Filosofia
Spinoza
Per comprendere la filosofia di Spinoza è necessario fare riferimento alla rottura della cultura europea operata dalla rivoluzione scientifica. Egli rifiutò la filosofia scolastica e divenne divulgatore del pensiero cartesiano. Il distacco dalla cultura scolastica è evidente anche nel lessico, mentre la fisica aristotelica era modellata sulla biologia, Spinoza e Cartesio sostituiscono ovunque il modello meccanico. Si può spiegare ogni fenomeno attraverso gli urti della materia regolati da precise leggi ð dal mondo del pressappoco all'universo della precisione. Alle pretese della scienza moderna Spinoza fornisce delle salde basi metafisiche, superando anche le apprezzabili teorie di Cartesio. Quest'ultimo aveva mirato ad assicurare all'uomo una conoscenza certa: quello che l'uomo conosce del mondo dice come il mondo realmente è, ossia come Dio l'ha fatto. Tuttavia questa teoria non avvicinava l'uomo alla mente e alla natura divina, anzi tra Dio e l'uomo si apre un abisso infinito, lasciando totalmente incomprensibile il primo e dominabile il secondo. Dio può creare logiche e mondi differenti e la sua scelta è totalmente arbitraria e insondabile. Il Dio di Spinoza invece non è libero: il mondo attuale è l'unico mondo possibile. Ne consegue che quando la conoscenza umana non è fallace, non solo è vera, ma è anche assoluta. Di conseguenza la conoscenza umana, quando è vera, si identifica con la conoscenza divina.
Il metodo della conoscenza ovvero il metodo geometrico matematico
Per Spinoza la conoscenza ha uno scopo morale: è necessario raggiungere la verità per perfezionare la propria natura. Egli specifica quattro generi di conoscenza: quella per sentito dire, che ci porta a seguire le opinioni altrui, l'esperienza vaga, nella quale ci fondiamo sulla nostra esperienza acquisita casualmente, la ragione dimostrativa, per la quale risaliamo dagli effetti alla causa e l'intuizione, con la quale conosciamo gli effetti attraverso le cause e l'ente incausato direttamente nella sua essenza. Solo la quarta forma di conoscenza ci permette di comprendere l'essenza delle cose e ci conduce nell'ambito del vero. Per riconoscere un'idea del quarto genere di conoscenza, dice Spinoza, è necessario organizzare le idee secondo la norma dell'idea vera già data, ossia è l'analisi del contenuto dell'idea vera che mi dice come procedere affinché la mia conoscenza non sia fallace. L'idea fondante del sistema delle conoscenze dovrà quindi essere l'idea da cui tutte le altre dipendono, ossia l'idea di un essere che sia causa di tutte le cose; seguono poi le idee delle leggi di natura, che valgono per tutti gli enti. Cartesio e Spinoza danno una definizione alla sostanziale differenza tra metodo analitico e metodo sintetico: il metodo analitico affronta una dimostrazione particolare, senza esibire gli assiomi o le verità innate da cui dipende e rispetta quindi le esigenze dell'indagine, nel corso della quale acquisisco la certezza di proposizioni particolari prima di conoscere quelle universali da cui esse dipendono; il metodo sintetico, al contrario, premette assiomi e definizioni, e secondo il modello euclideo, fa discendere le dimostrazioni, ossia i teoremi. Il metodo sintetico è, dunque, quello usato da matematici e geometri. Quando Spinoza si accinse alla stesura dell'Etica, decise di comporla interamente secondo il metodo dei geometri. Essa infatti si apre con una serie di definizioni e di assiomi al partire dai quali si dimostrano le proposizioni e i chiarimenti successivi. E' proprio il carattere di dubitabilità del vero proprio del metodo analitico che induce Spinoza a scegliere il metodo sintetico, egli crede infatti che si possa ottenere una verità certa e assoluta.
La dottrina dell'unicità della sostanza
L'Etica è un libro sulla morale, tuttavia due dei cinque libri di cui è composta non riguardano la morale, ma la metafisica e la teoria della conoscenza. Spinoza crede fermamente nella rivoluzione cartesiana, e di questa si presenta come il perfezionatore. Tuttavia ci sono alcuni elementi della filosofia cartesiani che verranno completamente stravolti e modificati. Il primo caso di continuità - rottura con Cartesio è rappresentato dalla teoria della sostanza unica. Per Cartesio quello che veramente appartiene all'oggetto è ciò che è indipendente dal rapporto con i sensi, cioè che l'intelletto riconosce quale condizione della pensabilità di una entità: nel caso della materia, il suo essere estesa e avere dimensioni. Per Cartesio la sostanza è ciò che non ha bisogno di altro per sussistere e per essere concepita. Il risultato della riduzione dei corpi alle sole caratteristiche geometrico - matematiche sarà che, mentre i corpi hanno bisogno di materia per sussistere, la materia non ha bisogno dei singoli corpi ed essi ne sono una modificazione. Dunque la materia è sostanza perché non ha bisogno d'altro per sussistere. Naturalmente non ha bisogno d'altro eccetto di colui che l'ha creata e la conserva, cioè Dio. Quindi il nome di sostanza non è univoco per Dio e per le creature, poiché solo Dio si può dire in senso rigoroso che non ha bisogno di altro per essere e per essere concepito. Cartesio ammette un'unica sostanza materiale, ma conserva la pluralità delle sostanze pensanti: vi è un'anima, ossia una sostanza pensante, per ogni individuo. Spinoza invece considera il pensiero in esatto parallelo con la materia. Come ogni corpo è modificazione di un'unica estensione, così ogni mente è modificazione di un unico pensiero, ossia le menti non sono sostanze. I corpi costituiscono i modi dell'estensione così come le menti costituiscono i modi del pensiero. Ma nemmeno il pensiero e l'estensione sono sostanze, in verità essi sono attributi dell'unica sostanza, ossia Dio. Quindi, poiché sia il pensiero che l'estensione sono attributi di una sostanza infinita, sono a loro volta infiniti. In questo modo Spinoza ha già escluso che possa esservi qualcosa all'infuori di Dio, ossia che il mondo, creato da Dio, costituisca una sostanza da Lui indipendente. Secondo Spinoza Dio è causa immanente e non transitiva del mondo, ossia Dio agisce in sé e non fuori da sé: Dio non crea il modo come una sostanza separata e distinta dalla natura divina, ma il mondo discende dalla natura di Dio.
La derivazione degli esseri finiti dagli attributi di Dio
L'attributo pensiero e l'attributo estensione diversamente modificati danno origine ai singoli corpi e alle singole menti, ossia ai loro rispettivi modi finiti. Il processo di formazione del mondo avviene dunque secondo le seguenti scansioni: dall'estensione infinita seguono le leggi che regolano il movimento, abbiamo il modo immediato infinito. Queste leggi diversificano la materia dando luogo all'insieme dei singoli corpi, ossia il modo mediato infinito. Ogni singolo corpo costituisce invece un modo finito. Come si vede i singoli corpi e i loro stati si spiegano attraverso l'estensione e il movimento. Spinoza sostiene che se si vuol dare conto dell'insieme dell'universo, è sufficiente far riferimento alla materia - infinita - e alle leggi di natura - anch'esse infinite: quindi per spiegare la totalità dell'universo non devo uscire dall'infinità. Si sono così ottenute due causalità: quella divina, che rimane nell'infinità, e che è causa della totalità dell'universo, e quella tra i singoli corpi che deve essere spiegata tramite urti e collisioni con altri corpi. In questo modo nulla di finito si è insinuato in Dio e la spiegazione del finito ha ottenuto una sua autonomia dall'infinito. L'estensione e le leggi di natura causano i singoli corpi ma non sono i singoli corpi. Il Dio e il mondo stanno quindi in rapporto come la res naturans con la res naturata. Pensiero ed estensione, essendo attributi di una stessa sostanza devono seguire uno stesso ordine e una stessa logica: è quindi illogico che i modi del pensiero non abbiano nessuna connessione con la materia. Naturalmente non sarà una connessione di natura, ma piuttosto avrà a che fare con l'ordine con cui i modi del pensiero si collegano tra loro. A ogni evento materiale ne corrisponde uno mentale, conseguente a un evento mentale che è a sua volta traduzione mentale di un evento materiale da cui il primo evento materiale discende. Si ha così un forte parallelismo tra pensiero ed estensione. Occhio però, non si ha causalità tra mente e corpo, ossia nessuno dei due influenza l'altro: la parvenza di causalità tra menti e corpi è dovuta al fatto che gli eventi mentali e quelli materiali sono concatenati secondo uno stesso ordine.
Il determinismo di Spinoza
Se tra i corpi e le menti esiste una forte corrispondenza, anche il rapporto tra causa ed effetto è interamente riducibile al rapporto tra premessa e conseguenza, Spinoza risolve la necessità causale nella necessità logica. Per questo Dio, da cui derivano sia pensiero che estensione, è la condizione senza la quale niente può essere inteso, esso è la causa di tutte le cose. Allora ciò che caratterizza la sostanza unica è la sua capacità produttiva: non l'intelletto e la volontà, ma solo la potenza appartiene all'essenza di Dio. Se Dio è la premessa da cui derivano tutte le cose, queste seguiranno dalla potenza divina in modo necessario. Da Dio seguono quindi tutti i modi possibili, di conseguenza il nostro mondo è l'unico mondo possibile. Si ha quindi l'affermazione di un forte determinismo: non soltanto ogni evento si verifica necessariamente, ma il suo non verificarsi sarebbe contraddittorio. Dio si può definire quindi libero, poiché non è condizionato dall'agire o dall'operare di altri, gli enti finiti sono invece sempre determinati da altro: in questo senso il loro operare non è libero e questo è vero anche per la volontà umana: Spinoza nega il libero arbitrio.
Il tempo e l'eternità
Secondo Spinoza spiegare come mai un determinato evento si verifica in un certo momento vuol dire solo collo0carlo causalmente tra tutti gli eventi che lo precedono e quelli che lo seguono. La dimensione del tempo può essere tradotta in una collocazione spaziale e in una serie di connessioni logico causali. In questa concezione nessun evento nasce o perisce, ma tutti sono sufficientemente e atemporalmente spiegati nella loro connessione di prima e dopo tradotti come antecedenti e conseguenti temporali. Chi vive nel tempo è invece l'uomo, quando non raggiunge una spiegazione adeguata degli eventi, e li vede nascere e perire, ignorando le cause che li hanno prodotti. Se ignoro le cause che hanno messo in moto una palla, per spiegare il suo movimento dovrò servirmi della dimensione temporale. Mentre per l'uomo le cose durano nel tempo, per Dio, che conosce l'insieme infinito delle cause, le cose sono eterne.
Il Dio di Spinoza e il Dio ebraico cristiano
Il Dio di Spinoza non è, almeno in un certo senso, libero, non sceglie un certo insieme di eventi invece che un altro, non crea, è solo potenza, di conseguenza non ha senso invocarlo, onorarlo, glorificarlo, ecc. Si potrebbe quindi dire che il Dio di Spinoza non ha più niente a che vedere con il Dio delle sacre scritture, tuttavia il bravo filosofo prevedeva questa accusa e riuscì ad opporsi ai suoi critici con due ordini di considerazioni: prima mostra come il Dio ebraico cristiano sia frutto di più dottrine contraddittorie, poi si impegna a ricostruire la genesi degli errori che hanno portato alla costruzione di una immagine di un Dio persona, libero e provvedente. In questo senso il sistema di Spinoza offre la più radicale negazione dell'esistenza in natura di cause finali. Già Cartesio aveva negato che Dio potesse avere dei fini, Spinoza si spinge oltre: la spiegazione finalistica non è solo inutile, ma è anche radicalmente errata, dal momento che manca in Dio la condizione dell'agire finalistico: la libertà. Dio non si propone fini, ma agisce per la necessità della propria natura infinita. Spinoza propone la sua metafisica con la profonda consapevolezza del suo carattere epocale: il Dio di Spinoza è il Dio della rivoluzione scientifica. Essa ha sostituito la causa efficiente alla causa finale, ha parlato della natura usando gli aggettivi che il pensiero teologico ha da sempre attribuito a Dio: la materia è divenuta infinita, le leggi di natura valgono sempre e ovunque, tanto da rendere difficile credere in un Dio che le possa modificare tramite un miracolo e che, dunque, le domina. Sia il pensiero di Spinoza che l'intero pensiero rinascimentale rappresentano due forme estreme di rifiuto nei confronti della trascendenza: ma, mentre il rinascimento rendeva immanenti alla natura gli eventi straordinari che la teologia cristiana attribuiva al miracolo divino, il pensiero di Spinoza rende immanente alla natura la capacità di produrre quelle leggi che ne spiegano l'assoluta regolarità ed escludono l'esistenza di eventi ad essa non riconducibili.
La teoria della conoscenza
La teoria della conoscenza di Spinoza fonda le sue basi nella corrispondenza tra i mondi dell'estensione e i mondi del pensiero: a ogni corpo corrisponde un'idea nell'attributo del pensiero. Questa idea diviene così l'anima di quel corpo. Da qui trae vita la teoria spinoziana che tutta la natura è animata, anche un sasso ha la sua anima. Per Spinoza l'unica conoscenza adeguata è quella in cui siano contenute tutte le cause, o ragioni, di un evento. Se io presto attenzioni alle proprietà matematico geometriche comuni al mio corpo e al corpo efficiente, sarò in grado di determinare le caratteristiche generali dei corpi. La conoscenza che così ottengo è universale: si tratta di una conoscenza delle proprietà geometrico matematiche comuni a tutti i corpi e di una conoscenza adeguata: quelle leggi e quelle proprietà costituiscono le universali ragioni, o cause, delle cose.
Tuttavia Spinoza crede che si possa ottenere anche un secondo tipo di conoscenza adeguata, analoga a quella di Dio, ove si conoscano non solo le proprietà universali, ma anche i singoli eventi: una conoscenza che Spinoza chiama intuitiva e che verte sul singolare. Ogni conoscenza adeguata mette direttamente a contatto con l'essenza di Dio, in quanto implicano una conoscenza dell'attributo estensione e delle leggi universali del movimento: ogni conoscenza adeguata implica l'idea di Dio. Spinoza ritiene che l'errore non consista in qualcosa di negativo, ma solo in una mancanza di conoscenza: l'immagine del sole di duecento piedi contiene solo informazioni vere, aumentando le mie conoscenze non vedrò infatti il sole più grande, ma saprò che la dimensione del sole che si dipinge nella mia retina è causata da un corpo luminoso dotato delle caratteristiche stabilite dall'astronomo.
Le passioni e la morale
La fisica meccanicistica domina anche l'analisi spinoziana della vita emotiva. Il pilastro dell'affettività umana è lo sforzo: ogni ente si sforza di mantenersi nello stato in cui si trova, ossia si sforza di conservare se stesso. A livello emotivo questo sforzo costituisce la cupidità. Lo sforzo può essere agevolato e ciò provoca nella mente un affetto di letizia, oppure può essere ostacolato e si crea un affetto di tristezza. Da questi te affetti primitivi hanno origine tutti gli altri affetti, e in primo luogo l'odio e l'amore. Il bene e il male sono, per Spinoza, conseguenze degli affetti: l'uomo chiama bene ciò che ama e male ciò che odia. Tutti gli affetti all'infuori dei tre principali sono detti passioni in quanto procedono da idee inadeguate, si prova passione nei casi in cui il corpo umano è determinato da eventi che non dipendono da lui e le cui cause sono ignote. Le passioni dividono gli uomini e su di esse è impossibile fondare una morale. Ma non tutti gli affetti sono passioni, noi infatti possediamo anche idee adeguate e perciò siamo attivi, ovvero la nostra potenza e autonomia sono incrementate. Tuttavia solo due dei tre affetti fondamentali possono accompagnare il possesso di idee adeguate: la cupidità e la letizia. L'uomo che desidera il vero bene si dirige verso una conoscenza adeguata, e poiché ogni conoscenza adeguata implica l'idea di dio, l'uomo che ha idee adeguate desidera in primo luogo conoscere Dio. Un'altra importante conseguenza della possibilità di fondare il bene anche su conoscenze adeguate è che esiste una nozione di bene comune a tutti gli uomini: la conoscenza unifica rende gli uomini simili nei desideri, là dove le passioni dividono. Il possesso di idee adeguate conduce all'esercizio della virtù, ossia al dominio degli affetti attivi sulle passioni. L'idea morale di Spinoza non è l'atarassia, la distruzione della vita emotiva, ma la predominanza degli affetti attivi sulle passioni.
La religione rivelata e l'interpretazione della scrittura
L'accezione prevalente con cui Spinoza usa la parola teologia è quella di religione rivelata. Egli si propone infatti di interpretare la Scrittura applicando le regole che il filologo utilizza nell'interpretazione di una qualunque altra opera dell'antichità. Mentre gli ortodossi e gli eterodossi pensano che il senso della Scrittura coincida con la verità più assoluta, l'originalità di Spinoza sta proprio nell'opporsi a tale presupposto: egli dimostra che in molti casi il testo è corrotto, apocrifo e irrimediabilmente oscuro. Spinoza sostiene che l'accertamento filologico sia l'unico strumento per stabilire il senso di un passo. Alla fine ne risulta che lo scopo della Scrittura non è quello di insegnare la verità ma di indurre all'obbedienza: il comando è obbedire alla volontà di Dio e amare il prossimo. Di conseguenza se la Rivelazione non concerne la verità, nessuno ha diritto di vincolare la libertà di pensiero in base a essa. Filosofia e rivelazione non hanno niente in comune, concernendo l'una la pietà e l'altra la verità: non potrà mai accadere che i risultati della ricerca filosofica siano dannosi per la religione.