I frutti del martirio
Prof. Michael Hull, New York
28 maggio 2004
La Chiesa ha sempre sostenuto che coloro che subiscono il martirio per la fede senza aver ricevuto il Sacramento del Battesimo, ne ottengono comunque i benefici. Il martirio è la testimonianza definitiva resa a Gesù Cristo e alla verità della fede cattolica. E’ l’atto supremo della virtù cardinale della fortezza. I frutti del martirio sono sia individuali sia comunitari. A livello individuale, il martire reca testimonianza autentica a Gesù Cristo e quindi assicura la sua unione con il Redentore attraverso la stretta identificazione con la sofferenza e la morte del Signore. A livello comunitario, l’atto del martirio è efficace per il mondo intero poiché evidenzia colui che offre la propria vita a imitazione del Salvatore del mondo.
Il termine "martire" deriva dal greco martus che significa "testimone". Esiste nella lingua inglese grazie ai riferimenti negli Atti degli Apostoli 1,8 e 22, dove l’identificazione con la testimonianza del Signore in termini di diffusione della fede è così strettamente legata alla sofferenza e alla morte per essa. Il singolo martire, allora, è colui che resta fedele fino alla fine perché sa qual è lo scopo dell’uomo: conoscere, amare e servire Dio in questo mondo per essere per sempre felice con Lui nell’altro. Per questo motivo, la Chiesa ha venerato i suoi martiri dall’inizio fino a oggi con grande devozione. Dalla fine del II secolo, la data della morte di un martire veniva celebrata presso la sua tomba come una nascita celeste, che portava all’edificazione di chiese in quei luoghi. Così, anche nella liturgia romana i martiri vengono prima dei santi e il colore rosso dei paramenti liturgici evidenzia la natura sanguinosa del loro sacrificio. Quindi, nella Lettera ai Romani sant’Ignazio di Antiochia poté scrivere tanto anelante al martirio: "fatemi mangiare dalle fiere, che sono la mia via verso Dio. Io sono il frumento di Dio e devo essere masticato dai denti delle fiere per poter divenire pane puro di Cristo" (4.1)
Fin dagli inizi della Chiesa, è stato riconosciuto che sanguinis martyrum est semen Christianorum, il sangue dei martiri è il seme dei cristiani. Nella Chiesa primitiva, il sangue dei martiri portava non solo alla conversione di milioni di persone, ma anche al rafforzamento della fede di milioni di credenti. Nella sua Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente,Giovanni Paolo II ci ricorda che il sangue dei martiri non è esclusivamente un fenomeno della chiesa primitiva. " Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni nei riguardi dei credenti — sacerdoti, religiosi e laici — hanno operato una grande semina di martiri in varie parti del mondo" (n. 37). I frutti del martirio sono un aumento nelle conversioni al cattolicesimo e un’intensificazione della pratica della fede fra i cattolici. Nulla muove l’anima più della evidente imitazione di Cristo che si consegue seguendolo attraverso la sua sofferenza fino alla morte, con la ferma convinzione di condividere la sua resurrezione. I frutti del martirio sono tutti intorno a noi, perché in un mondo deturpato dal peccato e dalla disperazione, troviamo ancora cattolici che gioiscono di qualsiasi opportunità di soffrire "l’umiliazione per il nome" (Cf. At 5, 40).
Sono i martiri a dare a noi cattolici, individui e comunità, la speranza in noi stessi. Nei loro sacrifici vediamo l’ispirazione dello Spirito Santo che Gesù ha promesso ai suoi Apostoli quale forza mediante la quale sarebbero stati suoi testimoni, suoi martiri, fino ai confini della terra (At 1, 8). E’ lo stesso Spirito Santo che ci guida ancora, se abbiamo la fortezza, a essere seme dei cristiani.