Il martire cristiano: una testimonianza senza confronti

Dinanzi al martire non esiste neutralità alcuna. La serietà della vita e la radicalità della fede impongono che quando si compie una scelta così coinvolgente come quella di seguire Cristo, allora il compromettersi per lui è un atto di libertà tale che non conosce confronto. E' per questo che possiamo realmente dire che quanti hanno scelto di seguire Cristo non possono pensare che il martirio non gli appartenga; qui troviamo il vero "Caso serio" della vita con cui confrontarsi e con cui decidersi. Uno dei tratti fondamentali che costituiscono il martire cristiano e lo propongono attuale fino ai nostri giorni come il testimone perfetto, è la grande libertà che egli esprime con la sua morte. Al martire non viene tolta la vita; il martire dona la sua vita. E1 intorno a questo tema che si gioca la grande differenza del martire cristiano con altre forme di martirio e si coglie la peculiarità della sua testimonianza. Il martire, infatti, pur essendo condannato a morte, paradossalmente, sceglie di morire. La sua attiva accettazione della morte, corrisponde a liberare se stesso da una vita che, fuori da quell'orizzonte, sarebbe priva di senso. Verità sulla propria vita e verità del vangelo confluiscono in una sintesi tale che al martire non è più possibile concepirsi al di fuori di questo orizzonte. Egli diventa, pertanto, testimone della verità del vangelo scoprendo, in questo modo, la verità ultima sulla sua stessa esistenza. Sull'esempio di Cristo che ha donato la sua vita per poi riprenderla di nuovo, il martire offre se stesso con la certezza che riavrà una vita di comunione con il Signore. Il martire cristiano è, in primo luogo, segno dell'amore. La sua forza si ritrova nella consapevolezza che poiché Cristo ha vinto la morte, anche chi si affida a lui, regnerà per sempre con lui. Si comprende perché la simbologia non abbia rappresentato il martire con l'alloro, segno della gloria, né con l'ulivo, segno della pace, ma con la palma segno perenne della vittoria che va oltre la sconfitta della morte; questo è il vero senso che permette di vedere la perennità della sua testimonianza.

Quanti muoiono per amore di Cristo e per la fede in lui a favore della Chiesa, noi li chiamiamo a pieno titolo "martiri" mentre chiamiamo "eroi" quanti danno la loro vita per un ideale o per la solidarietà umana che si spinge fino all'estremo dono di sé. Non togliamo nulla a costoro se riserviamo il termine di "martire" solo a chi è credente in Cristo. Non si intende sminuire la loro morte o renderla priva di valore e di senso. Quanto attestiamo, piuttosto, è la specificità della nostra identità e rivendichiamo il primato semantico che ha voluto esprimere nel martirio per la sequela a Cristo la testimonianza suprema della fede in lui.

Sorge inevitabile a questo punto la domanda sulle diverse forme di martirio presenti in altre religioni. Il peculiare momento storico che viviamo impone di verificare più da vicino la forma di martirio presente nell'Islam. E' interessante, in proposito, una notizia raccolta mesi fa secondo cui era in corso tra l'Arabia Saudita e l'Iraq una discussione sul concetto di "martire". Il chahid ha un grande valore sia per l'Islam sunnita che per quello sciita; chi da prova di aver rinunciato alla vita terrena per la gloria di Allah e si impegna nella Jihad e per essa muore, guadagna il paradiso ed è considerato "martire" dal Corano. Secondo il Consiglio di Comando della Rivoluzione Irachena, si afferma testualmente: "sarà considerato martire ogni iracheno, arabo o mussulmano, così come ogni combattente nel mondo, che sarà ucciso in una missione suicida contro gli Stati partecipanti alla barbara aggressione contro l'Iraq o che colpirà gli interessi di questi Stati".

Uno sguardo breve a queste condizioni, mostra in tutta la sua evidenza le differenze che si vengono a creare con i brevi tratti del martirio che abbiamo descritto. In primo luogo, la caratteristica principale che si nota è che dietro questa concezione di martirio si nasconde l'intenzione di morte per altre persone. Questa caratteristica crea discontinuità piena con la nostra concezione. Per il concetto cristiano, il martire va incontro alla morte, ma la vive in se stesso come condanna per la verità della sua fede; egli si pone nell'amore ablativo che coinvolge la sua persona e ad essa si ferma, suscitando desiderio di sequela non nella chiamata ala martirio, ma nella fede per la quale il martire offre se stesso. A differenza con lui, nella concezione islamica si viene a creare una situazione di violenza e di morte oltre che per sé per gli altri. Anzi la propria morte è fonte di

morte per altri, senza fare distinzione alcuna se tra le sue vittime vi siano degli innocenti. Ciò che muove il suo intento è una condizione di imposizione del suo progetto di vita; la libertà è talmente estranea a questo suo atto perché non permette che vi sia spazio per la decisione altrui. Una seconda differenza balza immediata. Il martire cristiano è mosso sempre dall'amore e dal perdono verso chi lo condanna, mentre per l'eroe islamico alla base vi è un atto di violenza nei confronti di quanti non condividono la sua credenza. Morire per la guerra santa, insomma, se da una parte manifesta la fedeltà a un ideale; dall'altra, evidenzia senza dubbio la mancanza di amore. La violenza non può essere mai fonte di amore, ma è sorgente di rivalità, odio e vendetta. In questa condizione chi si da alla morte pone in prima istanza se stesso come lo strumento decisivo per il raggiungimento dello scopo. Alla base del suo gesto, è facile trovare un profondo senso di ricerca di eroismo e, quindi, un velato senso di narcisismo, che lo porta a ergersi sopra gli altri con una tracotanza (hybris) che può solo ferire, ma non coinvolgere e trascinare. Riteniamo, pertanto, che non si addica in questo caso la definizione di martire; di fatto, ciò che viene offerto non è una testimonianza, ma un'esibizione che si pone soggettivamente a servizio di un'ideologia di violenza che non può essere paragonata né confusa con ogni altra espressione di dedizione, solidarietà e amore.

 

S.E. Rino Fisichella