2. Husserl: L'epoché, la coscienza e l'intenzionalità
Il mondo, oggetto di coscienza, in quanto a questa correlato, non deve piú esser considerato in modo ingenuo, naturalistico, come esistente in sé, esistente fuori e indipendentemente dalla coscienza, bensí come "fenomeno", nel suo "apparire" alla coscienza stessa. L'atteggiamento fenomenologico, dunque, ha come premessa che "si metta fuori gioco" la considerazione ingenua dell'esistenza fisica degli oggetti e dei loro modi fisici d'esistenza, come vengono "immediatamente" colti. Il che ha luogo con l'"epochè", su cui Ci soffermeremo tra poco.
E contestualmente quell'atteggiamento si fonda sull'esclusione di una "realtà" della coscienza affinché venga in rilievo l'aspetto "attivo" della coscienza stessa, il suo "rapportarsi" alle cose. Il che implica evidentemente che la coscienza "si scinda", "si duplichi", diventi "coscienza osservante", in modo analitico-descrittivo, degli atti ch'essa stessa compie in modo ingenuo, irriflesso.
L'atteggiamento naturale si compendia nella "tesi del mondo", cioè nella "posizione dell'esistenza di un mondo in sé". Non bisogna, dice Husserl, né "mettere in dubbio" né "negare" questa tesi di esistenza: questi sono solo atti di "giudizio"; ma - facendo molto di piú - metterla "fuori azione", "in parentesi", "neutralizzarla". Bisogna dunque "sospendere il giudizio".
Al tentativo cartesiano di un dubbio universale potremmo ora sostituire l'universale epoché nel nostro nuovo e ben determinato senso.
Noi mettiamo fuori azione la tesi generale inerente all'essenza dell'atteggiamento naturale, mettiamo di colpo in parentesi quanto essa abbraccia sotto l'aspetto antico: dunque l'intero mondo naturale, che è costantemente "qui per noi", "alla mano", e che continuerà a permanere come "realtà" per la coscienza, anche se a noi talenta di metterlo in parentesi.
Facendo questo, come è in mia piena libertà di farlo, io non nego questo mondo, quasi fossi un sofista, non revoco in dubbio il suo esserci, quasi fossi uno scettico; ma esercito in senso proprio l'epoché fenomenologica, cioè: io non assumo il mondo che mi è costantemente già dato in quanto essente, come faccio, direttamente, nella vita pratico-naturale, ma anche nelle scienze positive.
Cosí attuo l'epoché fenomenologica, la quale, dunque, eo ipso, mi vieta anche l'attuazione di qualsiasi giudizio, di qualsiasi presa di posizione predicativa nei confronti dell'essere e dell'essere-cosí e di tutte le modalità d'essere dell'esistenza spazio-temporale del reale. Cosí io neutralizzo tutte le scienze riferentisi al mondo naturale, e, per quanto mi sembrino solide... non ne faccio assolutamente uso. Non mi approprio di nemmeno una delle loro proposizioni, anche se sono di perfetta evidenza, non ne assumo nessuna e da nessuna di esse ricavo fondamento.
(Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica)
Evidentemente, mettendo tra parentesi il mondo, mettiamo in parentesi anche noi stessi, che di questo mondo siamo parte. Che cosa resta allora di noi? Che cosa si rivela a noi essere il nostro "io"? Husserl risponde: "pure esperienze vissute", in cui il mondo "appare" alla coscienza; o, si può anche dire, il fascio d'esperienze vissute con cui la coscienza si relaziona al mondo.
Ma qual è la struttura fondamentale della relazione coscienza-mondo? Husserl dice, riprendendo il concetto da Brentano, che a sua volta lo aveva ripreso dagli Scolastici medievali: l'"intenzionalità". Anzi egli spiega il senso della "intenzionalità" brentaniana in questo modo:
Nella percezione viene percepito qualcosa, nella rappresentazione immaginativa qualcosa viene rappresentato in immagine, nell'amore qualcosa viene amato, nel desiderio qualcosa viene desiderato, ecc. Brentano pensa a ciò che si può cogliere di comune in questi esempi, quando dice: "Ogni fenomeno psichico è caratterizzato da ciò che gli Scolastici del medioevo hanno chiamato "in-esistenza" intenzionale (o anche mentale) di un oggetto, e che noi chiameremmo, non senza qualche ambiguità, riferimento a un contenuto, direzione verso un oggetto (e ciò non vuol dire che si tratti di una realtà) oppure oggettualità immanente. Ogni fenomeno psichico contiene in sé qualcosa come oggetto, benché non sempre in egual modo". Questa "modalità" di riferimento della coscienza ad un contenuto... è appunto, nella rappresentazione, la modalità del rappresentare, nel giudizio, la modalità del giudicare, ecc.
(Ricerche logiche)
Husserl, dunque, dichiara di accogliere sostanzialmente l'intenzionalità brentaniana; ma con la specificazione che il rapporto coscienza-oggetto è un "vissuto" (si vive ad esempio l'amore dell'oggetto amato); vissuto in cui l'atto di coscienza e l'oggetto non sono in alcun modo separabili né considerabili come due realtà in sé; pertanto - aggiunge - non si può dire che la coscienza "contiene" un oggetto in sé immanente, né che un oggetto è contenuto nella e dalla coscienza. Col definire "vissuto intenzionale" l'atto di coscienza, scompare ogni distinzione tra il soggetto, ad esempio, che ama, e l'oggetto amato; e perciò l'oggetto, non avendo "realtà in sé", non può neppur essere detto "immanente" o "trascendente" la coscienza. Insomma l'unica cosa reale è l'atto, è la correlazione che stringe in unità coscienza e oggetto.
È molto discutibile e può abbastanza spesso indurre in errore dire che gli oggetti percepiti, immaginati, desiderati, ecc. (che sono quindi dati, rispettivamente, nella modalità della percezione, della rappresentazione, ecc.) "entrano nella coscienza" o, viceversa, che "la coscienza (o l' "io") entra in rapporto" con essi, oppure che essi "sono assunti nella coscienza" secondo questa o quella modalità, e anche dire che i vissuti intenzionali "contengono in sé qualcosa come oggetto" e simili.
(Ricerche logiche)
Gli oggetti fisici restano dunque trascendenti la coscienza; sono al di là di essa, e in nessun modo interni all'esperienza vissuta.
Rappresentarsi un oggetto, ad esempio il castello di Berlino,... non è altro che una specie determinata di "stato d'animo". Esprimere un giudizio su questo castello, gioire della sua bella architettura, o nutrire il desiderio di poter fare questo, ecc., sono vissuti nuovi, fenomenologicamente caratterizzati in modo nuovo. L'aspetto che hanno tutti in comune è il fatto che sono modalità dell'intenzione oggettuale, che in termini correnti non possiamo esprimere altrimenti se non dicendo che il castello è percepito, fantasticato, rappresentato in immagine, giudicato, ch'esso è oggetto di quella gioia, di quel desiderio, ecc.
(Ricerche logiche)
L'oggetto insomma è là. Nella sua "oggettività" non ha un senso. Ne acquista uno quando diviene contenuto di una mia esperienza vissuta, quando diventa, come dice Husserl, "noema" di una mia "noesi", ossia oggetto "mentale" (percepito, immaginato, desiderato) correlato ad un atto intenzionale (percepire, immaginare, desiderare). Il che significa pure che non l'oggetto "reale" è contenuto di coscienza, ma solo i suoi "noemi", e che nessun "noema" di un oggetto fisico rappresenta tutto il reale. L'oggetto, quindi, è il punto di riferimento "oggettivo" cui si riferiscono le varie "noeseis" (percepire, fantasticare, rappresentare in immagine); e in ognuna di queste l'oggetto, che è sempre lo stesso, mi si presenta come "un" particolare contenuto noematico, come "un" particolare senso, "un" particolare scorcio di prospettiva del reale, in quanto è intenzionato in "un" particolare modo.
Va distinto l'oggetto nel modo in cui viene intenzionato e l'oggetto che viene intenzionato in quanto tale. In ogni atto, un oggetto viene "rappresentato" con queste o quelle determinazioni, e come tale esso potrà essere anche eventualmente il centro a cui mirano intenzioni di vario genere - intenzioni di giudizio, di sentimento, di desiderio, ecc.
Pertanto in esse l'oggetto che viene intenzionato è lo stesso, mentre l'intenzione è diversa in ciascuna di esse, ogni rappresentazione intende l'oggetto in modo diverso.
(Ricerche logiche)
È nella "percezione sensibile" - che Husserl definisce "il modo primitivo del darsi delle cose stesse" - che la cosa appare nella sua verità significativa. E Husserl specifica che proprio la percezione sensibile, e non la sensazione, rivela in modo "pieno" l'oggetto. La sensazione infatti offre solo "dati psichici" informi, insignificanti, peraltro mutevoli; insomma solo materiali grezzi. La percezione sensibile, invece, coglie quei dati connessi nell'unità significativa dell'oggetto; il quale dunque mi si presenta in modo "evidente", mi si dà "riempendo" di sé l'atto intenzionale. In quanto la percezione coglie l'oggetto, che mi si offre, nella sua globalità, nella sua "pienezza", "in carne ed ossa", e soprattutto "in modo diretto", immediato, essa è un'"intuizione". Un esempio. Se sento parlare del castello di Berlino, questo diventa oggetto intenzionale, ma attraverso "segni" cioè parole; se, ugualmente, vedo quel castello attraverso la riproduzione fotografica, esso sarà sempre un mio oggetto intenzionale, ma sempre attraverso "segni", la foto. Quando poi vado a contemplarlo di persona, facendo magari una ricognizione accurata dei suoi interni e dei suoi esterni, esso mi si presenta ancora come oggetto intenzionato, ma ora "in modo diretto", e "in carne ed ossa". Sicché la rappresentazione di quel castello, che finora era rimasta "vuota", viene ora "riempita".
L'intuizione sensibile, che, appunto in quanto percezione è vincolata al sensibile, ci dà in modo "evidente" la presenza spazio-temporale dell'oggetto. Su questa forma d'intuizione può elevarsi quella "intellettuale", o "concettuale", in cui l'oggetto viene "astratto" da ogni riferimento sensibile, e si presenta nella sua "essenza". Ciò, naturalmente, in linea generale, perché Husserl specifica che sull'intuizione sensibile può essere operata una prima forma astrattiva che ha per contenuto i "concetti sensibili", che a loro volta possono essere o "puramente sensibili" (ad esempio quello di "casa"), o "mescolati con forme categoriali" (ad esempio quello di "virtú"). Su questa che Husserl definisce "astrazione sensibile", può poi essere operata un'"astrazione puramente categoriale", che ha per oggetto i "concetti puramente categoriali", quali "unità", "pluralità", ecc Comunque, a livello astrattivo, a quello cioè delle "intenzioni intellettuali", si perviene alle "essenze", che, come s'è visto, possono essere, in generale, "essenze di cose" o "forme di relazione".