Prof. Dr. Gerhard Ludwig Müller, Regensburg (29 aprile 2003)
La risurrezione di Gesù dai morti e la rivelazione della figliolanza del Verbo del Padre nella natura umana salvata di Gesù di Nazaret è un evento privo di qualsiasi analogia e casi paralleli. L'esperienza e la conoscenza naturale non conoscono eventi di questo genere. Di qui nasce il problema di come trasporre tale evento sul piano della conoscenza e del linguaggio umano senza cosificare né dissolvere spiritualisticamente la risurrezione di Gesù.
La formazione dei concetti da parte dell'uomo dipende sempre dalla sua esperienza del mondo mediata dai sensi. Ma l'esperienza dell'oggetto presuppone un orizzonte non oggettivo della ragione umana. Questa trascendentalità della ragione umana è il presupposto metafisico della formazione dei concetti in generale. Nel concetto di un ente sperimentabile come oggetto è perciò sempre anche implicitamente affermata l'esperienza trascendentale e non oggettiva dell'essere quale orizzonte della conoscenza e origine di ogni ente. La conoscibilità di Dio poggia sulla sua volontà di dire se stesso nel Verbo divino, che si rende sperimentabile attraverso un mezzo sensibilmente tangibile. L'esperienza pasquale consiste nel fatto che Dio si comunica nell'orizzonte trascendentale della conoscenza dei discepoli, mediante l'autotestimonianza di Gesù, che si da a vedere ai discepoli in modo tale che essi possono coglierlo come il vivente presso Dio. L'uso della formula teofanica vetero-testamentaria (cfr. Es 3,2) lascia chiaramente capire che le apparizioni pasquali sono eventi rivelatori.
Una cinepresa non avrebbe potuto fissare in immagini e suoni né 1'evento della risurrezione - che nel suo nucleo è l'attuazione nello Spirito Santo della relazione personale del Padre verso il Figlio incarnato - né le apparizioni pasquali di Gesù davanti ai discepoli. Le apparecchiature tecniche e gli animali non dispongono, come invece dispone la ragione umana, della possibilità di fare esperienze trascendentali e di essere quindi interpellati dalla parola di Dio mediante fenomeni e segni percepibili dai sensi. Solo la ragione umana può essere resa capace dallo Spirito di Dio, nella sua intima unità fatta di categorialità e trascendentalità, di percepire, nell'immagine conoscitiva sensibile dispiegata dall'evento della rivelazione, la realtà personale di Gesù quale causa di tale immagine conoscitiva sensibile-spirituale.
I testimoni delle apparizioni pasquali non si richiamano né ad estasi religiose, né a parti della loro fantasia creativa, a visioni soggettive o ad allucinazioni. Essi non sono vittime di un'immagine prescientifica e mitologica del mondo. Né per essi il discorso della risurrezione fu il modo per esprimere una convinzione generale, secondo la quale dalla morte nasce di continuo una nuova vita.
La testimonianza spontanea dei discepoli va presa sul serio. I dubbi relativi all'effettività della risurrezione (S. Reimarus, D. F. Strauss ecc.) e la sua riduzione ad una particolare condizione soggettiva dei discepoli, sono frutto di un pregiudizio ideologico. Nell'orizzonte di una concezione deistica di Dio e di una immagine meccanicistica del mondo, il discorso della risurrezione di Gesù dai morti doveva per forza di cose apparenti come l' affermazione di un evento naturale miracoloso, che contraddice le leggi della materia conosciute dalle scienze naturali.
Il rifiuto della risurrezione di Gesù da parte del mondo ellenistico (cfr. At 17,31) fu invece provocato dall'idea che Dio non è il creatore della materia. Un compimento dell'uomo, anche e propria nella sua corporeità creata da Dio, appare teologicamente e antropologicamente assurdo al di fuori della cornice dell'esperienza biblica di Dio.
Per i discepoli invece il contesto ermeneutico, in cui parlare della risurrezione di Gesù, e l'esperienza fatta da Israele con Dio, che è il creatore dello spirito e della materia e che si impegna storicamente per l'uomo. Egli è il Dio "che da a tutti vita, respiro e ogni cosa" (At 17,25). Quale creatore, da cui ogni vita proviene e in ordine al quale l'uomo è stato creato, "egli ha stabilito un giorno nel quale sta per giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, accreditandolo di fronte a tutti, col risuscitarlo da morte" (At 17,31). Questa esperienza di fondo della realtà trascendente di Dio e della sua azione potente nella storia costituisce l'orizzonte, che permette di comprendere l'identificazione effettiva di Dio con Gesù di Nazaret e la sua autorivelazione in lui come nel proprio Figlio (Ga 1,16).
L'evento della risurrezione di Gesu è quindi trascendente rispetto alle possibilità entitative e cognitive del mondo creato. Esso diventa accessibile all'uomo mediante l'autorivelazione del Gesù crocifisso, che si da a conoscere come il mediatore della basileia salvato e vivente presso il Padre. Le apparizioni pasquali, avendo originato la fede pasquale, sono il fatto storicamente dimostrabile da cui è nata la fede pasquale dei discepoli. La risurrezione di Gesù non e pero il ritorno di un defunto delle condizioni dell'esistenza e della vita terrena dell'uomo, né di conseguenza egli può essere visto e conosciuto in modo naturale. Una verifica a livello medico-empirico dell'evento non è possibile, né essa sarebbe un criterio adeguato all'evento affermato. La conoscenza della realtà dell'evento trascendente è originata dalle apparizioni pasquali. La fede dei discepoli e il segno storicamente verificabile, che rinvia all'evento pasquale, è il segno mediante cui l'evento pasquale si rende accessibile.
Come il Padre risuscita dai morti il mediatore messianico della sua gloria nella virtù dello Spirito e rivelò in tal modo il suo Verbo divino (cioè il Figlio suo intradivino) nell'umanità di Gesù (Rm 1,3; 8,11), così anche l'unita di Gesù con il Padre e il suo insediamento nella gloria di Dio diventano conoscibili nell'atto della fede umana solo mediante lo Spirito Santo: "Nessuno può dire: "Gesù Signore" se non in virtù dello Spirito Santo" (l Cor 12,3).
IL SEPOLCRO VUOTO NELLA TRADIZIONE PASQUALE
Nella tradizione originaria delle apparizioni pasquali il sepolcro vuoto non è espressamente menzionato. Tutt'al più lo si può considerare come implicitamente presupposto nelle formule prepaoline della confessione di fede (l Cor 15,3-5). Esse parlano del soggetto Cristo, che è morto, fu sepolto e fu risuscitato il terzo giorno. La metafora della "risurrezione" allude qui chiaramente al risorgere di un cadavere e ad una salvezza dal sepolcro. Il "sepolcro" è infatti il sigillo posto sulla morte di Gesù, e il cadavere è la prova che egli è morto. La risurrezione non si è quindi verificata al di là del mondo, ma in rapporto alla storia e all'essere di Gesù.
Nella sua predica pasquale l'apostolo Pietro stabilisce un rapporto tra l'azione risuscitatrice di Dio nei confronti di Cristo e l'esistenza corporeo-spirituale di Gesù, che include anche un'azione di Dio nei confronti del suo cadavere: riferendosi alla futura risurrezione di Cristo, il profeta dice: "Non sarà abbandonato alle sceol e la sua carne non vedrà la corruzione" (At 2,31; cfr. Sal 16,10).
Nei vangeli sinottici della Pasqua le apparizioni pasquali sono precedute, a differenza di quanto avviene in Giovanni, dalla scoperta del sepolcro vuoto. Essi collegano letterariamente la tradizione galilaica, con il suo primate dei racconti delle apparizioni, con i racconti gerosolimitani del sepolcro vuoto mediante 1'incarico affidato alle discepole di comunicare agli apostoli la notizia che Gesù si rivelerà loro in Galilea. Ma neppure per i Sinottici il sepolcro vuoto è la prova della risurrezione. Il sepolcro vuoto è un segno che mette in allerta i discepoli e li guida all'incontro con il Signore risorto.
Il fatto di un sepolcro vuoto non va di per se necessariamente interpretato nel senso di una risurrezione compiuta da Dio. Esso può essere interpretato anche in vari altri modi: ad esempio, nel senso dell'ipotesi dell'inganno (cfr. Mt 28,11-15) o dell'ipotesi della morte apparente, secondo la quale Gesù, che non sarebbe realmente morto, si sarebbe di nuovo ripreso nel sepolcro, sarebbe stato curato dai discepoli e si sarebbe poi recato "in un altro paese" (la fantasia trovò qui il terreno adatto per sbizzarrirsi in numerosi romanzi su Gesù, il cui orizzonte va dall'India alla Spagna). Se l'andata delle donne al sepolcro la mattina di Pasqua e la scoperta che il cadavere di Gesù non si trovava più là siano un evento storico nel modo in cui esso è narrato, è cosa su cui possiamo qui sorvolare. Questa descrizione potrebbe anche rispecchiare una venerazione del sepolcro da parte della comunità gerosolimitana.
In ogni caso l'azione potente di Dio nei confronti di Gesù deve aver riguardato anche il suo corpo morto. La constatazione che il cadavere di Gesù era ancora nella tomba avrebbe terribilmente contraddetto la predicazione pasquale. Nella Bibbia la "risurrezione dai morti" non ha nulla a che fare con una speranza universale in una salvezza dei giusti, dei profeti e dei martiri presso Dio e in una loro conservazione sino alla fine della storia. La "risurrezione" si inserice nel contesto della speranza escatologica dello stabilirsi del regno di Dio, che comporta la salvezza di tutto 1'uomo e, inclusivamente, il compimento della sua corporeità (cfr. 2 Mac 7,9; Dn 12,2). Il ritrovamento del cadavere sarebbe stato, per gli avversari di Gesù, la prova stringente della non identificazione di Dio con il mediatore escatologico della salvezza.