L'ecclesiologia eucaristica e l'unità della «Catholica»:

 

Intervento di

Mons. Bruno Forte

Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

 

 

 

            1. Il rapporto fra l’Eucaristia e la Chiesa  è stato concepito dalla grande Tradizione cristiana come costitutivo ed essenziale per l’essere e l’agire della Chiesa stessa[1]. Basti solo pensare che l'antichità cristiana designava con la stessa espressione «Corpus Christi» il corpo storico, il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale di Cristo, mostrando così le profonde connessioni del mistero dell'unità salvifica in tutti i suoi aspetti. Si può affermare che per la coscienza della Chiesa indivisa del primo millennio l'unità dell'eucaristia nella molteplicità delle celebrazioni rappresenta efficacemente l'unità della Chiesa Cattolica nella molteplicità delle comunità locali celebranti sotto la presidenza dei loro Vescovi: la “pericoresi ecclesiologica” - immagine e somiglianza di quella delle divine Persone - è partecipata alla Chiesa mediante il dono dell’eucaristia. Ne derivano conseguenze decisive.

 

            2. L’unità del mistero eucaristico nella molteplicità delle sue attualizzazioni storiche ci fa comprendere come sia la “Catholica” - il mistero, cioè, della Chiesa nel suo disegno divino e nel suo compiersi storico - ad attuarsi e manifestarsi nelle sue realizzazioni particolari: l'unica Chiesa di Dio, Corpo del Cristo e Tempio dello Spirito, viene a  realizzarsi nella concretezza dei luoghi e dei tempi nelle Chiese locali o particolari. Partendo dall'esperienza della comunità celebrante, in cui il sacramento ecclesiale dell'unità viene realizzato ed espresso nella maniera al tempo stesso culminante e fontale[2], la Costituzione conciliare sulla Liturgia afferma che «la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri»[3]. A sua volta la Costituzione conciliare Lumen Gentium afferma: «La Chiesa di Cristo è veramente presente in tutte le legittime assemblee locali di fedeli, le quali, aderendo ai loro pastori, sono anche esse chiamate Chiese del Nuovo Testamento. Esse infatti sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio, nello Spirito Santo e in una totale pienezza (cf. 1 Ts 1,5). In esse con la predicazione del Vangelo di Cristo vengono radunati i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore... In ogni comunità che partecipa all'altare, sotto il ministero sacro del Vescovo, viene offerto il simbolo di quella carità e unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere o viventi nella dispersione, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica»[4]. Il Concilio fa dunque intendere chiaramente che in ciascuna comunità eucaristica radunata sotto la presidenza del Vescovo l'unità della Chiesa cattolica è manifestata e prodotta.

 

            3. In quanto è la Catholica attuata in uno spazio e in un tempo determinati, la Chiesa locale o particolare, raccolta nell'eucaristia intorno al suo Vescovo, vive della e nella comunione con le altre Chiese sul fondamento dell'unico Mistero salvifico: questa “communio ecclesiarum” è significata dalla reciproca accoglienza eucaristica dei loro Vescovi[5]. Questa «communio» eucaristica - come suggerisce ad esempio il n. 15 dell’Unitatis Redintegratio[6] - può essere rapportata per analogia alla «pericoresi» trinitaria. Innumerevoli sono le testimonianze dei Padri relative al fatto che «il vincolo di unione tra vescovi e fedeli, vescovi fra di loro, fedeli tra di loro, viene effettuato e insieme manifestato dalla comunione eucaristica»[7]. Anche le «lettere di comunione», che servivano per esprimere la «communio» e beneficiare di essa, soprattutto quando si era in viaggio, erano «in stretto rapporto con la comunione eucaristica»[8]: esse garantivano che il latore potesse essere ammesso all'eucaristia locale e venire perciò considerato membro a tutti gli effetti della Chiesa che lo ospitava. La «communio» si esprimeva anzitutto a livello di Chiesa locale, che nell'eucaristia ancorava e manifestava la sua unità intorno al Vescovo[9]: un esempio dell'importanza accordata a questa comunione eucaristica locale era nella Chiesa di Roma il rito del fermentum, particola di pane consacrato durante l'eucaristia pontificale, che veniva portato nelle singole assemblee eucaristiche ed immesso nel calice per esprimere l'unità della Chiesa locale nell'eucaristia e nel Vescovo. La «communio» si esprimeva poi nei rapporti fra le Chiese sulla base dello stesso vincolo sacramentale-eucaristico: questa «communio ecclesiarum» nell’eucaristia aveva nella Chiesa di Roma il suo centro e criterio di unità, in base al quale si determinava se una Chiesa apparteneva o meno alla comunione della Chiesa intera: «Una Chiesa che è in comunione con Roma è in comunione con tutta la Chiesa cattolica... La Chiesa romana è il capo e il centro dell'unione sacramentale della “communio”»[10]. Grazie al sacramento eucaristico si può dire che la Chiesa è una comunione, nel senso forte che questo termine assume alla luce della fede trinitaria: anzi, l'idea di una «pericoresi» ecclesiologica, radicata nel mistero stesso della partecipazione alla vita divina nello Spirito, si offre come la più adatta e profonda per esprimere la «communio ecclesiarum»: «Esiste una presenza mutua della Chiesa totale nella Chiesa particolare, perché è lo stesso mistero che vi si realizza, e della Chiesa particolare nella Chiesa totale, perché la prima deve dare i suoi apporti propri alla seconda... Sia la fede, sia l'eucaristia, sia la carità, siano i doni spirituali, siano le grazie dei ministeri, tutte queste realtà spirituali hanno un'intenzionalità universale. In virtù dello Spirito che le dona e le regola dall'alto... esse non sono solamente la presenza del tutto in ciascuna parte, ma implicano l'ordine delle parti al tutto: ed è qui che si situa una teologia completa della comunione»[11].

 

            4. Il Concilio Vaticano II afferma questa reciprocità «pericoretica» del rapporto fra la Chiesa universale e le Chiese locali attraverso una formula densa, inserita nel contesto della riflessione sulle relazioni dei vescovi alla propria diocesi e a tutta la Chiesa: «I vescovi, singolarmente presi, sono il principio visibile e il fondamento dell'unità nelle loro Chiese particolari, formate a immagine della Chiesa universale, nelle quali e a partire dalle quali esiste la sola e unica Chiesa cattolica (in quibus et ex quibus una et unica Ecclesia catholica exsistit[12].  Da una parte, la Chiesa, nella pienezza della sua unità cattolica, «esiste» nelle Chiese locali, nel senso che si fa presente in esse e vi trova la sua espressione storico-concreta; dall'altra, la Chiesa universale non solo si manifesta nelle singole Chiese locali, ma esige anche di esprimersi nella loro comunione universale. Proprio perché non è somma di parti, ma l'unica Chiesa di Dio ovunque diffusa, la Chiesa cattolica risulta dalle Chiese locali, nel senso che manifesta ed esprime efficacemente la loro comunione universale. L'ex quibus andrà allora interpretato nel senso della «communio ecclesiarum», che non è una federazione di entità diverse ed autonome, fra loro separate, ma l'espressione dell'unità cattolica realizzata profondamente in ciascuna e che fa di tutte una sola Chiesa «in vinculo pacis, amoris et unitatis». La Catholica è al centro e al cuore di ogni Chiesa locale o particolare, la costituisce dall'interno, le è necessaria come la sua verità più profonda, il dono d'unità da cui nasce e che essa esprime. «Nel cuore di ogni Chiesa (particolare) tutta la Chiesa (universale) è presente in linea di principio... Dal momento che esiste una mutua interiorità o inclusione, esiste una radicale correlazione, per cui non sarebbe sufficiente affermare che le Chiese particolari devono essere inserite nella Chiesa universale: lo sono per il fatto stesso che esistono»[13]. Le Chiese particolari nella Chiesa universale hanno pertanto la responsabilità di rendere visibile al mondo, precisamente nella loro unità e nelle loro diversità in comunione, qualcosa di quel mistero di relazioni feconde dei Tre nell'Uno, che è la vita della «pericoresi» divina, speranza vera ed ultima salvezza di tutte le genti. Perciò, la «communio ecclesiarum» non è opera umana, ma dono dall'alto, grazia della partecipazione alla vita trinitaria, unità di quel popolo dell'alleanza, che al tempo stesso manifesta e nasconde il volto del Dio Amore. Anche così la Chiesa cattolica è «kénosi» e splendore della Trinità!

 

            5. Come può esprimersi al livello più alto questa “pericoresi” alla luce dell’ecclesiologia eucaristica, appena richiamata? Va ricordato anzitutto chei sinodi e i concili nella Chiesa antica avevano un rapporto costitutivo con l’eucaristia: «Sembra che ci sia stata un'intrinseca relazione fra conciliarità e vita liturgica nella Chiesa antica. L'azione conciliare va originariamente riscontrata in molti casi nel contesto dell'eucaristia, mentre il suo scopo sembra che sia stato sempre quello di condurre la Chiesa all'unità sacramentale. Contemporaneamente si sviluppò un'interrelazione fra conciliarità ed episcopato. Nella Chiesa antica, e specialmente al tempo in cui il vescovo era il capo dell'assemblea eucaristica, fu questa probabilmente una delle ragioni più profonde  che portò allo stabilirsi di una struttura strettamente episcopale della conciliarità»[14]. D'altra parte, «il fenomeno dei primi concili non può essere compreso a prescindere da una conciliarità primitiva, che ha preceduto i concili e che a sua volta non fu senza relazione con la comunità eucaristica. È un fatto significativo, in effetti, che la maggior parte dei primi concili, se non tutti, riguardarono in ultima analisi il problema della comunione eucaristica e che in definitiva l'accettazione di strutture conciliari sovra-locali aventi autorità sul vescovo del luogo fu provocata dalla necessità urgente di risolvere il problema dell'ammissione all'eucaristia fra le Chiese locali»[15]. Anche per questo legame decisivo all’eucaristia si dice che un Sinodo o un Concilio vengono “celebrati”.

            I presidenti delle eucaristie episcopali si incontrano, dunque, per confrontarsi e “recepirsi” reciprocamente nell'unica eucaristia, oltre che per trarre da questa unità vissuta e confessata nella celebrazione comune gli orientamenti e le risposte agli interrogativi sorgenti nella vita delle Chiese. Chi convoca e presiede questa comunione eucaristica di Chiese? Il ministero della ¦B4F6@BZ universale viene riconosciuto sin dai tempi più antichi al vescovo della Chiesa di Roma, fondata sul martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo, e perciò dotata di una apostolicità, che ne fa il centro e il criterio dell'unità di tutte le Chiese. Nella comunione eucaristica universale il vescovo romano ha il posto del capo famiglia del banchetto pasquale, da cui la Catholica è generata ed espressa: egli è il «vicario di Pietro», perché ne attualizza la testimonianza apostolica, ed il suo «successore», che nella continuità della trasmissione del carisma episcopale è collegato storicamente e spiritualmente all'Apostolo, che nella confessione della fede Gesù volle roccia fondante della sua Chiesa. In questa luce, le Chiese riconoscono nel magistero del vescovo romano qualcosa che appartiene profondamente alla loro stessa identità e le inabita dall'interno: esse si riconoscono perciò impegnate nella recezione piena del suo magistero, accolto come parola di discernimento, di decisione, di orientamento e di comunione nell'unità della tradizione apostolica. Così Pietro conferma oggi i suoi fratelli e presiede nell’amore, cioè nella comunione eucaristica di tutte le Chiese in cui si realizza la Chiesa cattolica, facendosi memoria viva nello Spirito della fede apostolica e sentinella vigilante nella custodia di essa, in vista della crescita di tutto il Corpo di Cristo: è Pietro che parla alle Chiese!



[1] Cf. per quanto segue H. de Lubac, Corpus Mysticum. L'Eucaristia e la Chiesa nel Medioevo, Torino 1968; B. Forte, La Chiesa nell'eucaristia. Per un'ecclesiologia eucaristica alla luce del Vaticano II, Napoli 1975; W. Elert, Abendmahl und Kirchengemeinschaft in der alten Kirche, hauptsächlich des Ostens, Berlin 1954; J.-M. R. Tillard, L'Eucaristia pasqua della Chiesa, Roma 19692; Id., Eucaristia e fraternità, Milano 1969; J. D. Zizioulas, L'être ecclésial, Genève 1981, specie i capitoli II, III e VI. Riguardo alla rilevanza ecumenica dell'ecclesiologia eucaristica cf. in particolare G.J. Békés, Eucaristia e Chiesa. Ricerca dell'unità nel dialogo ecumenico, Casale Monferrato 1985. L’intera riflessione sulla Chiesa di J. Ratzinger è ispirata all’ecclesiologia eucaristica: cf. B. Forte, Una teologia ecclesiale. Il contributo di Joseph Ratzinger, in Alla scuola della verità. I settanta anni di Joseph Ratzinger, a cura di J. Clemens e A. Tarzia, San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, 66-83.

[2] Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 10 e 26.

[3] Ib., 41.

[4] Lumen Gentium, 26. Cf. pure Sacrosanctum Concilium, 41, Christus Dominus, 11 e Unitatis Redintegratio, 15.

[5] Gli elementi per un'ecclesiologia eucaristica locale presenti nel Vaticano II sono compendiati nell'Istruzione Eucharisticum Mysterium (25. 5. 1967), 7.

[6] Cf. Unitatis Redintegratio, 15: con la celebrazione eucaristica i fedeli uniti al vescovo «accessum ad Deum Patrem habentes per Filium Verbum incarnatum, passum et glorificatum, in effusione Spiritus Sancti, communionem cum Sanctissima Trinitate consequuntur».

[7] L. Hertling, Communio. Chiesa e Papato nell'antichità cristiana, Roma 1961, 5.

[8] Ib., 16.

[9] Cf. ib., 28-32.

[10] Ib., 39 e 43.

[11] Y. Congar, Proprietà essenziali della Chiesa, in Mysterium salutis VII, Brescia 1972, 491s.

[12] Lumen Gentium, 23.

[13] H. de Lubac, Pluralismo di Chiese o unità della Chiesa?, Brescia 1973, 44s.

[14] J. D. Zizioulas, The Development of Conciliar Structures to the Time of the First Ecumenical Councils, in Councils and the Ecumenical Movement, Geneva 1968, 51.

[15] Id., L'être ecclésial, Genève 1981, 123.