Tecnica e antropologia

di Francesco Botturi

 

 

Affronto il tema "Tecnica e antropologia" non pensando certo di dire cose utili ai tecnologi in quanto tali, ma suggerendo delle questioni riguardanti l'intiero umano. Una semplice notazione terminologica riguarda l'uso, volutamente sbrigativo, che effettuerò della parola "tecnica", sapendo che oggi il termine più adatto sarebbe "tecnologia", in quanto la tecnica moderna è in stretta sinergia con le scienze e con la formalizzazione matematica. Queste mie considerazioni si sviluppano in tre punti fondamentali:

 

1) antinomie della tecnica;

2) rapporto tra tecnica e soggettività umana;

3) rapporto tra tecnica ed etica.

 

Antinomia della tecnica

L'antinomia generale, che da tanti è stata ripresa e analizzata, si può così enunciare: "La tecnica è una forma di eccezionale umanizzazione del mondo, e insieme il principio delle forme di maggior disumanizzazione dell'uomo". Per fare solo qualche nome, Sergio Cotta, Jean Ladrière, Jacques Ellul, la scuola di Francoforte (in particolare J. Habermas) hanno avvertito la problematicità della posizione culturale della tecnica. In che senso dunque umanizzazione del mondo, lato positivo della tecnica? È evidente la beneficialità della tecnica nei confronti dell'uomo, ma, oltre a questo, la tecnica manifesta qualcosa di essenziale dell'essere umano. Essa è infatti anche etnologicamente considerata tra i segni distintivi dell'uomo, proprio per essere segno inequivocabile della sua capacità di trascendenza dell'immediato, di trasformazione della realtà secondo la misura umana. Essa è insomma una delle forme fondamentali della mediazione culturale che caratterizzano l'uomo. La tecnica è uno dei luoghi dell'esperienza umana, in cui viene alla luce la natura peculiare dell'intelligenza umana rispetto ad altre forme di intelligenza che si trovano nel mondo dei viventi; peculiare, perché è un'intelligenza che vede relazioni non meramente a livello sensibile, ma anche a un livello di universalità essenziale, così da poter praticamente disporre, su questa base, delle cose, in un modo che sfugge ai limiti dell'ambiente fattualmente dato. La tecnica è anche testimonianza della peculiare capacità della volontà di operare non come pura reazione alla situazione, ma in vista di un progetto che appunto trascende la situazione. In termini sintetici possiamo dire che la tecnica è uno dei luoghi antropologici della costituzione del mondo umano, il passaggio dall'"ambiente", tipico della vita animale, al "mondo", proprio dell'uomo. La tecnica è quindi una forma espressiva della spiritualità umana.

D'altra parte la tecnica, nata per risolvere problemi, crea problemi e fa problema. Fin troppo facile è richiamare le questioni, culturalmente oggi molto vive, del rapporto tra tecnica e ambiente naturale.

A livello socio-politico la tecnica, espressione della libertà creatrice dell'uomo, con i suoi prodotti e i suoi sistemi organizzativi, diventa anche un principio di forte limitazione della libertà e delle sue scelte: essa costituisce un insieme di strutture che diventano coercitive. La tecnica, espressione del dominio dell'uomo sul suo ambiente, creatrice di mondo, in quanto sempre più parte integrante dell'organizzazione sociale, porta con sé una forte concentrazione di potere (élites di tecnologi e gestione economica delle medesime), che arriva fino a minacciare l'esistenza effettiva della democrazia politica entro i Paesi tecnologicamente avanzati, in quanto tende a costituire il potere reale, rispetto a quello più formale della gestione politica. All'esterno questa concentrazione di potere crea un divario socialmente e politicamente drammatico con i Paesi meno sviluppati.

A livello di mentalità culturale la tecnica, diretta dal criterio dell'innovazione, di per sé induce una mentalità "efficientistica" (nell'accezione neutrale del termine) che tende a cancellare a livello di mentalità il senso della storia, della permanenza dei valori, delle tradizioni. Per il cristianesimo è evidentemente un problema serio il venir meno del senso della storia e dell'appartenenza a una tradizione.

Infine, abbracciando l'insieme dei problemi, si può dire che la tecnica, di fatto, è principio di una Denkform che è inversamente proporzionale alla ricerca della saggezza. Essa privilegia i criteri di efficienza e produttività ignorando, sul piano metodologico, la ricerca del senso del valore. Ciò ha un riscontro sociologico nel fatto che, ovunque si è affermata la mentalità tecnologica, ogni forma di civiltà tradizionale regredisce: si pensi in generale all'incontro della tecnologia dell'Occidente con la sapienza orientale.

Un possibile tentativo di soluzione di questo problema sta nel distinguere tra uso buono e uso cattivo dell'essenza della tecnica: la tecnica è quello che è, ma se ne può fare un uso buono o cattivo. Questo presuppone però l'idea che la tecnica sia qualcosa di neutro. Mi rendo conto che i tecnologi fatichino ad accettare la critica alla tecnica come forma neutrale del sapere e del fare; mentre pensare che il problema stia nell'uso buono o cattivo della tecnica implica l'idea che essa sia un'essenza neutra, che, solo a posteriori, può essere usata bene o male. Ora, se osserviamo tutta l'importante riflessione novecentesca sul problema della tecnica, vediamo che è proprio la questione della non neutralità della tecnica a essere al centro dell'attenzione: non neutralità che presuppone l'idea che l'essenza della tecnica porti in sé determinati modi di funzionamento rispetto all'intiero antropologico, che appunto comportano le predette antinomia. I problemi sopra accennati sono infatti conseguenze strutturali del fare tecnico, non derivano cioè da un suo uso più o meno buono.

La non neutralità va intesa in un senso duplice: vediamo di approfondire queste due direzioni.

1. Il problema del senso della storia, o il problema della libertà, o quello della concentrazione del potere e dunque degli equilibri politici, sono fatti che non derivano dal buono o dal cattivo uso della tecnica, ma sono strutturali al "pensare" e al "fare" tecnico; sono conseguenze e implicazioni in certo senso inevitabili.

In secondo luogo, e più profondamente, il fatto è che questa essenza, se la prendiamo in senso compiuto, cioè nella sua vicenda storica così come di fatto è venuta realmente a essere e a svilupparsi nella cultura occidentale, fa corpo con una certa rappresentazione del mondo. La critica sostiene che non solo vi sono delle implicazioni che qualificano comunque il sapere e il fare tecnico in una certa maniera, ma ci sono delle premesse culturali, le quali ci mostrano come la tecnica è potuta nascere e svilupparsi in un certo modo nell'Occidente. Si fa notare, infatti, che solo l'Occidente è produttore di tecnica, attraverso la quale non è restato in equilibrio con l'ambiente, ma è andato oltre, proprio perché sono state attive delle radici culturali che hanno reso possibile ciò e hanno improntato di sé il "tecnologico" occidentale.

Potremmo approfondire queste due linee di riflessione critica con due riferimenti. Uno lo prenderei da Jean Ladrière, il quale, sintetizzando pensieri che non sono solo suoi, ci fa riflettere sul fatto che c'è un destino intrinseco alla operatività tecnica che possiamo chiamare di "autopoiesi". La tecnica tende sempre più a formare un vasto insieme di sistemi parziali, interdipendenti, autonomi rispetto agli altri campi dell'attività sociale. Come abbiamo detto all'inizio, la tecnica nasce per rispondere a dei bisogni; questa è l'origine evidente ed elementare del fare tecnico umano; ma appunto il suo sviluppo tende alla creazione di sistemi autofinalizzanti. Così che ultimamente i suoi obiettivi sono costituiti più dalle sue possibilità interne che dal bisogno esterno; non sono i bisogni a dirigere lo sviluppo della tecnologia, ma è questa che comanda il sistema dei bisogni. Questa autofinalizzazione dei sistemi tecnologici porta a una certa ingovernabilità degli stessi, a un loro riprodursi e accrescersi per logica interna più che per risposta a bisogni esterni. Di qui l'impressione psicologica di impotenza, ma più probabilmente l'effettiva irrilevanza della decisione etica soggettiva nei confronti della tecnostruttura: che cosa può la decisione etica soggettiva nei confronti di un sistema tecnologico che sempre più si rende sistema e si autofinalizza?

2. Un secondo ordine di riflessioni riguarda il problema della matrice culturale della tecnica, cioè di quell'alveo che ha reso culturalmente possibile il fenomeno della tecnica occidentale. Tutti i popoli hanno avuto forme tecniche, e anche elaborate (pensiamo agli Assiro-Babilonesi o agli Egizi o ai Romani), ma è indubbio che la tecnica che ha poi invaso il mondo, che diventa forma mentale e componente essenziale e determinante della cultura, è quella moderna con il suo sviluppo in sinergia con la scienza. Quali sono dunque le radici di questo complesso fenomeno? Per esprimerci in maniera semplice, ma non banale, potremmo dire che la tecnica è la forma estrema del pensiero occidentale che si è formulato come de-finizione, oggettivazione della realtà e quindi come manipolazione della realtà stessa.

Heidegger e Severino hanno posto il quesito: qual è il nesso tra la tecnica e la forma occidentale del pensare? Perché l'Occidente è tecnologico e non così altre e pur grandi e nobili forme della cultura umana? L'idea è che ci sia alla base la pre-sunzione, la pretesa già tipica del pensiero greco che il vedere la realtà avvenga in forza della sua definizione, della sua oggettivazione.

Per Heidegger si tratta della riduzione dell'essere all'ente, che vuol dire appunto concepire la realtà come un qualcosa che può essere ultimamente compreso e definito. Ecco la passione greca per le essenze. Tentare l'essenza, come dirà Galilei, vuol dire tentare di definire la realtà: questa passione per la definizione, per l'oggettivazione è l'anima "preventiva", antenata dello sguardo tecnico moderno extra-filosofico, ma connesso in profondità.

Severino approfondisce a suo modo questa diagnosi, sostenendo che il pensare la tecnica come il grande strumento della manipolazione della realtà ha alla sua radice l'idea che la realtà tutta è mortale: la realtà è manipolabile, perché non ha radice ultima e solida, perché viene dal nulla e al nulla va; è la convinzione di abitare nel divenire, nella mortalità, che permette di pensare l'uomo innanzitutto come il signore della realtà.

Heidegger ha una formula provocatoria quando dice che "la scienza non pensa", una formula che può essere applicata anche alla tecnica: "la tecnica non pensa". Penso che lo scienziato e il tecnologo potrebbero adirarsi contro tale accusa, come alcunché di pretestuoso e di calunnioso. Ma quel giudizio non vuol dire che scienziati e tecnici sono degli stupidi, ma che nel loro farsi, cioè dal loro interno, sia la scienza sia la tecnica non sono consapevoli della loro appartenenza a una visione più vasta che scaturisce dalla profondità del pensiero occidentale, quella, appunto, di credere di potere e dover dominare l'essere, integralmente manipolabile. D'altra parte bisogna ammettere che, anche se qualche scienziato e tecnologo la penserà diversamente, la cultura moderna e contemporanea hanno sempre pensato in questi termini, fondamentalmente, l'impresa tecnico-scientifica, a partire dal manifesto della cultura tecnologica moderna, che è il Discorso sul metodo di Descartes, che concepisce l'uomo come "maitre et possesseur de la nature", come padrone e possessore della natura. È questo esattamente il compito a cui doveva servire, per Descartes, anche la filosofia, chiamata a essere il supporto dell'impresa tecnologica. Sarebbe molto interessante rileggere tutto il Discorso sul metodo che, probabilmente, nella sua chiave più propria, non è un discorso sul Cogito, ergo sum, ma più precisamente la giustificazione, tipicamente moderna, della tecnica.

Ora, questo non vuol dire che i Greci già pensavano così, ma vuol dire che questo esito è stato reso possibile dal fatto che c'è una radice profonda del pensiero occidentale che, per dirla con Marcel o con Maritain, tende a cancellare il senso del mistero, della imprendibilità della realtà, identificando il sapere con la definizione teorica e con la circoscrizione pratica della realtà. Il che ci verrebbe a confermare, come dicono sia Heidegger sia Severino, che alla radice di questo "pensiero pensante", di cui partecipa inconsapevolmente la tecnica, sta un'essenza nichilistica.

Che cosa possiamo dire al termine di questa impegnativa e provocatoria riflessione contemporanea sulla tecnica? Ciò che si può affermare è che, anche se non si condividono le concezioni metafisiche di Heidegger e di Severino e non si condivide la loro apocalittica visione sulla natura del pensiero occidentale e sui suoi esiti, è però difficilmente negabile che l'idea di tecnica abbia funzionato nella cultura occidentale, in particolare moderna, come paradigma del progetto di possesso del mondo e dell'uomo stesso.

Si potrebbe obiettare che altro è la tecnica, altro è l'ideologia tecnicistica, così come altro è la scienza e altro è lo scientismo. Tuttavia non so se questa obiezione sia sufficiente: ciò che intendo dire è, nuovamente, che il fare tecnico non è mai neutralmente dato, ma è sempre incorporato a una più ampia concezione del mondo e del rapporto con esso, storicamente determinata. La tecnica è una forma di cultura, l'abbiamo già appurato, non è un mero strumento, ed è quindi inevitabilmente partecipe di una visione culturale. Pare dunque ingenua l'obiezione mossa, perché svilirebbe la tecnica, eliminerebbe il presupposto da cui siamo partiti, e cioè che la tecnica è una forma di cultura, un modo del mediarsi dell'uomo con la realtà.

Questo non vuol dire naturalmente che possa esistere una sola cultura tecnica; noi, però, stiamo ora ragionando su ciò che epocalmente ha dominato e tuttora domina, anche al di là delle proprie intenzioni di non essere cartesiano o illuminista: il mondo tecnologico è stato obiettivamente improntato da questa visione delle cose. Dire che la scienza-tecnica non pensa, significa appunto criticare l'incoscienza da parte del conoscere e fare tecno-scientifico della sua inevitabile appartenenza a una concezione del mondo, tanto che la sua stessa presunta neutralità deve essere considerata una forma di tale appartenenza, come un tentativo di dissimularla. Ora, la tecnica moderna, come noi la conosciamo di fatto, è potuta nascere sul presupposto che nella oggettivazione e nella definibilità stesse stia il senso e il valore della realtà medesima.

Tecnica & soggettività umana

Abbiamo detto finora che la tecnica porta con sé i suoi problemi e che a essi non è possibile rispondere riducendo la tecnica a mero strumento neutrale, il cui senso dipenda dall'uso; in secondo luogo la tecnica è integrata con una concezione globale del sapere. Alla luce delle considerazioni già fatte, una delle linee di possibile ripensamento è il nesso, mai ben delineato nella storia della riflessione sulla tecnologia, tra il fare tecnico e l'identità soggettiva. Che cosa ha a che fare la tecnica con il soggetto umano? La tecnica è comunque rivelativa della peculiarità intellettuale e appetitiva del soggetto, una forma fondamentale dell'umano. Ma come partecipa della realtà del soggetto? Chi è il soggetto umano, tale per cui il fare tecnico ne sia un'espressione identificante? Qual è, insomma, il rapporto tra la soggettività umana e il fare tecnico? Solo se si vede che il fare tecnico è parte integrante dell'essere soggetto umano, cioè che la tecnica appartiene al tutto antropologico, è possibile, almeno in linea di principio, trovare il criterio per una misura umana della tecnica. Diversamente ogni tentativo di riappropriazione della tecnica al tutto dell'uomo risulterebbe estrinseco e inefficace; non avremmo mai una connessione radicale, cioè non vedremmo mai la partecipazione della tecnica all'essere uomo. La stessa regolazione etica della tecnica non avrebbe, a sua volta, senso se non vi fosse questa connessione radicale. Che cosa potrebbe chiedere l'etica alla tecnica, se questa fosse un mero strumento esterno, visto che l'etica riguarda i criteri di comportamento del soggetto come soggetto? In ultima istanza la neutralizzazione della tecnica porta con sé paradossalmente la neutralizzazione dell'etica.

Che cosa ha a che fare dunque la tecnica con il soggetto umano? La tecnica ha a che fare con il soggetto in un modo intrinseco. La tecnica non è un semplice strumento utile all'uomo, ma - come si è detto - è parte dell'avvento dell'uomo, della sua realizzazione. Ciò si vede nel fatto che la tecnica non risponde a un semplice criterio di indigenza, di bisogno (essa è una forma presente anche in animali superiori). Proprio la storia della tecnica ci documenta in modo grandioso che, se il bisogno è spunto certamente al fare tecnico, l'uomo crea però tecnologie molto al di là del suo bisogno, al punto di indurre bisogni. Questo ci suggerisce che nel cuore della tecnica vi è qualcosa che non è appunto di natura strumentale; ci dice che ciò che probabilmente muove l'impresa tecnico-umana fin dall'inizio è un desiderio di "autonomia" del soggetto umano rispetto alle sue condizioni di vita, di realizzazione del soggetto come soggetto, di raggiungimento della sua più propria identità. Lo stesso Karl Marx riconosce, con felice espressione, che l'esito globale del fare tecnico umano consiste nel rendere la natura, cioè quanto si pone e si oppone rispetto all'uomo, suo "corpo organico". Più profondamente, ma su questa linea, J. De Finance ha scritto che, trasformando il mondo, l'uomo, per così dire, fa rientrare in sé le condizioni stesse della sua esistenza. Uno strumento tecnico è pensiero incorporato, minimo nello strumento primitivo, massimo in uno strumento contemporaneo, fino addirittura alla creazione di realtà nuova, come nel campo biologico e chimico: la tecnica inventa realtà.

Ciò significa che nella tecnica l'uomo esprime il suo desiderio radicale di diventare persona, diventare un soggetto che può disporre di sé, disponendo di ciò che gli è dato. Il passaggio che dobbiamo compiere è questo: il movimento fondamentale della tecnica, quello di far rientrare nel soggetto umano le condizioni materiali della sua esistenza, è parte di un desiderio più profondo e complessivo che è proprio del soggetto umano come tale. La grandezza del fatto tecnico è che esso è nei suoi modi partecipe del desiderio fondamentale, secondo il quale l'uomo aspira a realizzare condizioni di esistenza che siano in equilibrio, meglio, che siano conciliate con la sua illimitata capacità di conoscenza e di volontà.

Questo ci dice "dinamicamente" che l'uomo non conosce né vuole le cose astrattamente, senza una storia: tutto ciò che l'uomo conosce, lo conosce seguendo il filo di un sogno, dell'ideale di realizzare il più compiutamente possibile le sue capacità. L'uomo ha un orizzonte di pensiero che non si ferma di fronte a nulla, come la scienza testimonia nella sua indagine infinita. Questo "non-limite" è esattamente ciò che caratterizza la capacità conoscitiva umana: la risorgente capacità di porre la domanda su "che cos'è" la realtà è il principio motore della conoscenza umana, che non si arresta mai a una certa configurazione acquisita. Ciò non significa che l'uomo va avanti ciecamente, all'infinito, come un pellegrino senza meta. Piuttosto l'illimitatezza della conoscenza umana mira a luoghi in cui si diano delle trasparenze, in cui siano in armonia l'illimite con il limite: in concreto vuol dire che l'uomo si muove non con il desiderio di eliminare la realtà nella sua limitatezza, ma desiderando trovarla a sé disponibile e plastica. L'ideale è che la realtà non sia un'obiezione all'uomo, ma disponibile alla sua conoscenza e appetizione.

Che cos'è un fenomeno artistico? Esso è una certa manipolazione della materia in cui traspare un significato. Il proprio dell'arte è che quella materia sia l'evidente simbolo, anche emozionalmente coinvolgente, della capacità umana di vedere l'infinito nella realtà finita. In questo senso l'arte è una tipica forma di conciliazione tra la capacità illimitata dell'uomo di vedere e la finitezza dei suoi oggetti. Una cosa è tanto più artistica quanto meno si ferma a sé stessa e quanto più apre lo sguardo oltre di sé, pur restando sé medesima. La grandezza artistica di un oggetto d'arte sta nella sua capacità di spalancare il senso della realtà. Quanto meno una cosa è artistica, tanto più è un oggetto che resta chiuso in sé stesso, cioè non è carico di quella tensione di vedere nel particolare il tutto.

Questo processo si ripresenta dappertutto; anche a livello etico. L'ideale dell'etica non è quello di sovraccaricarsi di norme, ma quello di essere giusti con spontaneità. "Con spontaneità" significa non sentire la norma come un vincolo esteriore e come una minaccia, ma come ciò a cui la totalità dell'uomo aderisce in modo benefico: la spontaneità è il segno della conciliazione. L'uomo virtuoso è colui che concilia la concretezza della situazione con il valore. La tecnica esprime anch'essa a suo modo questa struttura profonda, dinamica e utopica dell'uomo. La tecnica - che non nasce per rispondere a dei bisogni umani - non si ferma all'equilibrio tra bisogni e natura, ma è un fare spalancato sulla realtà materiale, alla ricerca di equilibri artificiali sempre più avanzati.

Esiste questo luogo della ideale riconciliazione di finito e infinito? È chiaro che nell'arte, nella tecnica, nelle forme della conoscenza l'uomo deposita segni di questa sua capacità, di questa sua natura profonda; ma in nessuno di questi luoghi l'uomo ha il suo compimento, nessuno è il luogo paradisiaco. Il paradiso non esiste come opera dell'uomo.

In questa dinamica radicale del soggetto ravviso l'esigenza profonda di ciò che il cristianesimo annuncia come "risurrezione della carne", il cui senso è una certa trasfigurazione della realtà stessa. Questa idea, peculiarmente cristiana, orienta il desiderio umano verso un luogo reale in cui egli possa essere totalmente sé stesso, senza rinunciare insieme all'infinito e al finito; diversamente dalle concezioni materialistiche, che tendono a sprofondare l'uomo nel finito, o dalle concezioni idealistiche che tendono a sublimare astrattamente l'uomo nell'infinito.

Dalla problematizzazione del fatto tecnico non concludo perciò a una svalutazione della tecnica, anzi la esalto come uno dei simboli concreti, forti, della dinamica fondamentale della persona umana come tale. In questo sta la sua grandezza e il suo limite. Questa appartenenza della tecnica alla dinamica umana profonda permette di intuire che la tecnica non va pensata come una forma alternativa o estranea alla saggezza, ma come una forma della saggezza umana stessa, purché sia consapevole della sua natura più profonda e insieme dei suoi limiti. Possiamo allora dire che la tecnica non è necessariamente il frutto e la causa di uno smarrimento epocale, come vorrebbero Severino o Heidegger. L'oggettivazione e la manipolazione tecnica appartengono alla dinamica del desiderio umano, che di per sé non è possessivo, ma, anzi, perché illimitatamente aperto, è anche illimitatamente recettivo: di un senso della realtà e della sua trasformazione tecnica che va oltre l'opera dell'uomo.

Tecnica & etica

Il fare tecnico, per il suo radicamento, può essere, almeno in linea di principio, regolato dalla saggezza etica. L'etico, infatti, consiste nel lavoro di assunzione cosciente del movimento umano profondo, della sua dinamica, in direzione del suo oggetto di diritto. L'uomo non decide di essere un ente desiderante, ma lo è inevitabilmente. L'etico si inserisce come un'assunzione consapevole e libera di questo movimento verso il suo fine. L'etica è una forma fondamentale di collaborazione al raggiungimento del fine da parte del soggetto, in cui il fine di diritto del desiderio diventa libera regolazione dell'agire. Il problema del rapporto tra tecnica ed etica è che l'intervento etico non può essere estrinseco alla tecnica, altrimenti verrebbe giustamente avvertito come una violenza, oltre che restare moralmente inefficace.

La comunicazione tra tecnica ed etica, tuttavia, esiste e passa attraverso la questione antropologica; se la tecnica appartiene al tutto antropologico, allora l'etico, che è l'assunzione del desiderio e del suo fine, può intervenire sulla tecnica dicendo qualcosa di appropriato. Può succedere allora che la tecnica venga a trovarsi di fronte a possibilità antropologicamente insensate, cioè non aventi un senso che compie il soggetto umano. Se, per esempio, la manipolazione genetica volesse intaccare l'identità del soggetto che dovrebbe promuovere, l'etica avrebbe diritto di segnalare alle possibilità tecniche la loro insensatezza antropologica. Tutto sta nell'individuare quale sia il luogo di appartenenza della tecnica alla totalità del soggetto umano. Se questo viene individuato - come abbiamo cercato di fare -, allora anche il discorso etico relativo alla tecnica ha motivo di esistere. Viceversa la tecnica e l'etica sono destinate a restare irrimediabilmente separate e inconciliabili.

Se invece la tecnica è una forma del desiderio umano e l'etica è una forma di attuazione e di regolazione del desiderio, allora la coscienza morale ha titolo per indicare alla tecnica dei criteri di comportamento in forza dei diritti del desiderio umano stesso.