erit saluberrimum: redemptionis tuae pretium, Redemptoris monimentum, et redempti munimentum".

Nei suoi Capitula, Incmaro, Arcivescovo di Reims (†845), ai suoi sacerdoti offre indicazioni che riguardano il compito di distribuire la Comunione ai malati.

"Art. VIII. Quo metallo sit calix et patena, aut qua diligentia custodiantur, aut si habeat pyxidem, ubi congrue possit recondi sacra oblatio reserunda ad viaticum infirmis.

Art. X. Si ipse presbyter visitet infirmos, et iniungat oleo sancto, et communicet per se, et non per quemlibet, et ille ipse communicet populum, nec tradat communionem cuiquam laico ad deferendum in domum suam causa cujuslibet infirmi".

Un altro Vescovo di Reims (nell’XI sec.) aveva stabilito un meticoloso rituale di Comunione per i malati:

"Post haec communicet eum sacerdos corpore et sanguine Domini; et sic septem continuos dies, nisi necessitas contigerit, tam de communione, quam de alio officio se abstineat; et suscitabit eum Dominus ad salutem, et si in peccatis sit, dimittentur ei, ut apostolus ait".

Sono comprese anche alcune formule e preghiere di Comunione:

"Oratio ad perceptionem Eucharistiae: Corpus et sanguis Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam.

Post assumptam Euch.: Domine Jesu Christe et Salvator noster, exaudi nos pro fratre nostro N., te rogantes, ut tua sancta Eucharistia ei sit ad tutelam animae et corporis, et ad capessandam vitam aeternam, qui vivis".

 

 

2. Missa pro Infirmo

 

Nel Rituale di San Remigio sono stabilite le norme liturgiche della Missa pro Infirmo, che comprende:

— lettura del brano di S. Giacomo;

— graduale: "Exurge, Domine, succurre huic infirmo, et medica eum, et sana ejus languore";

— vangelo di Luca (La guarigione del figlio del centurione: "Non sono degno che tu entri…");

— preghiera: "Succurre, Domine, infirmo huic, et medica eum spirituali medicamine, ut, in pristina sanitate a te restitutus, gratiarum tibi sanus referat actionem".

Segue la Missa pro Infirmo, qui proximus est mori, che prevede un rito abbreviato:

— benedizione con acqua benedetta;

— Unzione;

— collecta: "Concede, Domine, nobis famulis tuis, ut orantes cum fiducia dicere mereamur: Pater noster, libera nos omni malo, custodi nos semper in bono, qui regnas in saecula saeculorum".

— "Communicet dicens: "Corpus et Sanguis Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam. Amen"".

Il canone 31 del concilio di Worms (nell’868) invita a dare la Comunione anche ai lebbrosi, anche se è vietato loro di partecipare alla messa con i sani.

Nella vita di San Dunstano di Canterbury (†925), si racconta che il santo si recò presso una signora che chiedeva il viatico, e vi celebrò l’Eucaristia.

"[…] Ut summo diluculo sacri unguinis (sic olim unctionem infirmorum viatico praeponi mos erat, ut dictum est in praefatione saeculi primi) ac Domini corporis participem me facias […] Pater Dunstanus annuensabiit, mane iuxta condictum rediit; itaque omnia peregit, ut finita fere missa, cum ipsa corpus et sanguinem Christi suscepisset, animam pariter Christo tradidisset".

Un appunto sulle messe pro infirmis in case private: certe espressioni dei canoni "incongrua loca"; "vilibus locis", suggeriscono che la proibizione delle messe nelle case dipendesse anche da arbitrarie interpretazioni estensive alla consuetudine, qua e là diffusa, di celebrazioni eucaristiche nelle stesse camere dei malati.

Tuttavia, i parroci sono invitati a fare in modo che i malati si riconcilino con il Signore, ricevano l’olio santo e la Comunione.

Un Missale Beneventanum Canosae (sec. X o XI) contiene il rito della messa per i malati:

"Introitus. Respice in me et miserere mei dne: Quoniam unicus et pauper sum ego; uide humilitatem meam et lauorem meum: et dimitte omnia peccata mea.

Ps. Ad te dne leuaui.

Oratio. Ds qui famulo tuo ezechie: ter quinos ad uitam annos donasti. ita et famulum tuum. ill.: a lecto egritudinis: tua potentia erigat ad salutem,… per. (sott. eundem Christum dominum..etc)

Alia oratio. Respice dne famulum tuum. ill. in infirmitate sui corporis laborantem: et animam refoue quam creasti: ut castigationibus emundatus: continuo se sentiat tua medicina saluatum,… per.

Lectio Epistole Beati Iacobi Apostoli (Jac 5,13-16a):

Fratres, etc

Graduale: Miserere michi dne quoniam infirmus sum: sana me dne. Conturbata sunt omnia ossa mea: et anima mea turbata est ualde.

Alleluya. Ostende nobis dne misericordiam tuam, et salutare tuum da nobis.

Sequentia Sci Euangelii secundum Matheum (sic!) (Lc 7,1-10):

In illo tempore..etc..

Offertorium. Expectans expectaui dnm: et respexit me. et exaudiuit deprecationem meam: et immisit in os meum canticum nouum ymnum deo nro.

Oratio secreta. De cuius nutibus uite nostre momenta decurrunt: suscipe preces et hostias famuli tui. ill. pro quo egrotante misericordiam tuam imploramus: ut de cuius periculo metuimus: de eius salute letemur,… per.

Alia oratio. Adesto dne supplicationibus nostris: et famulum tuum ill.: quem caritatis uisitamus officio: gratie tue largitate gaudeamus.

Praephatio. Eterne Deus: suppliciter exoramus clementiam tuam: ut in precibus nostris subuenire digneris. et de auxilium famulo tuo.ill.: in infirmitate corporis pergrauato: mitte angelum misericordie tue: qui infirmitatem eius curet et corpus,… Tuo enim precepto lazari restituta est propago: cecis uisum donasti: iob graui uulnere percussum: celesti uirtute sanasti: et socrum petri: de febris incendio liberasti,… simili hunc uirtute famulum tuum. ill. de afflictione corporis erue: ut de sua incolumitate: laudes referat glorie tue,… per xpum dnm nrm.

Communio. Letauimur in salutari tuo. et in nomine dni dei nri magnificauimur.

Oratio post communionem. Ds infirmitati humane singulare presidium: auxilii tui super infirmum famulum tuum. ill.: ostende uirtutem: ut ope misericordie tue adiutus. ecclesie tue sancte representari mereatur incolumis,… per.

Alia oratio. Dne sancte pater omnips eterne ds: te fideliter deprecamur: ut iacenti infirmo famulo tuo. ill.: sacrosanctum corpus et sanguis ihn xpi dni nri: tam corporis quam anime proficiat (ad) sanitatem, per".

È un periodo in cui i rituali si fanno più ricchi e articolati, come ad esempio, diverse Orationes cottidianae della Missa pro infirmis:

"Omnipotens aeterne ds, exaudi nos pro infirmis famulis tuis. ill. pro quibus misericordiae tuae imploramus auxilium. ut reddita sibi sanitate gratiarum tibi in ecclesia tua referant actionem, per.

Super oblata. Deus cuius nutibus uitae nostrae momenta decurrunt. suscipe propitius preces et hostias famulorum tuorum.ill. pro quibus misericordiam tuam imploramus. ut de quorum periculo metuimus de eorum salute laetemur, per.

Ad complendum. Deus infirmitatis humanae singulare praesidium. auxilii tui super infirmos famulos tuos ostende uirtutem. ut ope misericordiae tuae adiuti. ecclesiae tuae sanctae repraesentari mereantur, per".

3. Devozioni "eucaristiche"

 

Alcuni particolari che ci vengono narrati nelle vite dei santi non hanno, di per sé, grande rilievo. Sono però delle informazioni preziose, perché testimoniano la presenza dei malati alle celebrazioni eucaristiche.

Nella vita del beato Bonito di Clermont (†709) si dice che i malati cercavano di ottenere un po’ dell’acqua della sua abluzione delle dita dopo la celebrazione. La stessa cosa si racconta di un monaco di Montecassino intorno al 1050.

Vengono riferiti diversi fatti di guarigione di malati rapportati all’Eucaristia, ad esempio l’episodio (del 907) di una donna guarita a distanza mentre viene ricordato il suo nome durante il canone della Messa celebrata in convento:

"Cumque ad eum locum canonis pervenisset quo vivorum solent nomina recenseri, eamque multa cum devotione, nominatim ac specialiter Domino commendaret, illa procul a monasterio in domo propria velut examinis decubans, sacerdotis vocem se memorantis audivit, statimque illi quasi juxta lectulum stanti, veluti e gravi somno experrecta festinanter respondit".

La stessa cronaca riporta altri episodi di guarigioni miracolose dovute all’Eucaristia e alla santità di chi la celebrava:

"Ferebatur etiam idem vir Dei hujusmodi gratia praepollere, ut si ex aqua qua post missarum sollemnia manus ablueret, aliquis in potum febreticus fideliter sumeret, nullum deinceps in eo febris jus exercere potestatis valere".

Si dice pure di un vescovo Anselmo, il quale "ardore febris vehementissimo estuaret". Ricordandosi della fama dell’uomo di Dio, "[…] misit continuo qui ex aqua eadem clanculo sibi deferre. Quam mox ut in potum accepit, nulla interposita mora, omnis ab eo valitudo illa febris aufugit".

Nella vita di S. Eriberto di Colonia (†1021), scritta da Ruperto di Deutz (†1135) si racconta di una donna che volle procurarsi il vino con il quale il santo Arcivescovo dopo la Comunione, secondo l’uso, si era purificate le dita.

 

 

4. Documenti sul modo di conservare l’Eucaristia per i malati

 

La difficoltà oggettiva di conservare integro il vino ha indotto a portare la Comunione ai malati solo con il pane consacrato, più facile da conservare e da trasportare rispetto al liquido.

Ma non fu regola generale. Si veda l’esempio già riportato di San Zosimo che reca, su richiesta, un frammento d’ostia e una parte del vino consacrato a Maria Egiziaca il giovedì santo (nel IV secolo).

"Les Syriens portaient quelquefois le viatique sous les deux espèces. C’est pourquoi, Jacques d’Edesse permettait de consacrer du vin pour les malades. Cet usage dura peu, car Abraham Echellensis nous atteste que, de son temps (1664), les Syriens, les Maronites, les Jacobites, les Nestoriens, les Coptes et les Arméniens ne donnaient plus le viatique que sous l’espèce du pain".

Il periodo per il quale era lecito conservare il pane eucaristico veniva calcolato in misure molto diverse.

Il vescovo Burchard (†1025) chiede di non conservare l’Eucaristia per il dì seguente e invita i chierici a consumare tutto con "tremore e timore":

"Tot oblationes quot populo sufficiant offerendas, relicta in crastinum non reservandas.

Certe tanta in altari holocausta offerentur quanta populo sufficere debeant: quod si remanserit in crastinum non reserventur, sed cum timore et tremore clericorum diligentia consumatur. Qui autem residua corporis Domini, quae in sacrario relicta sunt consumunt, non statim ad communes sumendos cibos conveniant, nec putent sancta portionis commiscere cibum qui per aqualicos digestus in eccessum emittitus".

In Oriente l’uso è meno regolamentato:

"Ancora oggi è uso dei Bizantini di consacrare il Giovedì Santo per tutto l’anno il Santissimo destinato ai malati. L’uso era già documentato nel VII secolo presso i Siri occidentali e verso il mille anche in Inghilterra. In Occidente fu presto superato ed anche in Oriente fu combattuto. Presso le comunità unite è scomparso da tempo. In Inghilterra intorno al mille l’arcivescovo Aelfrico in opposizione a quest’uso richiedeva che le Ostie conservate per i malati fossero rinnovate ogni otto o quindici giorni".

Per Reginone di Prüm (†815) il rinnovamento si deve fare "de tertio in tertium diem", però poi Reginone stesso si contenta che lo si faccia "de sabbato in sabbatum".

La stessa prescrizione si trova in Ivone di Chartres:

"de septimo in septimo mutetur semper".

Un rinnovamento settimanale è anche previsto dal monaco Udalrico. Invece "il Liber ordinarius di Liegi si contenta che si rinnovino le specie ogni giorno di Comunione, cioè una volta al mese".

 

 

C. Rituali con diversi orientamenti pastorali

 

 

1. Rituali che non prevedono l’Eucaristia ai malati

 

Un esempio in cui non si fa cenno all’Eucaristia è la Admonitio 20 del Concilio di Calchut del 787, in cui si afferma che se qualcuno muore senza penitenza o confessione, non occorre nemmeno pregare per lui. Infatti nessuno di noi, — si afferma — neppure l’infante di un giorno, è senza peccato. Si invita quindi a fare tutti penitenza e a convertirsi, perché la morte non è lontana, per cancellare i peccati e meritare di godere con gli angeli santi quella vita che è senza fine.

Il concilio di Nantes (835) fissa l’iter della assistenza ai malati con una "scaletta" in cui non viene indicata l’Eucaristia:

— il parroco quamcitius vada alla casa dell’ammalato,

— lo asperga con acqua benedetta,

— a tu per tu lo esorti ad accettare serenamente il dolore,

— ne riceva la confessione,

— nelle sue ammonizioni lo inviti a disporre dei propri beni e a non dimenticare le elemosine,

— infine, nel lasciarlo, lo benedica;

— se vi è urgente pericolo di morte, gli dia l’assoluzione, con la promessa di fare penitenza in caso di guarigione.

 

 

2. Rituali che prevedono l’Eucaristia ai malati

 

Cesario di Arles, nel VI secolo, esorta i malati a ricevere il corpo e il sangue di Cristo e a chiedere umilmente e fedelmente l’olio benedetto dai sacerdoti della Chiesa.

Eligio di Noyon si pronuncia decisamente contro coloro che offrono surrogati al malato, al posto della vera devozione all’Eucaristia:

"Praeterea quoties aliqua infirmitas supervenerit, non quaerantur praecantatores, non divini, non sortilegi, non caragi, nec per fontes aut arbores, vel bivios diabolica phylacteria exerceantur; sed qui aegrotat, in sola Dei misericordia confidat, et Eucharistiam corporis et sanguinis Christi cum fide et devotione accipiat, oleumque benedictum fideliter ab ecclesia petat, unde corpus suum in nomine Christi ungat, et secundum apostolum oratio fidei salvabit infirmum, et allevabit eum Dominus; et non solum corporis, sed etiam animae sanitatem recipiet, complebiturque in illo quod Dominus in Evangelio promisit, dicens: Omnia enim quaecumque petieritis in oratione credentes, accipietis".

Circa il rito gli Statuta Synodalia di Reims stabiliscono che il viatico sia portato agli infermi in una custodia decorosa; il presbitero sia preceduto da un lume; coloro che accompagnano il sacerdote possono ricevere l’Eucaristia "ad viaticum".

Il concilio di Pavia dell’850 esprime le proprie preoccupazioni, e poichè accade che qualche malato "o ignora la forza del sacramento o giudica meno pericolosa la malattia, differisca di attendere alla propria salvezza o dimentichi la violenza dell’infermità" il prete del luogo lo deve opportunamente ammonire.

Il testo conciliare presenta un rituale da seguire:

"Illud quoque salutare sacramentum, quod commendat Jacobus Apostolus dicens: "Infirmatur quis […] remittetur ei" [Jac 5,14s], solerti praedicatione populis innotescendum est: magnum sane ac valde appetendum mysterium, per quod, si fideliter poscitur, et peccata remittuntur, et consequenter corporalis salus restituitur. […] Hoc tamen sciendum, quia, si is, qui infirmatur, publicae paenitentiae mancipatus est, non potest huius mysterii consequi medicinam, nisi prius reconciliatione percepta communionem corporis et sanguinis Christi meruerit. Cui enim reliqua sacramenta interdicta sunt, hoc uno nulla ratione uti conceditur".

La "cura spirituale" voluta dal concilio prevede dunque:

— un’azione comunitaria (con invito anche ai preti vicini);

— la riconciliazione del malato

— la Comunione del Corpo e del Sangue di Cristo

— l’Unzione degli infermi.

I Capitolari del vescovo Teodolfo di Orleans (†821), invece, pongono il viatico dopo l’Unzione sacra:

"Admonendi etiam sunt sacerdotes de unctione infirmorum et poenitentia et viatico, ne aliquis sine viatico moriatur".

Nello stesso senso si pronuncia il canone 26 del concilio di Magonza dell’847, invitando i presbiteri a sollecitare ai malati in pericolo di morte la confessione; e affinché la porta della pietà non resti chiusa per loro, con le preghiere e i conforti della chiesa essi vengano corroborati dalla sacra Unzione secondo gli statuti dei santi padri e poi ristorati con il viatico.

Il più antico ordo romano dei funerali, l’ordo 49 di Andrieu, che risale forse al VII secolo, dice che il viatico è, per il morente, un pegno di risurrezione:

"Communio erit ei defensor et adiutor in resurrectione iustorum. Ipsa enim resuscitabit eum".

La formula del viatico e la preghiera di conclusione sono fissate nel XIII secolo, ma derivanti da fonti carolingie, dicono che il viatico fortifica per l’ultimo combattimento:

"te custodiat ab hoste maligno"

ed è un rimedio di vita eterna:

"remedium sempiternum"

tanto per l’anima che per il corpo.

Dal secolo XIII si consolida sia la disposizione della riserva dell’ultima Comunione ai parroci, sia il desiderio di solennizzare questa stessa ultima Comunione nel clima di una crescente devozione eucaristica.

 

PARTE SECONDA

 

 

LA COMUNIONE AI MALATI:

RIFLESSIONE TEOLOGICA DELLA CHIESA ANTICA

 

 

 

Capitolo I

Elementi teologici e pastorali emergenti dalla documentazione raccolta

 

 

La ricerca sulla tradizione della Chiesa ci mette in possesso di elementi, che sono da valutare.

 

 

A. Necessità dell’Eucaristia per i malati

 

Il primo elemento che emerge chiaro dai dati raccolti è questo: l’obbligazione a non fare morire nessuno senza Eucaristia è molto forte. L’ordine è ripetuto più volte: nessun malato perisca senza Eucaristia. E non sempre era facile realizzare questo orientamento pastorale. Talvolta c’era addirittura da temere per la vita di chi portava l’Eucaristia, specie in tempi di persecuzione, contagio o altre difficoltà. Si pensi ai martiri Tarcisio, Eudossia e ad altri, uccisi mentre recavano con sé l’Eucaristia per gli "assenti". Altre volte mancava il tempo o le possibilità ai pastori di essere presenti al capezzale di tutti i malati, per cui si rimediò, non di rado, affidando il compito anche a laici, uomini e donne.

"Est-ce par suite d’une interprétation trop stricte de ces prescriptions ou par suite d’une croyance erronée à la nécessité absolue de l’eucharistie pour le salut […], que l’on en vint, en Orient comme en Occident, à communier parfois des morts?".

Anche un testo di papa Gelasio I ribadisce la necessità dell’Eucaristia per la salvezza:

"..ipse Dominus Jesus Christus coelesti voce pronuntiat: Qui non manducaverit carnem Filii hominis et biberit sanguinem eius, non habebit vitam in semetipsum (Joan. VI,54), ubi utique neminem videmus exceptum; nec ausus est aliquis dicere, parvulum sine hoc sacramento salutari ad aeternam vitam posse perduci; sine illa autem vita, in perpetua futurum morte non dubium est".

Il dovere di amministrare penitenza ed Eucaristia a un malato è così grave che chi per negligenza non lo fa perde il suo posto per sempre.

Contemporaneamente, sorgeva una disputa teologica sulla necessità dell’Eucaristia per salvarsi. Senza entrare in merito alla discussione, si deve comunque rilevare come, di riflesso, essa abbia influito anche sulla prassi della Comunione ai malati.

Qualche accenno:

— specie per i bambini, il battesimo è sufficiente per salvarsi, affermava sant’Agostino;

— San Fulgenzio lo afferma per gli adulti:

"Fulgentius Ferrando respondens ad propositas quaestiones de salute Aethiopis moribundi.

Nullus autem debet moveri fidelium in illis, qui etsi legitime sana mente baptizantur, praeveniente velocius morte, carnem Domini manducare, et sanguinem bibere non sinuntur: propter illam videlicet sententiam salvatoris qua dicit: nisi manducaveritis carnem Filii hominis et biberitis ejus sanguinem, non habebitis vitam in vobis (Joan. VI,54)".

Anche in questo caso ci si avvaleva dell’argomento scritturistico: il Signore non ha forse detto che colui che crede al Figlio ha la vita eterna? Secondo il suo insegnamento non è dunque strettamente necessario comunicarsi per avere la vita eterna.

Questi orientamenti non sono senza conseguenza: ad esempio, si tende a limitare il compito di portare l’Eucaristia ai malati solo ai sacerdoti. Vengono poste limitazioni anche ai monaci, come nel Concilio ecumenico Lateranense I — 1123 — (c. 19), che interdice ai monaci:

— di celebrare messe pubbliche;

— di visitare i malati;

— di dare l’estrema Unzione.

L’orientamento pastorale che, piuttosto che la necessità di portare l’Eucaristia ai malati e ai moribondi, sottolinea maggiormente il dovere di vigilare che ciò sia fatto solo dal sacerdote e nella maniera più degna, influenzerà sempre più la prassi pastorale.

Nei secoli successivi, ci si chiederà se il pastore è obbligato a portare la Comunione ai malati anche con pericolo della sua stessa vita, e Gregorio XIII, nel S.C. del Concilio, il 12 octobre 1576, approva un decreto in cui afferma che questa questione non può porsi che in rapporto al viatico, tenendo presente però che

"le baptême et la pénitence, qui sont les seuls sacrements absolument nécessaires au salut, sont, en principe, les seuls que le pasteur doive administrer même au péril de sa vie".

 

 

B. Rapporto della Comunione dei malati con la messa

 

Un altro elemento importante riguarda l’uso della riserva eucaristica per i malati, ed in particolare il motivo per cui si conservava una scorta eucaristica.

"Dans l’antiquité chretienne, l’eucharistie était conservée, non pas en vue d’un culte d’adoration, mais exclusivement pour l’administration aux malades".

Le specie eucaristiche erano conservate inizialmente nelle case, poi nelle chiese, e si trattava sempre di piccola scorta, quanta appunto poteva rendersi necessaria allo scopo di comunicare i malati. Si considerava grave difetto di previdenza e mancanza del dovuto rispetto verso l’Eucaristia il consacrare tanto pane e tanto vino da farne avanzare più dello stretto necessario per i malati; e si ricorreva, in tali casi, a soluzioni non molto consone alla nostra odierna e più formata sensibilità: l’incenerimento o il seppellimento delle Specie, oppure alla loro distribuzione in giorni fissi ai bimbi innocenti.

L’uso di conservare una scorta eucaristica nasce dalla profonda relazione esistente tra la Comunione dei malati e la Messa.

Il più antico modo di far partecipare i malati alla Celebrazione Eucaristica fu di portare loro i "sacri alimenti" secondo il testo citato di Giustino, ed è appunto per quest’uso che si conserva l’Eucaristia. L’immagine plastica della Chiesa locale, radunata nel giorno del Signore, guidata dal Vescovo, come la presenta Giustino, che poi si allarga alla vita raggiungendo sia i fratelli assenti e malati con il conforto dell’Eucaristia, sia i poveri con i doni e le offerte raccolte durante la celebrazione, è un modello di comunione ecclesiale cui ispirarsi sempre.

Nella Chiesa dei primi secoli il servizio della comunità ecclesiale verso il malato era vissuto come fedeltà all’insegnamento e all’esempio del Maestro e in continuità con la celebrazione eucaristica, "giudicata il contesto spontaneo, originario di qualunque impegno ecclesiale e caritativo". In conseguenza la Chiesa organizza riti di Comunione per quei fedeli che non possono essere presenti alla Messa, sia per ragioni di salute, sia per altri motivi legittimi. Anche quando è infermo, il credente fa sempre parte della vita della comunità locale. Egli vive in solidarietà di fede e di amore con i fratelli impegnati come lui nella difficile testimonianza di fedeltà a Cristo nel mondo. È in forza di quest’unione intima con la comunità cristiana che il malato riceve il sacramento della comunione ecclesiale. L’unità della Chiesa ha origine dall’unico pane di cui tutti partecipano, come appare anche da un testo di San Cirillo di Cerusalemme il quale, istruendo i neofiti nella fede cristiana, affermava che dopo aver compiuto il sacrificio spirituale, rito incruento, sopra l’ostia di propiziazione, i credenti supplicano Dio per la pace universale della Chiesa, […] per i malati, per gli afflitti e in generale per tutti coloro che hanno bisogno di aiuto mentre è presente la vittima santa e tremenda.

Nei modi e nelle forme con cui si provvide ad offrire agli ammalati la possibilità di partecipare all’Eucaristia fu sempre concretamente rispettato — nei primi secoli della Chiesa — il rapporto della Comunione eucaristica con la Messa e con la comunità cristiana.

È a partire dal XII secolo che si diffonde l’abuso della Comunione "fuori della Messa", contemporaneamente alla scomparsa della Comunione frequente. Avvenne un mutamento nel considerare l’Eucaristia: a partire dal XI secolo, l’attenzione si concentrò sul problema della presenza reale nell’Eucaristia.

"Per gli antichi l’eucaristia, come il battesimo, è data anzitutto per la santificazione del credente […] quando i Padri consideravano questo sacramento, la loro attenzione si portava dapprima sul suo effetto. Essi affermavano, certo, la presenza reale del corpo e del sangue di Cristo, ma la riconoscevano attraverso il suo intervento santificante".

Occorre oggi recuperare l’antica concezione, il che significa, in primo luogo, che la Comunione sacramentale non dovrebbe mai costituire un momento a sé stante, un fatto isolato che esaurisce in se stesso tutto il suo senso spirituale e religioso.

In questa prospettiva, prima che a "portare l’Eucaristia ai malati", bisognerebbe pensare di "portare i malati all’Eucaristia".

 

 

 

C. Gli effetti dell’Eucaristia

 

1. L’Eucaristia giudica il credente

 

Scivendo ai cristiani di Corinto (1Cor 11,28-30), San Paolo sembra aggiudicare all’Eucaristia un’influenza nefasta, per chi vi partecipa indegnamente. Rimproverando i fedeli di Corinto per le profanazioni eucaristiche, egli scrive:

"Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti" (1Cor 11,28-30).

Occorre rilevare innanzitutto le difficoltà del testo.

"In realtà l’apostolo non dice che intervenga una sentenza di Dio, né stabilisce un principio generale che si verifica in conseguenza della trasgressione".

San Paolo, rifacendosi alla dottrina della "esemplarità" illustrata nel capitolo 10 della stessa lettera, avverte che le infedeltà e le punizioni della comunità ebraica del deserto sono un ammonimento perenne (cfr. 1Cor 10,6-11) a non ricadere nella idolatria (cfr. 1Cor 10,7-14) e a non mettere Dio alla prova (cfr. 1Cor 10,9.22).

"Insomma, l’Eucaristia non offre nulla a coloro che mancano alla regola cristiana: costoro non ricevono la vitalità di comunione con Cristo e con la comunità; languiscono e muoiono.

Il vocabolario di Paolo è certamente comune e applicabile alla malattia e alla morte fisica […], ma per il testo specifico ogni riferimento fisico appare fuori contesto. L’intenzione di Paolo è tutta religiosa, non profana e quindi il senso dei termini ha un valore teologico, non profano. Chi è fedele alla legge cristiana è vivificato dalla comunione al corpo e al sangue di Cristo, chi è infedele non riceve nulla. È chiaro che la vita partecipata da Cristo ai fedeli non è quella fisica. Nulla induce a far ritenere che siano fisiche la malattia e la morte".

 

 

2. L’Eucaristia guarisce

 

L’Eucaristia può procurare la guarigione. San Gregorio Nazianzeno ci ha trasmesso il racconto della guarigione miracolosa di sua sorella Gorgonia.

In parallelo con l’Unzione, che concorre alla guarigione dei malati, è certo che l’Eucaristia agisce allo stesso modo: ciò è sufficiente per giustificare il nome che gli si dona di "vino che germina i vergini" (Zac 9,17)?

"Une vertu guérissante sortait du corps de Jésus-Christ (Lc 6,19); n’est-elle pas la même dans l’éucharistie?".

Nella più antica formula di consacrazione delle offerte eucaristiche che è giunta fino a noi, quella di Ippolito, viene richiamata la sofferenza di Cristo che guarisce la sofferenza dei credenti:

"[Il tuo Figliolo Gesù Cristo] ha fatto la tua volontà e per acquistarti un popolo santo, ha steso le mani, mentre soffriva: per liberare dalla sofferenza coloro che hanno creduto in te. E allora abbandonandosi ad una sofferenza liberamente accettata, per distruggere la morte, calpestare l’inferno, illuminare i giusti, confermare il Testamento e manifestare la sua Risurrezione, Egli prese del pane, rese grazie […]".

Un’antica preghiera per il Sabato santo fa riferimento al Corpo e al Sangue del Signore che ha sofferto e che salva coloro che soffrono:

"Questo Corpo: l’emoroissa l’ha toccato e fu liberata dalla sua infermità.

Questo Corpo: alla sua vista la figlia della Cananea fu guarita.

Abbiamo bevuto, o diletti, il Sangue che è colato dal fianco del Signore, che guarisce ogni malattia, che libera tutte le anime".

Nel suo ultimo discorso prima di morire, San Gregorio rivolge un messaggio alla Pasqua dandole del tu:

"come se tu avessi un’anima".

Egli la supplica di essere aiutato a sopportare

"le prove sante e necessarie che sono il retaggio della nostra esistenza".

Poi continua:

"Allevia il peso del nostro corpo. Tu sai Signore, come è pesante e gravoso… Continueremo ad offrirti un sacrificio gradito, sul tuo altare, Padre, Verbo, e Spirito Santo".

Sant’Agostino racconta di un ragazzo miracolato attraverso l’Eucaristia. Non era insolito presso gli antichi servirsi della Eucaristia come farmaco.

Com’è evocativa la riflessione di un nostro contemporaneo, il teologo ortodosso Olivier Clément:

"L’altare del sacrificio, noi non conosciamo i suoi limiti".

Un mistero che è fonte di benefica comunione, attraverso il sacrificio di Cristo, con la Trinità e fra gli uomini.

Balthasar approfondisce così:

"Lo stato kenotico di Cristo — come pane da "masticare" e vino versato nei partecipanti — sembra conferire ad essi il ruolo attivo dell’assimilazione, ma "quando io sono debole, allora sono forte" e "la debolezza di Dio è più forte degli uomini" anche e soprattutto nell’Eucaristia: Cristo incorpora qui attivamente i partecipanti nel suo corpo mistico".

 

 

 

3. L’Eucaristia associa alle sofferenze di Cristo

 

Una testimonianza trasmessa per lungo tempo dall’ascetica, facendo ricorso alla dottrina del Corpo Mistico — e più recentemente all’efficacia del mistero pasquale, — afferma che il fedele è inserito nel Cristo e che, perciò, ogni sofferenza del cristiano diventa una partecipazione alla croce di Cristo ed ha un valore propiziatorio.

In un libretto del secolo XII, che si intitola "Le dodici utilità della tribolazione" l’autore si propone di esporre le ragioni della utilità delle sofferenze che sono inviate da Dio. Ogni esemplificazione si conclude con l’invito "Non addolorarti se Dio ti fa splendente, se ti vuol fare pane per il cielo o vino da riporre nella cantina eterna":

"Undecima utilitas tribolationis est, quod custodit et nutrit cor […] Sic Christus in Scriptura appellatur mater nostra propter vehementiam charitatis, dura verbera et opprobria masticavit nobis, ut nos nutriret et fortificaret spiritualiter ad sustinendum ejus exemplo tribulationes hujus mundi. Sicut enim vinum colatum per succum plenum speciebus, sic homo tribulationes sustinens debet eas colare per corpus Dominicum, considerando scilibet tribulationem et passionem quam pro se sustinuit; et sic indulcorabuntur ut tolerabiles fiant, quae prius intolerabiles videbantur".

Nella liturgia la "malattia come punizione" è un concetto che talvolta ricorre, come ad esempio nel prefazio della Messa per i malati del Sacramentario Veronese, in cui a chiare lettere si dice di Dio che percuote nel corpo i suoi servi, perché ne abbiano profitto nell’anima.

La malattia è uno stato che allontana l’infermo dalla mensa eucaristica, e quindi il sacramento dell’Unzione diventa la vittoria di Dio, che offre di nuovo il pane celeste all’infermo ristabilito e introdotto nella comunità con senso di riconoscenza.

 

 

 

D. Elementi di riflessione dai riti della Comunione ai malati

 

I riti e i modi di portare la Comunione ai malati sono stati, lungo la storia, gradualmente disciplinati.

Fino al giorno in cui la Chiesa non si vide costretta dagli eccessi degli eretici a fissare norme più rigorose, ci fu una grande varietà sia nel modo di distribuzione della Comunione ai malati, sotto una o due specie, sia nelle regole relative alla distribuzione e alla custodia dell’Eucaristia. È una delle prove dell’autorità della Chiesa in tutto quanto riguarda la materia e la distribuzione dei sacramenti.

Se prescindiamo dagli abusi condannati, tutti gli esempi riferiti provano la devozione, il rispetto profondo e la fede di quelle antiche generazioni nell’Eucaristia e la loro preoccupazione affinché nessun malato ne resti privo.

Quanto alla Comunione sotto le due specie, abbiamo visto che, se l’uso è primitivo, non mancano testimonianze antiche neppure della Comunione sotto una specie sola.

 

1. L’incarico di portare la Comunione ai malati

 

Che nei primi secoli anche i laici portassero l’Eucaristia ai malati (come per es. quel ragazzo sotto Dionigi di Alessandria, che la recò al vecchio Serapione), è "cosa che non sorprende".

All’inizio nessun testo conciliare proibì ai laici di dare la Comunione, ma, specialmente dopo la riforma carolingia, numerosi testi formulano esplicitamente questa proibizione, riservando ai sacerdoti l’amministrazione dell’Eucaristia ai malati. Le prime testimonianze di un’organizzazione rituale per il viatico risalgono al secolo VII: prima di queste testimonianze il rito non si distingueva dalla ordinaria Comunione ai malati e il ministro poteva essere qualsiasi fedele. La consuetudine che un laico, donna compresa, potesse recare il Viatico doveva essere ben diffusa e radicata se una serie di concili dal sec. VIII in poi ripeteranno l’assoluto divieto: ancora al sec. XI si riscontra l’uso di lasciare il pane eucaristico nella famiglia del morente.

Dopo il secolo IX, il sacerdote è il ministro "ordinario" della Comunione dei malati. Il diacono ne è divenuto il ministro "straordinario", poiché egli non può comunicare un malato che per una ragione grave, a giudizio dell’ordinario del luogo o del parroco.

Se nel secolo XIII si trovano ancora alcune tracce dell’antica disciplina meno rigida — certi teologi riconoscevano ai laici il diritto, in caso di necessità, di amministrare la Comunione ai malati a titolo di supplenza — nel periodo della scolastica si finirà per arrivare all’eccesso: si esigerà che solo il ministro consacrato possa amministrare il Viatico.

2. Le formule di Comunione

 

Attraverso un’analisi dei riti e delle formule di Comunione, si riscontra in esse (pur nella grande varietà di forme) il profondo legame che le unisce al rito della Messa: ne è derivato un reciproco arricchimento. Si può dire che i riti più antichi per la Comunione dei malati trasferiscono tutta la parte della Messa riguardante la Comunione nella camera dell’infermo.

Dopo il secolo XI vengono messi in primo piano altri elementi, anzitutto la confessione dei peccati e una professione di fede. Il malato, si dice nel secolo XII, deve recitare il suum Confiteor, a cui seguono il Misereatur, con l’Indulgentiam che corrisponde ad un’assoluzione, e gli altri riti della Comunione. Una precedente professione di fede del malato, per lo più nella forma del Simbolo apostolico, si trova sporadicamente nelle fonti dell’VIII e IX secolo, ma non è mai diventata di uso comune, e a partire dal secolo XI e XII compare di nuovo in relazione stretta con il Sacramento.

Adrien Nocent, in riferimento alle formule della Comunione ai malati ed esponendo il motivo delle modifiche al Messale apportate dal Concilio Vaticano II, rileva:

"La storia ha stabilito chiaramente che questo tipo (di rituale di comunione) veniva da quello della comunione ai malati, rito che era stato semplicemente incorporato in quello della messa, verso il XIII secolo, in certi monasteri […] La formula di comunione ai fedeli è stata modificata e semplificata; essa è più diretta, non semplicemente un augurio: "Il corpo di Cristo ti custodisca per la vita eterna". Era la formula utilizzata per i malati. L’attuale, che vanta la più alta antichità, è un’affermazione della fede eucaristica: "Il corpo di Cristo"; affermazione da parte del celebrante, e affermazione da parte del fedele il quale risponde che le cose stanno proprio così: Amen".

Come si vede entro uno schema fondamentale semplice c’è la più grande varietà, tanto che per lungo tempo si evita per lo più anche nello stesso Ordo di usare la medesima espressione per l’Ostia e per il calice.

Si può accennare qui al fatto che nella più antica liturgia della messa si usava mettere da parte un pezzetto (particola) delle ostie per gli ammalati. Quest’usanza prese varie forme. Talora l’ostia consacrata veniva divisa in tre parti, una per il sacerdote, una per gli assistenti, e la terza per gli ammalati; altre volte una parte serviva per l’intinzione, la seconda per il celebrante e la terza per gli ammalati. Il celebrante deve spezzare l’ostia — com’è prescritto ancora alcuni secoli più tardi — ex dextro latere, e la particola così ottenuta è destinata alla commixtio. Una seconda particola ricavata dalla fractio viene impiegata per la propria Comunione, una terza viene deposta, come una volta, sull’altare, e custodita come viaticum morentium.

Queste tre particole sono nominate già da Amalario, il famoso liturgista di Metz e vi hanno anche un’interpretazione simbolica: la particola immersa, nel calice, nel Sacro Sangue raffigura il Corpo risorto del Signore; quella riservata alla Comunione del celebrante il suo Corpo terreno, la Chiesa in terra; la particola destinata agli infermi il suo Corpo nel sepolcro.

Un altro esempio di collegamento tra i malati e la Messa è presente nell’ultimo vangelo ("ultimo" perché si affermerà sempre più unendosi alla parte finale della Messa quale pericope fissa della benedizione), cioè il prologo di San Giovanni: si leggeva nella camera dei malati prima dell’amministrazione degli ultimi sacramenti, secondo quanto attesta il Missale di Remiremont (XII sec.). Anche secondo il Rituale Romanum V, 4,24 il brano di Gv 1,1-14 è una delle pericopi preferite che si devono leggere nella visita dei malati.

 

 

3. La Comunione sotto le due specie

 

L’uso di comunicare i malati con il pane e con il vino consacrati era un’antica usanza, che aveva il suo fondamento nella considerazione che il gesto di Cristo era, nel senso pasquale, liberazione sì, ma anche nuova alleanza. Cristo infatti nell’ultima Cena ci dà un segno di reale e piena liberazione (il suo corpo) e un segno di nuova alleanza (il suo sangue). Ecco perchè nei primi secoli della Chiesa, in cui viva era la comprensione pasquale della Eucaristia, si offrivano ai malati "i sacri alimenti", partecipazione nella forma signi plenior al Corpo e Sangue del Salvatore.

Pur essendo i due segni frutto unitario dell’unico sacrificio pasquale da lui compiuto sulla croce, essi ci parlano di tutta l’ampiezza del suo amore: non solo ci libera dalle catene del peccato, come si può fare con uno schiavo o un prigioniero, lasciandoli poi in balia di se stessi; ma ci libera per "farci suoi" (cfr. Es 19,4; Ez 16,6-8: "Ti passai vicino e dissi: vivi… e cresci come l’erba del campo… ; ti passai di nuovo vicino e giurai alleanza con te e tu divenisti mia").

Purtroppo essendo mancata dal Medioevo in poi l’unica vera chiave di lettura del gesto di Cristo e cioè la chiave pasquale, non si è compreso nel suo vero senso e neppure nella sua portata spirituale il valore del duplice gesto di Cristo.

Oggi la Chiesa, considerando il tradizionale uso in vigore fin dopo il secolo XII, offre la possibilità ai malati di ricevere la Comunione sotto le due specie.

 

 

4. Il Viatico

 

Dalla documentazione raccolta, emerge che si arrivò a dare al moribondo l’Eucaristia più volte al giorno, in modo che spirasse con l’Eucaristia in bocca, e perfino a porla sulla bocca dei morti e a seppellirli con la medesima: abuso quest’ultimo condannato da vari concili.

Circa il luogo della celebrazione, più spesso era la dimora stessa del malato o del morente: talora si celebrava la messa nella camera del morente per procurargli la Comunione. Quest’ultimo uso, che risale ai secoli dell’alto Medioevo, fu praticamente soppresso dopo il concilio di Trento.

Le prime testimonianze di un’organizzazione rituale per il viatico risalgono al secolo VII:

— l’Ordo romano XLIX di Andrieu, relativo alla morte e alle esequie di un cristiano, che si fa risalire al sec. VII, afferma:

"Mox ut eum videris ad exitum propinquare communicandus est de sacrificio sancto, etiamsi comederit ipso die, quia communio erit ei defensor et adiutor in resurrectione iustorum. Ipsa enim resuscitabit eum".

— l’Ordo romano conosciuto come il Phillips 1667 che viene fatto risalire al sec. VIII, sempre relativo alla morte di un cristiano, presenta il Viatico in un contesto celebrativo, con la lettura della passione di Giovanni, i salmi e la litania:

"Ipsa expleta, dicit sacerdos orationem anime commemorationis. Inde vero antequam egrediatur a corpore, communicet eum sacerdos corpus et sanguinem illum praevidentes ut sine viaticurn non exeat, hoc est corpus Domini".

In questo Ordo, ministro è il sacerdote, il Viatico è dato sotto le due specie ed è inserito in una Liturgia della Parola.

Si può affermare che in via normale la Comunione per viatico fosse data sotto le due specie, o almeno che il pane fosse bagnato nel vino consacrato ed anche non consacrato, uso che incontrò l’opposizione di vari concili.

Il Viatico sub utraque era facilitato dalla celebrazione della Messa nella camera del moribondo, che fu vietata a partire dal sec. XI, e che si mantenne ancora a lungo.

Di essa tuttavia tacciono i più antichi Pontificali, i quali riproducono le disposizioni dei due Ordines sopra citati.

Così il Pontificale Romano-germanico riproduce l’Ordo XLIX di Andrieu, a cui fa seguito la litania, e annota:

"Tunc presbiter dat viaticum et post communionem dicit orationem".

Nell’Ordo per l’Unzione, riportato dal Pontificale Romano del sec. XII, si legge:

"Expletis his orationibus, infirmus lavato ore accipiat corpus Domini".

Ma il rituale successivo, che segue l’Ordo di Phillips, sposta a dopo il Viatico la lettura della passione, i salmi e la litania.

Più ricco di particolari si presenta il Pontificale della Curia romana del sec. XIII. Nel rituale per la Comunione dell’infermo si legge:

"Tunc tradat ei sacerdos eucharistiam dominici corporis intincti vino et vinum tali intinctione sanctificatum, dicens: Accipe, frater, viaticum corporis (et sanguinis) domini nostri Jesu Christi, qui te custodiat ab hoste maligno et perducat te ad vitam aeternam. Amen".

Nel sec. XII si incontrano casi isolati di precedenza del Viatico sull’Unzione e nel sec. XIII l’uso si diffonde senza ostacoli, tanto da ricevere in seguito la sanzione disciplinare.

 

 

Capitolo II

Aspetti problematici

 

 

1. L’interpretazione dei dati storici

 

La storia della Comunione dei malati è necessaria per comprendere, ed eventualmente adattare, gli orientamenti pastorali e liturgici attuali. Ma per interpretare nel modo giusto i dati storici, è necessario collocarli nella loro concreta situazione. Eccezione fatta per i più essenziali elementi della fede e della tradizione liturgica, non ci si può aspettare molta coerenza e consistenza nel modo in cui cambiamenti si sono sviluppati.

Prendiamo in considerazione, per esempio, la questione: cosa può dirci la storia passata sul modo di comunicare il malato in casa, nella chiesa o nelle corsie dell’ospedale?

Nel medioevo, secondo alcuni Ordines, non si conservava che il pane eucaristico; al momento della Comunione del malato, si "consacrava" il vino per contatto al corpo di Cristo, come era uso fare, in certe chiese, nell’ufficiatura del venerdì santo. Questo modo di comunicare i moribondi fu praticato in Inghilterra e in Francia, ma esso sollevava delicati problemi pratici (il trasporto del liquido) e teologici (la consacrazione fatta in quel modo era da ritenersi valida?).

Per altro verso, vi sono anche delle testimonianze che fino al XII secolo, si è continuato a dare ai malati la Comunione sotto le due specie.

A questi diversi riti di Comunione ai malati, si cominciò a preferire quella sotto la sola specie del pane, che verso la fine del XII secolo si generalizzò rapidamente.

Per tutto questo sarebbe imprudente scegliere uno specifico dettaglio dal passato per farlo rivivere nel presente senza esaminare le circostanze storiche, che portarono alla sua eliminazione, o i bisogni pastorali del presente, che potrebbero anche non garantire la sua rinascita.

Quando certi elementi della messa romana sono interpretati senza il dovuto riferimento alla storia, si corre il rischio di sovrapporre un falso simbolismo a riti che erano invece puramente di natura pratica. È il caso, per esempio, dell’abluzione delle mani, originariamente una semplice pratica igienica nel rito romano ora interpretata come "desiderio di purificazione interiore".

È stata la mancanza di prospettiva storica e un’enfasi esagerata sull’aspetto della messa come rinnovamento del Sacrificio che portò Amalario di Metz ad interpretare i rituali nel contesto della Passione.

 

 

 

2. Il malato deve essersi confessato per potersi comunicare?

 

In che modo intendere la connessione tra Eucaristia e Riconciliazione quando si tratta di malati?

Si tocca qui un aspetto che fa sorgere interrogativi anche in altre direzioni: perché si preferisce che sia il prete a portare la Comunione? Forse anche per una concezione della Confessione come "lasciapassare" alla Comunione, per cui il prete — a differenza del laico — può anche confessare il malato?

Ci sono dei malati che chiedono di confessarsi solamente perché vogliono adempiere ad un precetto, mettersi in regola con Dio, poter fare la Comunione. Una malata ha scritto ad un giornale: "L’ammalato viene considerato dalla Chiesa come una persona che, per le sue sofferenze, sconta già i suoi peccati o addirittura risulta immune da essi. Non è sempre così; anche noi ammalati molte volte..ecc. Ecco allora che non basta che il laico porti l’Eucaristia al malato senza prima avere un breve colloquio a tu per tu col sacerdote". Sarebbe importante capire quale sia l’idea che questa malata si è fatta dell’Eucaristia, quale concezione della Riconciliazione, quale della malattia.

Molti malati chiedono di confessarsi e comunicarsi solamente perché percepiscono confusamente che la loro malattia può essere una punizione divina, per mancanze che non sono sempre in grado di identificare con precisione o di confessare; altri ancora perché sono preoccupati per un intervento chirurgico a cui devono sottoporsi, ecc.

Ognuna di queste persone si è fatta sui sacramenti delle convinzioni, che spesso sono riduttive e talvolta opprimenti, più che liberanti.

 

 

3. È sempre lecito dare l’Eucaristia al malato?

 

Sin dai primi secoli si è posto il problema della liceità o meno di dare l’Eucaristia al malato in particolari situazioni.

Ad esempio, il sinodo di Tribur nell’895 dichiara che comunicare il malato due volte al giorno è possibile solo per il viatico.

Il sinodo di Trèves nel 1227, precisa quando non è lecito dare l’Eucaristia:

— se il malato o il luogo non sono adatti a riceverla;

— ai malati che vomitano frequentemente non si dia l’Eucaristia.

S. Tommaso nel XIII secolo (1274) pensa che si può donare l’Eucaristia come viatico a chi è colpito da alienazione se, mentre godeva costui di buona ragione, aveva dimostrato della devozione verso l’Eucaristia.

È all’insegna di una prudente comprensione la possibilità prevista dal rituale attuale di comunicare un malato, che abbia difficoltà fisiche ad inghiottire la particola, col solo vino consacrato:

"In caso di necessità e a giudizio del vescovo, è lecito amministrare l’Eucaristia solo sotto la Specie del vino, a coloro che non possono riceverla sotto la Specie del pane.

In questo caso è permesso, a giudizio dell’Ordinario del luogo, celebrare la Messa presso I’infermo.

Se la Messa non viene celebrata presso l’infermo, il Sangue del Signore deve essere conservato, dopo la Messa, in un calice debitamente coperto e riposto nel tabernacolo; ma non deve essere recato all’infermo se non in un vaso chiuso in modo tale che sia del tutto evitato il pericolo di spargimento. Nell’amministrare il Sacramento, poi, si scelga caso per caso il modo più conveniente, fra quelli proposti nel Rito per la distribuzione della Comunione sotto le due Specie. Se, dopo l’amministrazione della Comunione rimane qualche goccia del preziosissimo Sangue, questo sia consumato dal ministro, che avrà pure cura di compiere le dovute abluzioni".

Questo elenco di situazioni particolari sta a dimostrare la antica e sempre presente preoccupazione pastorale della Chiesa nei confronti dei malati: ad essi non venga a mancare l’Eucaristia, neppure ai più disagiati. Questa attenzione a livello di princìpi non sempre trova attuazione nella prassi.

 

 

4. Guarigioni legate all’Eucaristia e pericolo di superstizioni

 

Corblet ha raccolto un’abbondante documentazione di miracoli eucaristici distribuiti lungo venti secoli di cristianesimo. Sono enumerate molte guarigioni miracolose dovute all’Eucaristia, da quella di Gorgonia, sorella di San Gregorio di Nazianzio, a quella del fanciullo cieco che riacquista la vista tramite l’Eucaristia — fatto raccontato da sant’Agostino — fino ai giorni nostri: basti ricordare i miracoli di Lourdes, spesso collegati all’Eucaristia.

La posizione ufficiale della Chiesa è caratterizzata dalla prudenza, considerando il pericolo che questi fatti, se intesi erroneamente, possono favorire una mentalità miracolistica, quasi magica, o superstiziosa.

L’Eucaristia era anche considerata tradizionalmente come un sacramento che offre protezione ai viaggiatori. Secondo un’antica abitudine molti portavano l’Eucaristia in una scatola o intorno al collo durante i lunghi viaggi, per comunicarsi o per essere protetti in caso di pericolo. Sant’Ambrogio racconta che suo fratello Satiro, minacciato dalla tempesta, si legò l’ostia intorno al collo e si gettò in mare con la speranza di essere salvo.

San Massimiano, più tardi vescovo di Siracusa, ed altri passeggeri cristiani, che si credevano in pericolo, si divisero l’Eucaristia che si erano portata. L’uso di portare l’Eucaristia in viaggio, come una specie di antidoto, perdurò molto a lungo. Le Costituzioni Ecclesiastiche del secolo VI vi alludono frequentemente. Si portava il pane eucaristico avvolto in un pannolino e chiuso in una scatola, o cofano (encolpium) che si appendeva al collo. Porfirio, vescovo di Gaza, placa la tempesta con l’Eucaristia che porta con sé.

Vi sono altri episodi, che riguardano l’uso, da parte dei malati o dei loro parenti, di appropriarsi dell’acqua delle abluzioni della messa per conservarla con aspettative miracolistiche, ed oltre a ciò, c’è da considerare anche la visione distorta veicolata dal proliferare delle messe votive.

Le messe votive, infatti, si svilupparono gradualmente in celebrazioni nelle quali "l’attenzione spirituale non è volta al mistero quanto invece alla circostanza dolorosa o comunque difficile, che ha provocato la celebrazione stessa, e alla quale questa deve in qualche modo dare o trovare una soluzione interponendo l’efficacia invincibile del sacrificio di Cristo".

Il bisogno, che spinge ad una speciale celebrazione, di solito si concretizza in una situazione difficile in cui viene a trovarsi la comunità, o i singoli.

La richiesta di queste Messe importava anche una spesa, "addolcita" dalla garanzia di una promessa: "Chiunque canti o faccia celebrare queste 30 Messe [si tratta delle Messe gregoriane oppure delle Messe di papa Innocenzo IV] nell’ordine segnato sia per sé che per un amico e in occasione di qualsivoglia tribolazione o infermità, dentro i 30 giorni sarà liberato. È cosa già sperimentata".

Accennando al "pericolo" di superstizione nei confronti dell’Eucaristia, non si intende certo sminuirne la straordinaria efficacia, sperimentata in modo eccellente dai mistici.

Si pensi, fra gli altri, alla vicenda umana di Teresa Neumann, tedesca, vissuta tra il 1898 e il 1962.

La vita di Teresa fu piena di fatti straordinari: ebbe le stigmate e visioni fino alla morte, fenomeni di bilocazione, telepatia, precognizione, levitazione, chiaroveggenza, sui quali hanno indagato e si sono documentati direttamente molti studiosi. Ma, in questo ambito, ci interessa il suo messaggio, che è duplice: l’accettazione del dolore come parte integrante del piano di salvezza di Dio, e il significato del suo digiuno, che testimonia la possibilità del sacramento della Comunione di conservare sia la vita spirituale che quella materiale. Dal 1927, per 36 anni, Teresa Neumann visse senza mangiare né bere: la Comunione era il suo unico, indispensabile nutrimento. Sull’autenticità del suo digiuno vi furono controlli molto severi (reclusa per settimane, controllata giorno e notte, senza neppure la possibilità di procurarsi un bicchiere d’acqua) e diverse testimonianze. Come persona, Teresa rimase sempre una creatura semplice e serena, attivissima, dedita al prossimo, agli ammalati, all’ascolto di numerosissime persone che ricorrevano a lei, amava le passeggiate col fratello e alcuni amici.

Una vicenda agli antipodi della superstizione o dell’autosuggestione!

 

CONCLUSIONE

 

 

La panoramica di alcuni fra i testi ecclesiastici, agiografici e liturgici che mi è stato possibile mettere insieme, descrive l’amorevole attenzione della Chiesa verso i suoi figli ammalati, nel gesto di recare loro in diversi modi l’Eucaristia.

Questo lavoro ha dei limiti ed è certamente suscettibile di ulteriori approfondimenti. La ricerca, infatti, oltre al fatto di riportare solo alcuni dei testi e delle documentazioni relativi al tema preso in considerazione, è limitata ai primi tredici secoli della storia della Chiesa.

Le conclusioni e i risultati raggiunti, seppure non rivestono carattere di novità, approdano comunque ad una visione sintetica e sufficientemente esaustiva dell’argomento prescelto.

Guardando alle possibilità di ulteriore approfondimento, potrebbe risultare interessante tutta la parte che riguarda la liturgia della Comunione ai malati: per fare un esempio, poco si sa — all’interno del rito — circa il ruolo del canto, se e come venisse eseguito.

Partendo dai dati storici raccolti, sarà sempre possibile, rileggendoli a ritroso, verificare la correttezza delle attuali scelte pastorali e la loro conformità con il dato della Tradizione.