TOBIA

 

 

 

Per molto tempo considerato di secondaria importanza, il libro di Tobia contiene invece insegnamenti di grande ricchezza.

La fedeltà di Dio, che risponde alla preghiera del giusto e l’esaudisce al di là delle sue speranze, ne costituisce il tema centrale, sviluppato in due storie parallele che solo in un secondo momento si ricongiungono.

Il vecchio Tobi, esiliato a Ninive, incarna il dramma, sempre rinnovato, del popolo eletto, deportato e privato della terra che Dio gli ha promesso.

La cecità di Tobi deve essere interpretata nello stesso modo di quella di Isacco: il vecchio ha perso la luce divina e si trova immerso nell’oscurità di una fede privata di ogni segno tangibile. Usando un linguaggio mistico, si potrebbe dire che Tobi conosce la prova della notte della fede. Eppure questo servitore è rimasto di una fedeltà esemplare, rifiutandosi di farsi pagano come i suoi fratelli, mettendo in pratica i comandamenti di Dio, in particolare quello della carità.

 

Ma giunge il momento in cui la prova lo fa affondare. Tobi grida al Signore, supplicandolo di togliergli la vita: "Che io sia tolto dalla terra e divenga terra" (Tb 3,6).

 

Il secondo racconto ci trasporta ad Ecbatana, in Media. Vi troviamo una ragazza di Israele, Sara, che supplica a sua volta il Signore di farla morire dopo che lei stessa ha rinunciato a suicidarsi. La sua situazione è intollerabile: è insultata dai suoi servi perché ha perduto l’uno dopo l’altro i suoi sette mariti nel giorno stesso delle nozze. Sara, esiliata, incarna le infedeltà di Israele che, contraendo alleanze illecite con non ebrei, si prepara l’infelicità facendo il gioco del demonio.

 

Ma il Signore ascolta la preghiera dei suoi figli; egli invia il suo angelo Raffaele per compiere una duplice missione: guarire Tobi dalla cecità e dare a Sara uno sposo della sua stessa tribù che resterà al suo fianco.

 

Strumento di questa duplice grazia sarà il giovane Tobia, figlio di Tobi. Dio ascolta la preghiera dell’infelice e interviene per accordare al suo popolo la luce della Rivelazione e la felicità di generare una discendenza. Il libro di Tobia è così un’opera piena di speranza per Israele. Dio non l’abbandona fra le mani degli schernitori, perché egli è un "Dio che guarisce", secondo il significato stesso del nome dell’angelo Raffaele.

 

Fino a qualche anno fa, del libro di Tobia non si possedevano che alcuni manoscritti greci, siriaci o latini. Gli studiosi ipotizzavano che la versione greca fosse una traduzione da un originale semitico, ma ciò non poteva essere provato fino a che questo originale era introvabile.

 

Le scoperte di Qumran hanno trasformato l’ipotesi in certezza, offrendo agli esegeti quattro manoscritti del libro di Tobia in aramaico e uno in ebraico. Questi testi potrebbero costituire il documento originale che, molto verosimilmente, fu scritto in aramaico. Da allora l’ipotesi di un’origine egiziana venne scartata, poiché gli Ebrei d’Egitto scrivevano in greco e non in aramaico.

 

Le date proposte dagli storici per la redazione del libro di Tobia oscillano tra il 300 e il 200 a. C., o prima dell’epopea maccabea.

 

Il libro fu poco commentato dai Padri. Il personaggio di Tobia, invece, fu spesso da loro utilizzato come un modello di coraggiosa obbedienza, che permette alla grazia divina di agire in favore della redenzione del mondo.