Relazione Istituto "Sacrum Ministerium"

Congregazione per il Clero

Il rapporto del Vescovo col sacerdote e l’ubbidienza del ministro ordinato e la disciplina ecclesiastica.

24 gennaio 2005

 

1- In questo incontro cercherò di richiamare alcuni principi basilari che fondano i rapporti tra il Vescovo diocesano ed i sacerdoti e la sollecitudine che il Vescovo deve avere verso di loro. Allo stesso tempo cercherò di richiamare quella disponibilità che i sacerdoti devono avere verso il Vescovo e la Chiesa particolare, al servizio della quale sono stati ordinati, mediante la virtù dell’obbedienza, nella consapevolezza della dimensione particolare ed universale del Popolo di Dio; infatti, come ricorda la Costituzione dogmatica Lumen Gentium le Chiese particolari sono formate ad immagine della Chiesa universale, che a sua volta è costituita nelle Chiese particolari e dalle Chiese particolari,

I principali documenti magisteriali a cui farò riferimento saranno quelli del Concilio Vaticano II, il Codice di diritto canonico del 1983, le Esortazioni apostoliche post-sinodali Pastores dabo vobis e Pastores gregis ed i due Direttori: quello per il Clero e quello per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum successores.

Metodologicamente tratterò gli argomenti delle due lezioni in modo unitario, data la particolare relazione esistente tra il Vescovo ed il presbitero ed i reciproci diritti e doveri.

 

 

 

 

 

  1. L’impegno della comunione

Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Novo Millennio Ineunte ha indicato la comunione come impegno del Popolo di Dio in modo da fare della Chiesa "la casa e la scuola della comunione". La stessa Lettera apostolica indica, tra gli altri, come ambito in cui la comunione va coltivata quello dei rapporti tra Vescovi, presbiteri e diaconi. In tali rapporti, scrive il Papa, la comunione deve "rifulgere".

La formazione permanente permette al presbiterio diocesano di ritrovare le sue motivazioni teologiche e di assumere, da parte di ciascun sacerdote, gli adeguati atteggiamenti comunionali, affinchè ciascuno, con il passare degli anni, risponda con sempre maggiore intensità alla propria vocazione e fedeltà al Signore e alla Chiesa.

Tale formazione è necessaria per il Vescovo "come esigenza intrinseca alla sua vocazione e missione", come lo è per tutti i fedeli; per questo sia l’Esortazione apostolica Pastores gregis sia il Direttorio per i Vescovi "Apostolorum successores" l’hanno espressamente prevista dandone le motivazioni teologiche, spirituali e pastorali. La formazione permanente del Vescovo tende alla quotidiana crescita della sua maturità in Cristo "affinchè anche attraverso la testimonianza della propria maturità umana, spirituale ed intellettuale nella carità pastorale…risplenda sempre più chiaramente la carità di Cristo e la stessa sollecitudine della Chiesa verso tutti gli uomini". Essa richiede "momenti prolungati di ascolto, di comunione e di dialogo con persone esperte – Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, laici – in uno scambio di esperienze pastorali, di conoscenze dottrinali, di risorse spirituali…che non mancheranno di assicurare un vero arricchimento personale". La Pastores gregis coniuga l’impegno personale del Vescovo per la propria formazione in un contesto di dialogo e in stretto rapporto con tutte le istanze ecclesiali, tra i quali il Collegio episcopale, con a capo il Papa, e il suo Presbiterio.

Questo rapporto è intrinseco alla vocazione del Vescovo e la stessa Esortazione apostolica lo mette in evidenza quando presenta il Vescovo come "uomo di comunione" pienamente inserito nella vita e nella missione della Chiesa. Al riguardo è quanto mai espressivo il concetto della Pastores gregis che vede il Vescovo come colui che non è mai solo. Su questa linea si pone il Direttorio per i Vescovi quando scrive che il Vescovo è "uomo cattolico". Il primo riferimento della comunionalità del Vescovo è il mistero della SS. Trinità, che è la fonte divina della comunione stessa, e, a livello ecclesiale, è il Collegio Episcopale nel quale il Vescovo è inserito mediante la consacrazione dello Spirito Santo. Tale comunionalità è riferita, a livello di Chiesa particolare, in primo luogo al Presbiterio diocesano, il quale in comunione gerarchica con il Vescovo, ha la missione di pascere i fedeli della diocesi insegnando, santificando e guidando il Popolo di Dio.

In virtù di tali fondamenti, affinché i rapporti tra Vescovo e Presbiterio siano autentici e finalizzati alla valorizzazione dell’identità e della missione del Presbiterio, sarà necessario far riferimento al Vescovo quale segno e fondamento di unità. Questa nota determinante della sua missione caratterizza il suo stesso ministero episcopale; a lui, infatti, è stato affidato il "ministero della comunità" per unificarla nella fede, nell’amore e nell’unità della Chiesa universale.

I presbiteri da parte loro, in quanto collaboratori dell’ordine episcopale, sono anche loro stessi "segni di unità", proprio perché nelle singole comunità rendono presente il Vescovo.

Al riguardo il Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri mette in luce come la comunione sacerdotale per essere tale deve alimentarsi alle sorgenti della comunione trinitaria, ed essere in un rapporto intenso con la Chiesa: con il Papa, con il Collegio dei Vescovi, con il proprio Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici. Nei rapporti tra Vescovo e presbiteri si deve sempre tener presente che la comunione è di natura gerarchica, come lo è la stessa comunione ecclesiale. Non mi dilungo ad approfondire i fondamenti e le implicazioni dell’impegno della comunione sacerdotale, di cui il Direttorio per la vita ed il ministero dei Presbiteri tratta nei numeri 20-25, in quanto vi è un’apposita lezione su questo argomento, ma mi interessa ricordare che il Codice di diritto canonico tra i doveri fondamentali di tutti i fedeli, categoria che include anche i ministri sacri, stabilisce l’obbligo di conservare sempre, anche nel modo di agire, la comunione con la Chiesa

Per quanto riguarda il Vescovo, il Direttorio per il ministero pastorale per i Vescovi "Apostolorum successores", tra i principi fondamentali generali del governo pastorale pone quelli della comunione e della collaborazione. I due principi impegnano il Vescovo a sentirsi e a comportarsi sempre come fondamento visibile di unità della sua diocesi, a ricercando il bene comune della diocesi, che deve prevalere su quello delle singole comunità, promuovendo la partecipazione di tutti i fedeli all’edificazione della Chiesa, riconoscendo la giusta libertà di opinione e di azione dei fedeli nelle cose non necessarie, il sano pluralismo e la responsabilità che compete a ciascuno e manifestando fiducia verso tutti.

Queste indicazioni, che interessano tutti i fedeli, sono quanto mai indicate per favorire adeguati rapporti tra il Vescovo ed il Presbiterio. Al riguardo, lo stesso Direttorio per i Vescovi, nella parte quarta, nel Capitolo quarto dedicato al Presbiterio offre una serie di necessarie raccomandazioni al Vescovo, affinché nei riguardi dei suoi sacerdoti sia veramente "uomo di comunione, padre, fratello, amico capace di stare vicino a ciascuno favorendo lo spirito di iniziativa dei sacerdoti, in modo che con maturità ognuno dia il meglio di se stesso nella vita e nella missione sacerdotale.

L’impegno della comunione, proposto da Giovanni Paolo II con tutto il suo vigore, chiama il Vescovo ad essere vicino ai sacerdoti nei momenti fondamentali della loro vita, sostenendoli spiritualmente, in una prospettiva di fede che motiva e incoraggia ogni presbitero all’interno dell’unico presbiterio. E’ nella fede, infatti, che si instaurano i rapporti tra il Vescovo ed i sacerdoti

 

 

3- Il Presbiterio

Il secondo elemento su cui mi sembra importante richiamare l’attenzione è il Presbiterio, in cui il sacerdote viene inserito con l’ordinazione sacerdotale.

La realtà teologica e pastorale del Presbiterio è stata rimessa in luce dai documenti del Concilio Vaticano II

La realtà del presbiterio era ben presente nella Chiesa primitiva ed ha in S. Ignazio di Antiochia un autorevole esponente.

E’ nota la concezione ecclesiologica di S. Ignazio, che è stata punto di riferimento anche per l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II. Secondo S.Ignazio, il Vescovo tiene il posto di Dio ed è strettamente unito al presbiterio e ai diaconi. Il corpo presbiterale appare sempre con il Vescovo, non è indipendente da esso e ne è il completamento. Al riguardo è altamente espressiva l’immagine delle corde unite alla cetra offerta proprio dal Vescovo di Antiochia per significare l’inscindibile unità che vi è tra il Vescovo ed i suoi sacerdoti.

Con tale spirito ed in questa prospettiva, la realtà comunitaria del Presbiterio deve essere continuamente riscoperta e vissuta in ogni Chiesa locale per superare lo spirito di autonomia, nel quale per secoli si è organizzata la vita pastorale, oggi sembra quanto mai necessario non lasciarsi vincere da quel soggettivismo che domina nel campo culturale e nei rapporti sociali, diventando, spesso, stile di vita.

Il Presbiterio, oltre che per la sua valenza ecclesiologica, oggi si reputa necessario anche per il suo valore pastorale, in quanto si avverte sempre più chiaramente che una pastorale individuale non è più sufficiente a rispondere ai bisogni che vengono posti dalla secolarizzazione. I nuovi compiti e le sfide che il nostro tempo, in tutti i campi, pone alla Chiesa richiedono una risposta comunitaria. Il Presbiterio, nel quale si trovano racchiusi carismi, ministeri, doni di umanità, è potenzialmente in grado di rispondere alle esigenze che oggi richiede la pastorale, ma anche la vita, la formazione e la spiritualità del sacerdote. Importante è impegnarsi a riscoprirlo e a viverlo con intensità di rapporti che hanno la loro fonte nel sacramento dell’ordine e nel Vescovo il centro di unità.

L’Esortazione apostolica "Pastores dabo vobis", si pone in questa linea quando mette in luce la natura comunitaria del ministero presbiterale ed afferma che, avendo una radicale forma comunitaria, può essere svolto solo come "un’opera collettiva" . Anche il Direttorio per la vita ed il ministero dei Presbiteri invita i sacerdoti a fare ogni sforzo per evitare di vivere il proprio sacerdozio in modo isolato e soggettivistico, favorendo la comunione, l’accoglienza, l’amicizia sacerdotale fino alla correzione fraterna.

Questo impegno deve animare in modo particolare il ministero dei parroci. Per adempiere diligentemente l’ufficio pastorale il parroco deve collaborare con il proprio Vescovo e con il presbiterio della diocesi, impegnandosi perché i fedeli si prendano cura di favorire la comunione parrocchiale, diocesana ed universale, facendo in modo che i fedeli sostengano e promuovano le opere finalizzate a tale comunione.

L’attuazione di tale prospettiva è da perseguire con decisione in ogni Chiesa particolare, organizzando intorno ad essa sia la vita del sacerdote che la stessa pastorale. Essa è in grado di rinnovare il volto delle singole diocesi e dei singoli vincendo stanchezze e delusioni. Ogni Chiesa particolare dovrà realizzare nella concretezza della sua storia e della sua situazione questa prospettiva comunitaria; a questo scopo sarà utile il cammino della formazione permanente da parte di ogni presbiterio.

 

 

  1. I rapporti Vescovo – sacerdoti
  2. E’ compito del Vescovo, in quanto capo e centro di unità del corpo presbiterale, sostenere ogni sacerdote a scoprire e a vivere l’aspetto teologale e familiare del Presbiterio.

    Il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi "Apostolorum successores" pone i rapporti tra Vescovo e Presbiteri su due linee che si intersecano e si richiamano a vicenda: la linea, che si potrebbe definire, della familiarità e quella della collaborazione.

     

    A- Il Vescovo padre,fratello e amico dei sacerdoti

    I numeri 76 e 77 del Direttorio per i Vescovi indicano al Vescovo la prospettiva con la quale deve vivere i rapporti con i suoi sacerdoti. E’ una prospettiva di fede e non semplicemente umana, amministrativa e di stampo sociologico. Al Vescovo viene chiesto di amare i suoi sacerdoti con quello stesso amore che Cristo - Buon Pastore ebbe per gli Apostoli. In un tempo di secolarizzazione com’è il nostro, è importante sottolineare proprio questa prospettiva di fede, per non correre il rischio di lasciarsi omologare da criteri formalistici, strategici o semplicemente di "buona educazione". Il Vescovo ed i suoi sacerdoti sono legati dai vincoli del sacramento dell’ordine, vincoli così profondi, che superano quelli naturali del sangue e della carne e rendono il Vescovo padre, fratello e amico dei sacerdoti. Si tratta di paternità nella fede, di fraternità in Cristo e di profonda ed autentica amicizia spirituale.

    Attuando concretamente nei suoi rapporti con i sacerdoti questa profonda realtà, il Vescovo evita di apparire come un "mero governante" o come un burocrate o un semplice moderatore o organizzatore della vita diocesana. E’ la paternità e la fraternità che dà al Vescovo il volto del Buon Pastore. In quanto immagine del Buon Pastore, spetta a lui il compito di saper creare un clima di fiducia, di accoglienza, di affetto, ma anche di franchezza e di giustizia.

    A questo scopo il suddetto Direttorio invita espressamente il Vescovo a conoscere personalmente i suoi sacerdoti, e definisce questo suo impegno "sacrosanto dovere". Tale dovere è sancito dal Codice di diritto canonico nel can. 384 dove il Legislatore sancisce che il Vescovo deve seguire con particolare sollecitudine i presbiteri.

    Conoscere personalmente i sacerdoti significa per il Vescovo, "chiamarli per nome", come il Buon Pastore evangelico chiama una per una le sue pecorelle ed esse riconoscono la sua voce (Gv 10,3-4). Al di là della metafora, per il Vescovo conoscere personalmente i suoi sacerdoti significa conoscerne la vita che conducono, i progetti, i successi, gli insuccessi, le fatiche, le qualità, gli affetti. In un clima di profonda fraternità sarà possibile al Vescovo conoscere anche i limiti dei suoi sacerdoti senza che essi si sentano mortificati, ma aiutati a superarli.

    Non potrà mancare, da parte del Vescovo, una conoscenza dei giusti bisogni umani dei sacerdoti che il direttorio per i Vescovi individua, tra gli altri, nella giusta remunerazione, l’assistenza sociale, le vacanze e tutto ciò che aiuti il sacerdote a condurre una vita decorosa, rispettosa della sua missione e dell’ufficio che ricopre. Lo spirito paterno del Vescovo richiede anche che egli eserciti, come ogni buon padre di famiglia, quella funzione di vigilanza, di correzione che il suo ufficio richiede. Infatti il Vescovo deve tutelare anche il bene pubblico della Chiesa. Quando fosse necessario e richiesto dalla situazione, il Vescovo deve applicare anche quelle pene canoniche, che nella Chiesa hanno maggiormente un carattere medicinale e sono finalizzate all’emendamento di chi ha sbagliato e al ristabilimento della giustizia. Anche in questi casi, che sono sempre penosi, nel cuore del Vescovo deve rimanere aperta la porta della bontà e dell’accoglienza.

    Davanti ai comportamenti scandalosi dei sacerdoti, sarà la stessa carità a richiedere la ricerca della giustizia ed il perseguimento e la tutela del bene comune.

    In questi due ultimi casi il Vescovo deve attenersi scrupolosamente alle procedure previste dalla disciplina canonica che tutelano sia i diritti della persona che la giustizia.

    I sacerdoti giovani

    Mi sembra opportuno sottolineare la particolare sollecitudine che il Vescovo deve avere per i sacerdoti giovani, senza ovviamente dimenticare gli altri. Tale sollecitudine è richiesta oggi, più di ieri, per cause sociali, generazionali, vocazionali evidenti. Il Direttorio "Apostolorum successores" offre alcune indicazioni al Vescovo affinchè i sacerdoti giovani non siano lasciati nella solitudine e nell’isolamento. Il loro primo impegno, più che rispondere a necessità pastorali, dovrebbe essere in vista del loro inserimento nel presbiterio e nella pastorale in vista di una sua maturazione. In ogni caso sarebbe quanto mai opportuno affidare i sacerdoti giovani alla guida esperta e sapiente di un sacerdote. Ugualmente sarebbe opportuno costituire una "casa per il clero giovane" (ma non esclusivamente), dove i sacerdoti giovani si possano ritrovare per momenti di preghiera, personale e comunitaria, studio, riposo e momenti di fraternità e di amicizia con i confratelli e con il Vescovo. Sarebbe un modo per attuare quella certa vita comune raccomandata dal Concilio, prevista dal Codice di diritto canonico e dai successivi documenti.

    Le dimensioni della diocesi condizionano inevitabilmente il rapporto personale del Vescovo con i sacerdoti. Se la diocesi ha dimensioni medie o piccole, il rapporto diventa più facile e basta sapersi organizzare con un po’ di buona volontà. Se la diocesi è grande sarà necessario costituire un Vicario episcopale per il clero, valorizzare in questo senso i Vicari Foranei o di zona. In ogni caso il Vescovo deve essere tenuto al corrente delle situazioni particolari, sia fisiche che morali dei suoi sacerdoti. Egli dovrà farsi presente nei modi possibili amando e sostenendo.

    B- I presbiteri necessari cooperatori del Vescovo

    Nella seconda linea che abbiamo tracciato poniamo la funzione e la missione dei sacerdoti come necessari cooperatori del Vescovo nella missione di pascere i fedeli della Chiesa particolare. E’ nota la dottrina conciliare su questo punto. Il Vescovo, a cui è affidata la cura pastorale di una Chiesa particolare, è coadiuvato dal suo Presbiterio. I sacerdoti, quindi, edificano con il Vescovo e sotto la sua autorità la Chiesa particolare, insegnando, santificando e guidando il Popolo di Dio.

    Qui, mi sembra che si incontri la paternità del Vescovo con la sua responsabilità pastorale che è personale, ma non individualistica; infatti egli non è solo, ma i presbiteri sono corresponsabili con lui nella vita pastorale della diocesi.

    La paternità del Vescovo, allora, richiede di riconoscere e promuovere la funzione propria dei sacerdoti rifuggendo dal paternalismo, che considera i sacerdoti sempre bambini e dall’autoritarismo che li considera come domestici.

    In quanto suoi necessari collaboratori il Vescovo deve ascoltarli, chiederne il consiglio, coinvolgerli nell’elaborazione del piano pastorale e nelle scelte decisive della diocesi, facendoli crescere nei loro doni, nella responsabilità, orientandoli a vivere nella comunione.

    Questa collaborazione è stata istituzionalizzata nei vari organismi di partecipazione, tra i quali emerge per importanza il Consiglio Presbiterale. Esso, in quanto consiglio di "governo" è il segno della comunione e della corresponsabilità del presbiterio intorno al Vescovo, aiuta il rapporto sacerdote-Vescovo in uno scambio di relazioni ministeriali.

    E’ quanto mai importante riscoprire il significato autentico di questo organismo, sancito dalla disciplina canonica, secondo la prospettiva del Vaticano II, come rappresentante del presbiterio, senato del Vescovo che lo coadiuva nel governo di tutta la diocesi.

    Spetta al Vescovo valorizzare al meglio, secondo le proprie finalità, tale Consiglio. Il fatto che sia il Vescovo a convocarlo, presiederlo e stabilirne le questioni da trattare o accogliere quelle proposte esclude un governo collegiale della diocesi. Al riguardo il Direttorio Apostolorum successores ricorda come la responsabilità della diocesi spetta personalmente al Vescovo, che deve decidere "coram Domino" circa quanto emerge dal Consiglio presbiterale. Allo stesso tempo, però, il documento invita il Vescovo a consultare il Consiglio e, nelle decisioni, a non allontanarsi dalle opinioni espresse da esso, soprattutto se sono state concordi e motivate.

    Il lavoro del Consiglio Presbiterale è un lavoro comune del Vescovo e dei Presbiteri. Ognuno con la sua responsabilità: inalienabile quella del Vescovo, corresponsabile e rappresentativa quella dei Presbiteri. Questi a loro volta devono sentire la responsabilità sia di rappresentare tutto il presbiterio, sia di coadiuvare il Vescovo nelle scelte di governo della diocesi. Ciò richiede il superamento di visioni personalistiche, del soggettivismo, dello spirito sindacalista e di parte, per assumere quello oggettivo della comunione e della ricerca assoluta del bene comune. La ricerca comune richiede sia al Vescovo che ai sacerdoti che compongono il Consiglio Presbiterale spirito di fede, pazienza, capacità di ascolto e di dialogo, umiltà, fiducia reciproca, oggettività nel saper leggere le situazioni, lungimiranza e, soprattutto, sintonia con la Chiesa universale.

    Il coinvolgimento del Vescovo nel cammino del Consiglio Presbiterale, richiede la promozione corresponsabile del Presbiterio, ed un atteggiamento sincero e positivo dei sacerdoti porterà frutti abbondanti di comunione e di missione nelle singole diocesi.

     

     

  3. L’obbedienza presbiterale

Il fondamento dell’obbedienza presbiterale è la persona stessa di Cristo, l’uomo obbediente (Fil 2,5-11), aperto all’ascolto del Padre (Eb 10,5 ss.; Gv 4,34) e disponibile fino alla morte di Croce (Lc 9,54 ss.;10,1 ss.), imparando l’obbedienza dalle cose che patì durante la sua vita terrena, come afferma la Lettera agli Ebrei (Eb, 5-8), tanto che siamo stati salvati proprio in forza dell’obbedienza di Cristo stesso. L’obbedienza di Cristo al Padre è il modello dell’obbedienza della comunità al Vescovo, che rimane la figura del Padre. A questa obbedienza sono chiamati in particolare i sacerdoti. Al riguardo si deve ricordare che il Direttorio per la vita e il ministero dei Presbiteri afferma che questa virtù "è nel cuore stesso del sacerdozio di Cristo".

Come per Gesù, anche per il sacerdote, l’obbedienza qualifica il suo ministero dal momento in cui nell’ ordinazione sacerdotale e, prima ancora in quella diaconale, il sacerdote, ponendo le sue mani in quelle del Vescovo gli ha promesso filiale rispetto ed obbedienza, entrando così nel dinamismo dell’obbedienza stessa di Cristo, e nella comunione gerarchica con il Vescovo.

Il Decreto "Presbyterorum ordinis" offre, nel seguente passo, i motivi e lo spirito con il quale i presbiteri devono vivere la virtù di cui stiamo trattando: " I presbiteri – scrive il suddetto Decreto conciliare - dal canto loro, avendo presente la pienezza del sacramento dell'ordine di cui godono i Vescovi, venerino in essi l'autorità di Cristo supremo pastore. Siano dunque uniti al loro Vescovo con sincera carità e obbedienza. Questa obbedienza sacerdotale, pervasa dallo spirito di collaborazione, si fonda sulla stessa partecipazione del ministero episcopale, conferita ai presbiteri attraverso il sacramento dell'ordine e la missione canonica".

Il Codice di diritto canonico nel can. 273 configura l’obbedienza come un obbligo speciale e nel paragrafo 2 del canone sancisce che, sono tenuti ad accettare e adempiere fedelmente l’incarico che gli viene conferito dal Vescovo, a meno che non ne siano legittimamente impediti.

L’obbedienza del sacerdote si inserisce nella dinamica della comunione presbiterale e, proprio l’appartenenza del singolo sacerdote al Presbiterio diocesano, caratterizza in senso comunionale la sua obbedienza al Vescovo distinguendola dall’obbedienza dei Consacrati e da quella dei laici. L’Esortazione apostolica post-sinodale "Pastores dabo vobis", offre al riguardo un nuovo orizzonte di alta qualità. Sarà qui sufficiente elencare i punti nodali dell’obbedienza secondo la suddetta Esortazione apostolica:

Tale concezione dell’obbedienza apre vasti orizzonti per la vita del singolo sacerdote e per quella stessa di una diocesi e deve essere proposta nella formazione sacerdotale e approfondita nella formazione permanente, in quanto la riscoperta del Presbiterio come luogo armonico dei diversi doni e ministeri e l’obbedienza presbiterale camminano di pari passo e sono legate l’una all’altra.

  1. L’obbedienza e la disciplina ecclesiale

L’obbedienza al Vescovo implica anche l’obbedienza al Papa ed un vincolo spirituale con il Collegio episcopale. Anzi è dovere del Vescovo promuovere la comunione con il Successore di Pietro e quella con la Chiesa universale. Il canone 392 § 1 del CIC sancisce il dovere del Vescovo di promuovere la disciplina comune di tutta la Chiesa e, pertanto, urgere l’osservanza delle leggi ecclesiastiche. Si tratta di quella "grande disciplina della Chiesa…quale collaudata ricchezza della sua storia", che riguarda la dottrina teologica, la morale, la Liturgia e quelle norme e comportamenti, che costituiscono la struttura fondamentale della Chiesa, assicurano i mezzi di salvezza e la loro distribuzione insieme alla strutturazione del Popolo di Dio.

Tutelare tale disciplina rientra nel compito di unità del Romano Pontefice e, subordinatamente a lui, del Vescovo, quale principio di unità della Chiesa particolare.

La Conferenza Episcopale Italiana nella Nota Pastorale "Comunione, Comunità e disciplina ecclesiale" si pone sulla stessa linea definendo la disciplina come un: "insieme di norme e di strutture che danno una configurazione visibile e ordinata alla comunità cristiana, regolando la vita individuale e sociale dei suoi membri. Nel senso più ampio essa può comprendere anche le norme morali, mentre in un significato più ristretto designa le sole norme giuridiche e pastorali",sia universali che particolari.

Da questa definizione si comprende bene come l’ambito della disciplina ecclesiastica è amplissimo: riguarda tutto quanto la Chiesa deve svolgere in favore dei fedeli per il raggiungimento della salvezza delle anime, che è il fine della Chiesa e del singolo fedele.

In particolare l’ ambito della disciplina ecclesiale comprende:

La finalità della disciplina ecclesiastica è quella di sostenere il discepolato di ogni fedele. Infatti, il termine stesso di disciplina, da discere, imparare, richiama l’immagine del discepolo che va a scuola e deve modellare la sua vita su una norma, perché essa sia ordinata e disciplinata. Il cristiano, in quanto discepolo di Gesù deve porsi in ascolto del Maestro - Cristo, per imparare, alla scuola della Chiesa, la norma del suo comportamento, appunto la disciplina, per modellarvi la sua vita.

Tale disciplina viene imparata alla scuola della Chiesa, che gli propone quella disciplina che deve regolare la sua vita, a livello individuale e comunitario; nei suoi rapporti immediati con Dio e con la Chiesa stessa.

Il compito del Vescovo è quello di vigilare, affinchè gli abusi non alterino la disciplina ecclesiastica "nel ministero della parola, nella celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali, nel culto di Dio e dei Santi e nell’amministrazione dei beni".

Il Direttorio per la vita ed il ministero dei Presbiteri esorta gli Ordinari ed i Superiori religiosi ad esercitare con carità il loro carisma istituzionale verso i sacerdoti richiedendo la loro adesione alle disposizioni magisteriali e disciplinari mettendo in luce lo spirito che deve animare l’osservanza delle leggi ecclesiastiche e la loro obbligatorietà nei suddetti campi.

Lo stesso Direttorio ricorda che l’adesione alla disciplina della Chiesa è fonte di libertà che matura la spontaneità, crea un atteggiamento pastorale sereno ed equilibrato armonizzando la creatività personale con un’ unità superiore che è la comunione ecclesiale.

E’ chiaro che l’immagine del Vescovo che emerge dalla dottrina conciliare e dal nuovo Codice nei riguardi dei sacerdoti non è tanto quella di un superiore che comanda e sanziona, ma soprattutto quella di un padre e pastore che circonda di carità tutti i presbiteri quali "figli" che ha generato a Cristo, rendendoli partecipi della stessa identità pastorale e della sua origine sacramentale e che continuamente aiuta a crescere spiritualmente con i sicuri mezzi di santificazione. Già San Tommaso d’Aquino spiegando che l’esercizio del potere del Vescovo non è e non può essere senza la carità, scriveva: "Questo dice il Signore: ‘il Buon Pastore offre la vita per le sue pecore’. Egli consacra a loro la sua persona nell’esercizio dell’autorità e della carità. Si esigono tutte e due le cose: che gli ubbidiscano e che le ami. Infatti la prima senza la seconda non è sufficiente".

Con Giovanni Paolo II possiamo racchiudere tutto il discorso dei rapporti tra Vescovo e sacerdoti nel binomio "carità e obbedienza". La prima qualifica la natura e l’esercizio della potestà gerarchica, quale potestà che deriva dal Buon Pastore ed è quindi sacra e propria nella Chiesa di Cristo. E l’obbedienza, sorretta e animata dalla carità, qualifica il comportamento del prete con il suo Vescovo, come rapporto tra figli e padre, e perciò capace di giungere anche al sacrificio nel quale il sacerdote sa di trovare la fecondità del Sacrificio della Croce. Le seguenti parole del Papa devono sempre qualificare i rapporti tra Vescovo e sacerdoti: "Se colui che aveva un’autorità divina non ha voluto trattare i suoi discepoli da servi ma da amici, il Vescovo non può considerare i suoi sacerdoti come persone al suo servizio. E da parte loro i presbietri devono rispondere al Vescovo come richiede la legge della reciprocità dell’amore nella comunione ecclesiale e sacerdotale: cioè da amici e da figli spirituali. L’autorità del Vescovo e l’obbedienza dei suoi collaboratori, i presbiteri, devono dunque esercitarsi nel quadro della vera e sincera amicizia"

Vorrei concludere ricordando quanto ebbe a dire il Cardinale Re all’Università Cattolica di Milano parlando di primato e collegialità. Tra alcuni impegni di ricerca universitaria che indicava, vi era quello della riscoperta del "noi" della Chiesa. Forse nessuno ha messo in evidenza l’importanza della singola persona quanto il cristianesimo, ma nello stesso tempo l’io cristiano è sempre stato inserito nel noi della comunità che lo abbraccia e del quale e per il quale esso vive. E’ il "noi" della Chiesa di sempre, di oggi e di ieri, che esprime proprio nella sua disciplina la ricchezza della fede, della santità e dell’umanità e di quella saggezza maturata nell’esperienza dei secoli.

La comunione ecclesiale si deve sempre più esprimere nella stessa appartenenza, e nell’agire comune. Il Vescovo ed i presbiteri, in quanto pastori, sono chiamati ad educare i fedeli a questo senso comunionale.

Il Vescovo unendo a sé il suo presbiterio lo deve portare a respirare l’ "ossigeno dei secoli", per poter affrontare le grandi sfide dei tempi moderni. Il Vescovo è il testimone della Tradizione Apostolica e della comunione ecclesiale: questa deve essere la "sua" passione che emerge sopra ogni altra cosa. La certezza di essere la Chiesa del Signore attraverso la Tradizione Apostolica la dà il Vescovo. Il Cardinale Cè ai nuovi Vescovi del 2004 diceva che se il Vescovo non è uomo di sincera affettuosa comunione con il Papa e con gli altri Vescovi, la comunità "impazzisce". La comunione ecclesiale del Vescovo è la sicurezza e la gioia della comunità.

E’ al "noi" della Chiesa che ogni sacerdote deve educare i fedeli. Ciò sarà possibile nella misura in cui ogni sacerdote viva intensamente il mistero della Chiesa e si senta parte viva del presbiterio, coinvolgendo in esso la sua persona e la sua libertà, in piena unità con il Vescovo, da cui ha ricevuto su di sé, mediante l’imposizione delle mani, la pienezza sacerdotale che è nel Vescovo.

Mons. Fabio Fabene