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Solidarietà e sussidiarieà
nel magistero sociale della Chiesa (2)
Mario Toso
Università Pontificia Salesiana - Roma
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1.6. Giovanni Paolo II: la rivisitazione della solidarietà e della sussidiarietà alla luce delle "cose nuove" e alla vigilia del terzo millennio
Nella SRS, la solidarietà riceve un notevole rilievo, al punto che si sente l'esigenza di proporne una definizione prevalentemente morale: "E' la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti" (SRS n. 38). Essa presuppone che ogni persona e popolo faccia parte di un'umanità che è in ciascuno ma non è posseduta pienamente. La humanitas, che appartiene a tutti e rende uguali, vissuta da ciascuno in modo diverso, va confermata e cresciuta come bene comune cui si tende connaturalmente, mediante apporto e collaborazione universali.
La collaborazione è necessaria perché si diviene più umani solo grazie agli altri, unendosi, incontrandosi, cooperando ad imprese comuni. Dal bene-essere degli altri, dalla loro ricchezza umana e materiale, etica e spirituale, dalla vita retta della moltitudine dipende la nostra crescita. Anche per questo occorre sentirsi responsabili del bene altrui, del bene generale.
Della solidarietà statale nei confronti dei problemi del lavoro, specie della disoccupazione, Giovanni Paolo II si interessa nella Laborem exercens con toni che a taluni parvero troppo antiquati, poco aperti alle esigenze di un'economia liberale avanzata, ma che oggi, dopo le esperienze neoliberiste dell'Inghilterra, degli Stati Uniti e degli stessi Stati ex-socialisti, stanno rivelando tutta la loro coraggiosa ed indispensabile profeticità. Uno Stato democratico e sociale non può rinunciare all'obiettivo del lavoro per tutti. Il miglioramento delle nostre società passa, infatti, attraverso il riassorbimento della disoccupazione.
Nella SRS, la solidarietà è considerata in particolare con riferimento allo sviluppo dei popoli. A livello mondiale essa va attuata soprattutto nei confronti di quelli più poveri, porzione fragile e debole dell'umanità. Le sue vie sono: a) cambio degli atteggiamenti morali e dei comportamenti sia dei singoli che dei popoli e degli Organismi internazionali, e correlativa assunzione di responsabilità affinché i Paesi economicamente più deboli o al limite della sopravvivenza siano messi in grado di dare anch'essi un contributo al bene comune con i loro tesori di umanità e di cultura, che altrimenti andrebbero perduti (cf SRS nn. 37-39); b) riforme delle strutture - la SRS parla anche di "strutture di peccato" -, cioè del sistema internazionale di commercio, del sistema monetario e finanziario, dell'interscambio tecnologico, delle Organizzazioni internazionali; c) autopromozione dei Paesi più poveri e in via di sviluppo; d) forme di cooperazione tra Nazioni di una stessa area geografica, organizzazioni regionali su basi di eguaglianza, libertà e partecipazione; e) collaborazione di tutti, compresi i Paesi più emarginati, su basi di autonomia e di libera disponibilità del proprio agire (cf SRS nn. 42-45).
Nella SRS, la responsabilità solidale nei confronti di tutti ha anche come via privilegiata il perseguimento di uno sviluppo globale, qualitativo, sostenibile e compatibile (cf SRS, specie nn. 33-34), che non esclude la dimensione economica. La produzione di beni e di servizi, forniti al maggior numero possibile degli abitanti della terra con l'ausilio del progresso scientifico e tecnologico, deve ritenersi un atto di solidarietà primaria e genuina (cf SRS n. 28), giacché ogni uomo e popolo per "essere" abbisogna di essi.
Atto ulteriore della solidarietà, improntata a giustizia, sarà la loro equa distribuzione, in quanto destinati originariamente a tutti.
Questi cenni sulla solidarietà, che include l'impegno per lo sviluppo economico, ci consentono di sottolineare come per l'ISC essa non si contrappone all'efficacia e all'efficienza. Sentirsi responsabili del bene comune importa la liberazione dei popoli dalla miseria; implica che si programmi anche la loro crescita economica, oltre che morale, religiosa e culturale.
Nella Centesimus annus (=CA), dopo la caduta del muro di Berlino, alla solidarietà vengono additati nuovi campi di azione, per aiutare i Paesi dell'Est. Tuttavia, non le viene sottratto l'impegno di sostenere i Paesi del Terzo Mondo (cf CA n. 28). L'obiettivo rimane sempre lo sviluppo universale.
L'originalità della CA consiste nell'interpretare la solidarietà come impegno di creare le condizioni necessarie perché tutti i popoli possano accedere ai beni indispensabili al loro compimento globale. Tra questi vengono segnalati come particolarmente decisivi: a) la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere; b) l'uomo stesso, acculturato, formato professionalmente ed eticamente; c) una società del mercato libero, dell'impresa e della partecipazione; d) un'economia sociale, nazionale ed internazionale; e) un'ecologia dell'ambiente naturale e morale; f) una democrazia fondata sulla comunione di beni morali; g) uno Stato sociale riformato e non smantellato; h) un'economia avente il perno nell'etica dell'imprenditorialità e della responsabilità, per la quale, cioè, l'etica delle virtù, ivi compresa la solidarietà, non è la tomba dello sviluppo economico ma un prerequisito.
Per la CA, la solidarietà e la sussidiarietà devono trovare oggi una nuova configurazione della loro relazione, specie nel caso della riforma dello Stato sociale.
Muovendo dalla prospettiva del principio di sussidiarietà, la CA giunge a chiedere che la solidarietà, cui è tenuto lo Stato nei confronti dei cittadini e delle società minori, sia attuata rispettando l'autonomia e la libertà d'iniziativa delle varie persone fisiche e dei gruppi da esse formati. E questo, non sostituendosi ad essi, anzi favorendone e stimolandone l'iniziativa e la responsabilità nella realizzazione dei loro fini di solidarietà all'interno del bene comune, promuovendo quest'ultimo: "Una società di ordine superiore - si legge, infatti, nella CA - non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune" (CA n. 48).
In altri termini, per la CA, la riforma dello Stato sociale contemporaneo va realizzata mediante una più corretta applicazione del principio di sussidiarietà che, se da una parte esige il riconoscimento dell'autonomia e della libertà d'iniziativa, dall'altra non implica affatto l'"ognuno per sè", come oggi è facilmente inteso. Il bene comune richiede che ogni cittadino e ogni società dia il proprio apporto per realizzarlo. Se in passato vi è stato eccessivo accentramento della solidarietà nelle mani pubbliche, esagerato intervento nell'economia, ciò non vuol dire che si debba accettare lo Stato minimo e un'economia di mercato senza regole. E neppure deve significare rinuncia ad un'opera di supporto, di garanzia, di controllo e di coordinamento, di integrazione e talora, quando necessario, di supplenza da parte dello Stato.
Occorre riproporzionare i rapporti tra Stato, società, mercato, rivedendo le funzioni di tutte queste tre aree della solidarietà. Ma come? Muovendo dal primato della società, dando più spazio alla sua soggettività, oggi esprimentesi anche con la creazione di nuove società no-profit.
Più in particolare, la soluzione della crisi dello Stato assistenziale, per la CA, deve concretizzarsi:
a) in uno Stato che non unidimensionalizza la solidarietà, riducendola ad un unico modello, ma presuppone le solidarietà che lo precedono, con le quali deve raccordarsi, riconoscendole, promuovendole, valorizzandole all'interno del bene comune; in uno Stato che, in conclusione, è intrinsecamente e costantemente orientato ad una solidarietà più decentrata e partecipata dal basso, anche dal punto di vista politico, amministrativo e fiscale;
b) in una ridefinizione della protezione sociale e delle relative politiche aventi come obiettivo congruo - per meglio salvaguardare sia le esigenze della solidarietà efficiente ed efficace che della sussidiarietà -, un sistema integrato tra pubblico e privato, ma anch'esso risagomato a partire dalla società civile, dalle società più vicine alle persone. Ossia, intendendo le politiche sociali come espressione non tanto di una classe politica o dello Stato centrale, quanto della società civile, di modo che l'azione locale, l'azione dei soggetti intermedi e delle famiglie per il benessere non siano più da considerarsi come semplici attuazioni di istanze superiori, calate dall'alto, ma al contrario le fonti originarie dell'organizzazione e della responsabilità circa i servizi sociali. Lo Stato deve riservarsi un compito più proprio, più concentrato sulle garanzie, sulla regolazione dell'interazione tra i diversi soggetti sociali che non sulla gestione diretta di tutti o della gran parte dei servizi;
c) nella promozione non solo di politiche per la famiglia, ma anche di politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante l'assegnazione di adeguate risorse e di efficienti strumenti di sostegno, sia nell'educazione dei figli che nella cura degli anziani, evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e rinsaldando i rapporti generazionali (cf CA n. 29);
d) nella realizzazione di un'economia sociale di mercato meno protetta, meno pervasa dalla proprietà pubblica, più plurale nei soggetti, e tuttavia regolamentata anche a livello mondiale.
2. Puntualizzazioni sui concetti di solidarietà e di sussidiarietà
2.1. Solidarietà
L'excursus effettuato su alcune encicliche ci consente di recuperarne il significato complessivo, anzitutto come dimensione costitutiva della persona, come virtù o atteggiamento dello spirito prima che istituzione sociale e statale.
Secondo le encicliche sociali la solidarietà:
a) ha le sue radici nell'indigenza e nella sovrabbondanza della persona, nell'essere ontologico ed etico dell'uomo e della donna. Proprio per questo non può essere scambiata con le sue diverse concretizzazioni storiche o con le istituzioni che cercano di attuarla. E' bene-valore che le trascende, pur inverandosi in ciascuna di esse. Identificare la solidarietà con le strutture che la organizzano socialmente conduce a idolatrare quest'ultime e a far credere che sia una loro semplice emanazione. In realtà, la solidarietà della famiglia, del sindacato, dello Stato, del volontariato, del no-profit ha il suo soggetto originario nelle persone concrete. Senza il loro impegno le varie strutture della solidarietà inaridiscono. Perché intrinseca alle persone, perché valore morale e virtù, la solidarietà non trova il suo fondamento ultimo solo nel consenso o in un contratto. Va riconosciuta, accettata, più che pattuita. Possono essere pattuite le sue modalità di realizzazione, non la sua verità;
b) è plurale dal punto di vista istituzionale. La persona, avendo fini-beni plurimi da perseguire, fa sorgere più società di collaborazione specializzate nel loro perseguimento. Qualsiasi monismo sociale (statale, familiare, sindacale, economico, religioso) è antiumano, antidemocratico, in una parola è contro il bene comune. Il pluralismo sociale è tale non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente. Esistono, cioè, diversi tipi di società in base ai fini, alla durata, ai principi essenziali per la promozione dell'uomo. Alcune sono primarie, necessarie, connaturali alla persona e al bene comune, sempre emergenti storicamente (comunità familiare, politica, religiosa). Altre sono necessarie e connaturali alla persona e al bene comune ma possono affiorare solo in determinati contesti storici (partiti, sindacati, società di terzo settore, classi, organizzazioni internazionali, ecc.). Altre ancora sono congrue, opportune, convenienti rispetto alla promozione della persona e del bene comune ma non strettamente necessarie e non sempre emergenti (es. circoli culturali e ricreativi);
c) è plurale anche dal punto di vista ideologico, perché la persona origina le società sulla base di diverse concezioni dell'uomo, della società, della storia, del fine ultimo. Per questa ragione l'ISC giustifica, ad es., il pluralismo del sistema scolastico, facendo leva sia sul fatto che i genitori, rispetto allo Stato, hanno un diritto-dovere primario di educazione, sia sul fatto che sono liberi di scegliere la scuola maggiormente in sintonia con la loro visione di vita;
d) è un tutto organico, non organicistico, giacché le varie società, data l'unitarietà dell'essere umano e dei suoi fini, sono chiamate a relazionarsi senza contrapporsi, senza elidersi, ma integrandosi all'interno di un contesto di bene comune che le trascende. Ciò che costituisce nelle varie sfere di solidarietà un tessuto continuo, interrelato, su basi di parità e reciprocità è il fatto che esse hanno tutte un unico fondamento, soggetto e fine: la persona umana. E' questo il soggetto originante che le relaziona, le apre tra loro dall'interno, le rende complementari e reciproche. Il moto stesso delle solidarietà - contemporaneamente perfette ed imperfette rispetto al compimento globale delle persone -, impegna le diverse società a realizzare il proprio fine comune particolare tenendo conto degli altri fini comuni particolari e, soprattutto, del bene comune generale e del bene comune universale, di cui sono rispettivamente responsabili la società politica nazionale e la comunità politica mondiale. Il bene comune generale è quell'insieme di condizioni che consentono a tutte le società minori di trovare l'ambiente adatto per il loro sviluppo globale. Le famiglie, i corpi intermedi, le società no-profit sono interessate a conseguire i propri fini tenendo conto delle esigenze del bene comune, riconoscendo ciò che gli spetta, altrimenti ne deriverebbe un danno per essi.
Anche per queste ragioni si dice che la vera solidarietà, che dovrebbe permeare ogni società, tutela i diritti del bene comune, sia interno sia superiore. Se non si promuove il bene comune generale, non si offre l'aiuto di cui abbisognano le società minori per il proprio compimento;
e) è analogica. La solidarietà si realizza in ogni società, ma con mezzi e secondo modalità diversi, per cui è un valore universale (vale per tutte le sfere della socialità) e specifico (ha concretizzazioni differenti). La ricchezza e l'efficacia della solidarietà rispetto ai bisogni dell'uomo dipende dalla sua molteplicità di forme e dalla sua analogicità, che impongono che sia gestita secondo il principio di sussidiarietà;
g) la solidarietà è intrinsecamente connessa con l'efficienza, dal momento che per definizione include la responsabilità verso se stessi e verso tutti. Lo è anche con la libertà e la giustizia sociale. Infatti, si espleta su basi di libertà ed è in funzione di questa. E' efficace se a ciascuno, persona o gruppo o società politica, è realmente dato il suo, secondo il bisogno, il merito e la condizione.
Tra le varie forme della solidarietà si possono distinguere:
1) la solidarietà personale, veramente fondamentale, che nessuna struttura e nessun meccanismo burocratico e impersonale possono sostituire; la solidarietà-virtù, che richiede che il bene comune sia perseguito in quanto misurato secondo l'ordo rationis (in questa maniera il singolo vede, appetisce e vuole il bene comune non chiuso in se stesso ma ordinato secondo l'amore a Dio e al prossimo), cosa possibile solo grazie agli habitus virtuosi, i quali consentono alle nostre potenze operative di essere disposte e modellate a volerlo e a realizzarlo stabilmente proprio con quella modalità.
2) la solidarietà familiare, la più necessaria tra tutte le altre, quali la società politica e la società religiosa, perché prima espressione della natura sociale dell'uomo, e perché è grazie ad essa, vivificata dall'amore, che ci si sente responsabili verso la vita, la si genera e la si coltiva. La famiglia è il primo luogo ove i bisogni fondamentali e primari dell'uomo trovano risposta;
3) la solidarietà economica, che si vive nei vari settori, producendo beni e servizi utili alle persone e alle società, con il minor dispendio di risorse, massimizzando il profitto, senza però venir meno alle proprie responsabilità etiche verso i lavoratori, l'ambiente e le generazioni future. Oggi assume un particolare risalto anche il tipo di solidarietà che si realizza nell'economia civile, ossia quel tipo di economia che non si regge sullo scambio degli equivalenti ma sulla fiducia in un futuro scambio, occupando una posizione intermedia tra scambio di mercato e altruismo puro, espresso in "trasferimenti" unidirezionali;
4) la solidarietà dei corpi intermedi, sindacati e partiti, chiamati oggi a reinterpretare la loro funzione di canali collettori della domanda che sale dal basso;
5) la solidarietà propria delle organizzazioni, associazioni, imprese no-profit, altri corpi intermedi, che implica la creazione di beni, di servizi, di relazioni senza scopo di lucro, su basi di una volontarietà libera ma organizzata, non imposta dall'alto, non incanalata entro strutture obbligatorie per legge e, inoltre, non interessata alla massimizzazione del profitto, al contrario di quanto avviene rispettivamente e prevalentemente (non esclusivamente) nello Stato e nel mercato. La solidarietà del no-profit è benevolente, altruistica, liberatrice, promotrice e, pertanto, non è di per sé assistenzialistica. Tutt'altro. Si suddivide in solidarietà totalmente gratuita, prevalentemente gratuita e, come si rilevava poco fa, retta dalla fiducia in un futuro scambio;
6) la solidarietà dello Stato e delle istituzioni pubbliche, che provvedono a realizzare il bene comune, i beni collettivi, come la pace, lo sviluppo globale, che sono poi sinonimi di bene comune; a lottare cioè contro la disoccupazione, ad attivare politiche di sviluppo, a fornire i beni pubblici essenziali anche a chi non li può pagare, come per es. la sanità o l'istruzione; a garantire pensioni dignitose agli anziani anche mancando il precedente versamento dei necessari contributi, a intervenire in caso di monopoli, ecc.;
7) la solidarietà internazionale ed universale che è ancora alla ricerca di strutture adeguate alle esigenze del bene comune dell'intera famiglia umana.
8) la solidarietà orizzontale fra le formazioni sociali di base, ascendente e discendente, che va verso il bene comune generale e da questo ritorna al punto di partenza, secondo una circolarità incessante che implica il mutuo potenziamento;
2.2. La sussidiarietà
Per l'ISC, la sussidiarietà è compresa nella solidarietà come una sua articolazione ed esplicitazione. Difatti, la giustificazione del principio di sussidiarietà risiede nelle radici dell'esigenza di solidarietà dell'uomo. Ossia, nell'indigenza e nella ricchezza di un essere caratterizzato dall'individualità e dalla personalità, e quindi destinato a vivere nell'autonomia, secondo libertà e responsabilità. Il principio di sussidiarietà si fonda su questi dati ontologici e morali precipui. La sussidiarietà, per conseguenza, non solo dice che la società deve essere solidale o deve dare aiuto alle persone e ai gruppi, ma dice anche che deve realizzare la sua solidarietà in modo che questi vengano rispettati nella loro sfera di azione e di competenza e, nello stesso tempo, siano incentivati a dare il massimo del loro apporto al bene comune, specialmente mediante autopromozione ed autorganizzazione.
In concreto, il principio di sussidiarietà correttamene inteso implica, secondo i pontefici:
- presunzione di competenza a favore degli individui e delle società minori e, nello stesso tempo, una loro priorità operativa nei confronti delle società superiori: ogni uomo e ogni società da lui fondata hanno autonomia e diritti propri che lo Stato deve riconoscere, tutelare, promuovere;
- limitazione di competenza della società superiore, che non deve prevaricare sulle società minori ma rispettare la loro natura e i loro compiti;
- impegno positivo da parte della società superiore nei confronti degli individui e delle società minori per aiutarli, supplire alle loro deficienze, integrarli in vista della loro liberazione e promozione globali, comprensive della crescita della loro autonomia, della loro emancipazione, del recupero della loro capacità di autorealizzazione nel caso l'avessero persa;
- responsabilizzazione primaria dei singoli e delle società più vicine alle persone nella risposta ai vari bisogni. Lo Stato è chiamato a sopperirvi, sì, mediante la propria competenza, ma questa non deve sostituire le altre, scavalcandole o assorbendole, bensì deve agire coordinandole, orientandole, vegliando su di esse, garantendole, coinvolgendole entro schemi di programmazione economica, di protezione sociale o di offerta di servizi a carattere universale, favorendone l'autonomia, evitando cooptazioni ancillari, meramente esecutive.
Il principio di sussidiarietà, secondo la visione dei pontefici, ha dunque nei confronti dei rapporti persona-società una funzione di regolazione che:
a) porta ad escludere ogni monismo sociale assolutizzante lo Stato, le regioni, il mercato, la famiglia, il sindacato, il partito, la società religiosa, ecc.;
b) valorizza il pluralismo sociale quale via connaturale e necessaria per l'espressione e il compimento delle persone, per la realizzazione efficace del bene comune: un pluralismo non anorganico, anarchico, spontaneistico, bensì convergente verso quell'unità ed efficienza di cui deve farsi garante un ordinamento giuridico della società politica, impostato in senso personalista e comunitario;
c) postula, per conseguenza, una società partecipativa, democratica, che supera un regime puramente rappresentativo, per un ineludibile diritto-dovere di compresenza, concausalità, corresponsabilità;
d) presuppone una solidarietà sussidiaria
- a livello orizzontale: ogni società riconosce, rispetta, aiuta e complementa le società che appartengono alla propria famiglia, ad es. al gruppo delle società minori o delle società maggiori;
- a livello ascendente: tutte le società inferiori offrono il loro apporto specifico per la realizzazione del bene comune nazionale o mondiale, beni delle società maggiori - oggi è abbastanza evidente che la società civile, che si esprime anche mediante il terzo settore, può offrire un aiuto specifico allo Stato sociale, consentendogli di effettuare un salto qualitativo, umanizzandosi ulteriormente, passando da un'universalità standardizzata di servizi e di beni ad un'universalità più in sintonia con le persone singole, storicamente situate -,
- a livello discendente: la società maggiore offre il suo aiuto a tutte le società che cadono sotto la sua sfera di competenza e di azione affinché realizzino il loro fine;
e) richiede una solidarietà decentrata a livello politico-amministrativo (federalismo solidale o sistema di forti autonomie), a livello di sistemi di protezione sociale (sistemi integrati), a livello di economia (economia sociale e civile).
Per quanto detto, per i pontefici la riforma odierna dei rapporti tra Stato, società e mercato, la ristrutturazione e delocalizzazione del potere centrale non possono avvenire indifferentemente, ma devono ispirarsi al principio di sussidiarietà. Questo esige che ci si ponga dal punto di vista della società civile e più precisamente delle persone concrete e delle società più vicine ad esse, rimodellando le società maggiori in modo che siano ultimamente ministeriali a queste, alla loro crescita in umanità, in autonomia, in libertà e responsabilità, il che pone le premesse o le precondizioni più sicure per la promozione del bene comune nazionale ed universale.
Più concretamente, in una prospettiva che pone all'origine e al centro della solidarietà e della sussidiarietà le persone e le formazioni sociali di base, le funzioni pubbliche vanno ridisegnate e attribuite a Comuni, Provincie, Regioni e Stato, mettendo al primo posto l'autonoma iniziativa dei cittadini e dei gruppi sociali. Comuni, Provincie, Regioni, Stato dovrebbero venire sagomati in modo da riconoscere, integrare, potenziare i gradi precedenti di solidarietà e di libertà, di autorganizzazione e di autopromozione, di modo che il bene comune, di cui è responsabile ultima la società politica a vari livelli, venga sempre più commisurato alle persone e ai gruppi concretamente esistenti.
In tal senso, le proposte di innovazione che dovessero muoversi dall'alto per arrivare ai cittadini non sarebbero apertamente schierate per una prospettiva di sussidiarietà di tipo personalista. In tal caso, infatti, non sarebbe evidente che il soggetto dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni va ricercato fontalmente nei cittadini e nelle formazioni sociali prestatuali. Questo fatto potrebbe, in un futuro ingenerare equivoci e ritardi sulla via di un sistema di forti autonomie, che non devono però rinunciare ad essere armonizzate da un livello superiore di coordinamento centrale e di perequazione anche fiscale.
Il riproporzionamento delle suddette entità non va deciso o realizzato partendo principalmente dal vertice, ma semmai dalla coscienza sociale della società civile che rivisita storicamente il primato delle persone e delle formazioni sociali sullo Stato.
Tale coscienza è il punto di Archimede su cui poggia la circolarità virtuosa delle varie sussidiarietà (orizzontale, ascendente, discendente), che si potenziano mutuamente grazie ad una solidarietà derivata primariamente dalle persone e dalle varie formazioni sociali.
3. Aree della nuova solidarietà e della nuova sussidiarietà
Tutte le sfere della socialità sono oggi sottoposte a forti trasformazioni. I problemi suscitati richiedono soluzioni alla luce di solidarietà e sussidiarietà rinnovate. Tra di essi si possono annoverare: l'alta disoccupazione, la riforma della protezione sociale, la tenuta della famiglia.
Al riguardo l'ISC non fornisce ricette. Tuttavia, il suo orientamento teorico-pratico sulla connessione solidarietà-sussidiarietà, offre stimoli e suggestioni importanti.
3.1. La disoccupazione
Il fenomeno della disoccupazione di massa investe i Paesi europei in modo preoccupante. La perdita del lavoro comporta sempre diminuzione di identità personale, menomazione dei diritti di cittadinanza, gravi costi, conflittualità sociali e, più in generale, pericolo per le stesse democrazie.
In Italia l'autorità pubblica sembra attestata, nonostante i nuovi provvedimenti per favorire l'occupazione, su politiche non decisive, prive di forte impatto sulla piaga della disoccupazione. D'altra parte, senza l'abbattimento della disoccupazione di massa non si può sperare in una seria riforma dello Stato sociale e nel suo consolidamento.
Non pochi studiosi e persone benpensanti ritengono che il deficit di crescita e la disoccupazione di massa derivino, in ultima analisi, dalla mancanza di un'Europa politica. L'ideale irrinunciabile di una piena e buona occupazione non può essere realizzato senza politiche economiche e sociali sovranazionali.
Per sconfiggere la piaga della disoccupazione, l'ISC più aggiornato vuole coinvolti tutti i soggetti sociali all'interno di una rete di relazioni di solidarietà e sussidiarietà che vanno modellate secondo la forma di un'economia di mercato impegnata in senso sociale, ecologico, globale.
Più in particolare, l'ISC orienta:
a) a realizzare quanto prima l'integrazione degli Stati europei a livello politico, perché solo così potranno esprimere adeguate politiche industriali, di piena occupazione, sociali e culturali;
b) a liberalizzare sì i mercati, ma anche a regolamentarli a livello mondiale;
c) a superare i criteri di Maastricht mediante incentivi degli investimenti e rivitalizzazione del mercato del lavoro, animandone la domanda di beni e di servizi, subordinandolo a un'economia compatibile con i criteri ecologici e quindi capace di valorizzare non solo il settore agricolo ma anche quello turistico-culturale;
d) a un'economia fiorente, efficiente, capace di reggere la concorrenza all'interno di un mercato globale. E, quindi, a politiche che incoraggino le innovazioni tecnologiche, che controllino la crescita dei salari e degli stipendi, onde evitare un'eccessiva lievitazione del costo del lavoro; che incentivino lo sviluppo di lavori competitivi e di nuove aree di occupazione; che stimolino l'autonomia e l'iniziativa imprenditoriale, specie delle piccole e medie imprese dell'artigianato, del ceto medio; che alleggeriscano i gravami fiscali con la riforma del sistema di tassazione, rendendolo più equo ed anche efficace stimolo alla creazione di maggiore occupazione;
e) a politiche per rendere la scuola più rispondente alle esigenze dell'attuale mondo del lavoro e della società, a una nuova formazione professionale atta ad offrire opportunità di inserimento nel mercato del lavoro;
f) all'istituzione di nuovi meccanismi di sicurezza sociale per minimizzare gli effetti negativi dell'aggiustamento strutturale, della stabilizzazione o dei programmi di riforma sulla forza lavoro, in particolare per gli individui svantaggiati e per i disoccupati, creando le condizioni per il reinserimento attraverso, tra l'altro, un'adeguata riqualificazione;
g) alla rimozione degli ostacoli burocratici e legislativi, che scoraggiano l'iniziativa imprenditoriale autonoma nonché gli investimenti;
h) a rendere più flessibili l'impiego dei fattori produttivi, l'orario del lavoro, i salari (a certe precise condizioni); a costruire o ad ammodernare le infrastrutture;
i) a dare maggior valore al lavoro non remunerato e che si sta sviluppando nell’area del Terzo settore.
3.2. Lavoro e sistemi di protezione sociale
Il mondo del lavoro si impone all'attenzione non solo per i problemi al suo interno, ma anche per l'effetto di crisi e di rimodellamento che esso crea sui sistemi di protezione sociale e sulle relative politiche. L'attuale crisi dei sistemi di protezione sociale dipende per più di un motivo dalle trasformazioni del lavoro, dalla disoccupazione di massa, dalla scarsa produzione della ricchezza nazionale, dagli squilibri tra anziani inattivi e adulti attivi, dal venir meno delle classi e delle categorie omogenee di lavoratori, dal conflitto fra chi versa contributi e chi usufruisce dei servizi sociali e, ultimamente, dal fatto che si va scindendo il circolo virtuoso tra sviluppo economico, politiche del lavoro e politiche sociali.
La lettura complessiva dell'ISC, compreso quanto è già stato esposto sulla connessione tra solidarietà e sussidiarietà, sembra orientare a ricercare la soluzione della crisi dei sistemi di protezione sociale lungo la via:
a) della profonda riforma dei sistemi di protezione sociale esistenti (previdenza ed assistenza) modellando le reti di solidarietà in modo da rendere quest'ultima più vicina agli individui concreti, più mirata, più sofisticata, più efficiente, più basata per quanto possibile su una migliore proporzione tra contributi versati e servizi percepiti, più aperta a forme aggiuntive ed integrative autonome;
b) della ricerca e creazione di nuove reti di protezione sociale, che non solo indennizzano ma cercano di inserire o reinserire nel mondo del lavoro;
c) di un sistema aggiornato di istruzione e di educazione, di coraggiose politiche industriali e del lavoro, perché la qualità e la stabilità finanziaria della sicurezza sociale e l'efficienza dell'economia politica si condizionano a vicenda.
In altri termini, le prospettive additate dall'ISC sollecitano:
1) a vincere la facile tentazione di salariare l'esclusione (a questo proposito, si dovrebbe anche vigilare perché la giusta e civile soluzione del reddito minimo di sussistenza non diventi pretesto o occasione di disimpegno nel rimuovere costantemente ciò che impedisce il circolo virtuoso tra sviluppo economico - qualitativo, sostenibile e compatibile - e politiche sociali): lo Stato sociale che salaria sistematicamente l'esclusione rende la società più ingiusta e tutti più poveri;
2) a esplorare continuamente la via stretta rappresentata da soluzioni intermedie tra mero indennizzo ai disoccupati e garanzia dell'occupazione;
3) a ripensare gli stessi diritti sociali, ponendo tra essi quello che si potrebbe chiamare diritto all'inserimento, a vivere nella società da persona libera e responsabile, sociale e solidale, e non da essere assistenzializzato;
4) a interpretare, quindi, le politiche sociali e l'indennizzo non in termini assistenzialistici, bensì come elementi atti anche a favorire lo sviluppo economico sostenibile e compatibile.
Per quanto sin qui detto, può apparire senz'altro in linea con l'ISC l'attivazione di quelle nuove reti di solidarietà che, mediante appositi uffici ed agenzie, affrontano il problema della disoccupazione con riferimento alle persone concrete, approntando un itinerario di qualificazione e di riqualificazione in sinergia con istituzioni di formazione professionale, attingendo a fondi europei e nazionali, in vista dell'inserimento nel mercato del lavoro (strategie di workfare).
Per inciso, va detto che, con riferimento ai problemi suaccennati e anche rispetto alle nuove reti di assistenza attiva, i sindacati, le ACLI, la Coldiretti e quant'altri debbono sentirsi provocati a concorrere nell'organizzazione della nuova solidarietà, rispettosa della sussidiarietà, istituendo non solo reti per entrare nel mondo del lavoro ma anche per restarci in modo produttivo e concorrenziale. Soprattutto nelle aree a minor tasso di disoccupazione e però con una notevole mortalità di piccole e medie imprese, specie agricole, sembrano necessarie reti ed agenzie che consentano di accedere a quel sapere (di cui ha molto opportunamente scritto la CA al n. 32) e a quelle risorse indispensabili per effettuare i cambiamenti e gli ammodernamenti richiesti, per rimanere produttivi e competitivi, per superare il lavoro nero, la precarietà, per realizzare uno sviluppo qualitativo, sostenibile e compatibile.
3.3. La famiglia
Per il credente la famiglia è anzitutto "chiesa domestica". Per la società civile è cellula base del suo tessuto relazionale, etico e culturale. La famiglia fondata sul matrimonio - afferma Giovanni Paolo II esprimendo la stessa verità con termini più nuovi - è la prima e fondamentale struttura a favore dell'"ecologia umana" (CA n. 39). Essa è luogo privilegiato e primario di sviluppo personale e sociale. Chi promuove la famiglia, promuove l'uomo; chi l'attacca, attacca l'uomo.
Se molti studi rilevano come la famiglia - nonostante il disinteresse dello Stato e la complicità di culture ad essa ostili -, continui a sussistere, non si può, però, ragionevolmente sperare che essa possa rafforzarsi e fiorire senza l'ausilio di un adeguato e tempestivo impegno a suo favore. Infatti, rimangono forti le tendenze alla decostruzione anche a livello internazionale. Crescono le forme frammentate di essa. Le analisi si moltiplicano, ma i rimedi appaiono carenti. In ciò non si è sicuramente favoriti da quelle opinioni secondo cui separazioni e divorzi sono da ritenersi senz'altro "conquiste civili", che mettono al passo coi Paesi più "progrediti", e non invece soluzioni di ripiego, rimedi estremi a situazioni difficili e patologiche.
Per gli studiosi più seri, sembra si possa risalire la china se alla famiglia vengono incontro sia il sostegno della comunità ecclesiale, che può facilitarne il recupero della consistenza etica e relazionale, sia politiche sociali e nuove iniziative legislative che la rafforzino come istituzione fondamentale della società, quale soggetto primario e protagonista della crescita della persona e della realizzazione del bene comune.
A fronte dei problemi accennati, del calo demografico dei Paesi occidentali, del passaggio dal Welfare State alla Welfare Society richiedente la riforma dei rapporti tra Stato e famiglia caratterizzati da assistenzialismo, marginalizzazione e deresponsabilizzazione, secondo l'ISC più aggiornato (cf ad es. la Dichiarzione di Rio) ci si deve muovere verso:
- politiche a favore della natalità perché è in gioco il futuro etnico, economico, fiscale, previdenziale, culturale e religioso dei Paesi: la società che crede in se stessa non può continuare a penalizzare la famiglia che vuole figli e a favorire chi non li vuole (interventi concreti richiesti: sgravi fiscali per le famiglie con bambini, assegni familiari dignitosi, servizi di supporto, ecc.);
- politiche che organizzano e adattano flessibilmente il processo lavorativo in modo che vengano rispettate le esigenze della persona e le sue forme di vita, innanzitutto della sua vita domestica, tenendo conto dell'età e del sesso di ciascuno. Occorre, infatti, venire incontro alle esigenze di chi deve assistere bambini, anziani, ammalati, handicappati (per es.: ampliando la possibilità di ottenere periodi di aspettativa, fornendo assegni alle madri e ai padri che per un certo periodo devono lasciare il lavoro, facilitando il loro reinserimento con politiche di sostegno, diffondendo il part-time parentale, offrendo incentivi alle aziende che introducono modalità più elastiche di organizzazione del tempo e dei ritmi di lavoro);
- valorizzazione delle forme di auto-organizzazione delle famiglie, promuovendo reti di mutuo aiuto per piccole necessità (es. la spesa, quando c'è una persona che non può essere abbandonata), sviluppando forme cooperativistiche che, con modesti sostegni pubblici, potrebbero attivarsi per risolvere su base locale problemi come quello della custodia dei bambini piccoli quando le madri sono al lavoro (a proposito di azione cooperativisitica delle famiglie non va trascurato che questa è da incoraggiare anche nei confronti di attività di recupero dell'ambiente: si pensi alle nuove forme di organizzazione dell'agricoltura);
- politiche urbanistiche ed abitative congrue. Molti problemi vissuti oggi dalle famiglie sul versante educativo, come quello della custodia dei figli, dipendono spesso dall'invivibilità degli ambienti, dalla carenza o dall'inaffidabilità dei luoghi di socializzazione, da criteri edilizi che disincentivano le famiglie numerose con anziani a carico;
- politiche assistenziali che non la deresponsabilizzano; politiche a favore della famiglia considerata come un tutto composto da più persone interrelate;
- politiche di Welfare society che impostano i rapporti tra famiglie ed enti pubblici su un piano di autonomia e di reciprocità, per cui alle famiglie non viene riservata una funzione puramente esecutiva o di supporto alle iniziative delle amministrazioni e alle agenzie pubbliche (in questo caso si avrebbe una sussidiarietà rovesciata), ma al contrario si riconosce il loro specifico contributo e si mettono a loro disposizione le risorse necessarie;
- politiche che potenziano la possibilità di adozione e di affido, la formazione di gruppi-famiglie, l'equiparazione tra famiglie affidatarie e quelle naturali.
Conclusione
Per l'ISC i principi di solidarietà e di sussidiarietà aiutano ad organizzare la vita sociale in modo che questa possa consentire alle persone e alle formazioni sociali di crescere secondo la loro finalità.
Non si tratta di un'affermazione banale. In realtà se ne può comprendere il senso più profondo se si tiene presente che la vita sociale non è esterna all'uomo. Questi, come scrive la Gaudium et spes (=GS), "cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio con i fratelli" (GS n. 25).
I principi di solidarietà e di sussidiarietà hanno fondamento ontologico ed etico. In quanto tali non possono che essere omologati e tradotti a livello giuridico per la regolazione dell'innalzamento della società buona e giusta. Da questo punto di vista possono essere definiti principi della costruttività sociale, ossia principi relativi non solo a coscienze e ad attività individuali ma anche a coscienze e a prassi sociali. Proprio per questo essi sono reperibili nell'ISC come principi architettonici, peraltro già incarnati in progettualità germinali, il cui valore non è assolutamente equiparabile e riconducibile a quello delle norme. Essi stanno più in alto. Offrono un orientamento di azione più vasto. Più propriamente si dovrebbe dire che tali principi sono fonti inesauribili da cui fantasia, saggezza e generosità sociali traggono ispirazione, forza morale e culturale per la progettazione della socialità in senso personalista e comunitario, in questo o in quel contesto storico.
Note
14 Cf M. Toso, In cammino verso l'Europa: i nodi della disoccupazione, della riforma dello Stato sociale, del federalismo solidale e di un nuovo patto sociale in "La Società" 7/2 (1997), specie pp. 382-385.
15 Cf J. Delors, Per un nuovo modello di sviluppo in J. Delors-G. Ruffolo, Sinistra di fine secolo, Reset, Milano 1997, p. 7; F. McHugh, Disoccupazione e reddito in Europa: esclusione o redistribuzione? in "La Società" 8/1 (1998), pp. 25-44.
16 Per questi ed altri aspetti ci permettiamo di rinviare a M. Toso, Dottrina sociale oggi, SEI, Torino 1996, pp. 123-146.
17 Per i problemi nuovi del lavoro e dell'economia affrontati alla luce dell'ISC si possono utilmente consultare: il numero unico Problemas nuevos del trabajo della rivista spagnola "Corintios XIII" 83 (Julio-septiembre 1997) e, inoltre, AA.VV., Economia, democrazia, istituzioni in una società in trasformazione. Per una rilettura della Dottrina Sociale della Chiesa, a cura di S. Zamagni, Il Mulino , Bologna 1997.
18 Ministero del lavoro e della Previdenza sociale, Il patto per il lavoro diventa legge, a cura della Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1997.
19 Sulla necessità del lavoro in vista della propria umanizzazione e sull'urgenza ancora attuale, nonostante le grandi trasformazioni, dell'accesso per tutti al lavoro si legga JEAN-YVES CALVEZ, Nécessité du travail. Disparition d'une valeur ou redéfinition?, Les Éditions de l'Atelier/Éditions Ouvrières, Paris 1997.
20 Si veda ad es. Giovanni Paolo II, Discorso rivolto ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (25 aprile 1997), in l'"Osservatore Romano", mercoledì 30 aprile 1997, p. 5; Chiesa Evangelica in Germania-Conferenza episcopale tedesca, Per un futuro di solidarietà e giustizia, in "Regno-documenti" n. 292 (1 maggio 1997), pp. 288-320.
21 Sulle trasformazioni del mondo del lavoro si vedano almeno: A. Gorz, Critique of Economic Reason, Verso, New York 1988; tr. it.: Metamorfosi del lavoro: critica della ragione economica, Bollati Boringhieri, Torino 1992; J. Rifkin, The End of Work. The Decline of the Global Labor Force and the Dawn of the Post-Market Era, G. P. Ptnam's Sons, New York 1995, tr. it.: La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l'avvento dell'era post-mercato, Baldini & Castoldi, Milano 1997; A. Accornero, Era il secolo del lavoro, Il Mulino, Bologna 1997; P. Ichino, Il lavoro e il mercato, Mondadori, Milano 1996.
22 Studi che si interessano di queste problematiche sono: M. Rocard, Les moyens d'en sortir, Éditions du Seuil, Paris 1996, tr. it.: La via di uscita. Una proposta per combattere la disoccupazione, Edizioni Lavoro, Roma 1997; P. Rosanvallon, La nouvelle question sociale. Repenser l'État-providence, Éditions du Seuil, Paris 1995, tr. it.: La nuova questione sociale: Ripensare lo Stato assistenziale, Edizioni Lavoro, Roma 1997; P. Savona, La disoccupazione e il terzo capitalismo, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1997; AA.VV., Globalizzazione dei mercati e orizzonti del capitalismo, a cura di Mario Arcelli, Laterza, Roma-Bari 1997; Istituto Lombardo per gli Studi filosofici e giuridici, Il lavoro liberato: Un contributo al dibattito su occupazione e mercato, a cura di Mario Giacomini, Guerini Studio, Milano 1997; L. Pennacchi, Lo Sato sociale del futuro, Donzelli, Roma 1997.
23 Sul tema della famiglia nella dottrina sociale della Chiesa si veda: M. Toso, Famiglia, lavoro e società nell'insegnamento sociale della Chiesa, LAS, Roma 1994.
24 Giovanni Paolo II, Discorso all'udienza generale di mercoledì 8 ottobre 1997, in Pontificio Consiglio per la famiglia, La famiglia: dono e impegno, speranza dell'umanità, Tipografia Vaticana, Città del Vaticano 1997, p. 105.
25 Non possiamo che convenire con quanto si legge nella dichiarazione finale del Congresso teologico-pastorale sulla famiglia, svoltosi a Rio de Janeiro dal 1° al 3 ottobre 1997: "La famiglia subisce attacchi in molte nazioni, cosa che sfocia in una guerra contro la famiglia a livello nazionale e internazionale. In questo decennio, nelle Conferenze delle Nazioni Unite, abbiamo assistito a tentativi di "decostruzione" della famiglia tanto che ora il significato autentico del "matrimonio", della "famiglia" e della "maternità" viene apertamente contestato. E' stata creata una falsa opposizione tra i diritti della famiglia come unità totale e quelli dei suoi membri individuali, in particolare opponendo i diritti dei bambini a quelli dei genitori" (Pontificio Consiglio per la famiglia, La famiglia: dono e impegno, speranza dell'umanità, p. 112).
26 Su questi argomenti si possono consultare i numeri unici della rivista "La Società", e precisamente il n. 2 del 1994 e il n. 1 del 1997. Il primo ha per titolo Famiglia e lavoro nella società italiana (a cura della Conferenza Episcopale Italiana – Osservatorio nazionale per i problemi sociali); il secondo, Famiglia ed economia nel futuro della società (a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia).