Corso di Formazione per i Vescovi
eletti e/o consacrati nell’ultimo
anno
Pontificio Ateneo Regina
Apostolorum
17 Settembre 2008 (ore 9,30)
Il Vescovo
Padre, Fratello, Amico
dei Suoi Sacerdoti
Intervento di S.E.R. Mons. Mauro
Piacenza, Arcivescovo titolare di Vittoriana,
Segretario della Congregazione per
il Clero,
Eminenza
Reverendissima,
Venerati
e Cari Confratelli,
sono
molto lieto di essere tra di voi, che nell’ultimo anno siete stati chiamati
dalla Divina Provvidenza a partecipare della successione apostolica,
rinnovando, in tal modo, per il dono della Grazia, il profondo legame che, sin
dal Battesimo, ci àncora esistenzialmente, sacramentalmente ed ontologicamente
a Cristo, Unico, Eterno e Sommo Sacerdote.
Il mio
compito di Segretario della Congregazione per il Clero, mi chiama, ogni giorno,
a gettare uno sguardo, tendenzialmente universale e certamente appassionato,
sulla situazione del Clero nel mondo.
Desidero anzitutto condividere con le
Vostre Eccellenze la grande gioia e lo spirituale stupore nel constatare la
dedizione, la testimonianza, il ministero pastorale che i Sacerdoti, con fedeltà, vivono. Siamo chiamati, come
Vescovi, a ringraziare il Signore per il grande dono dei Sacerdoti, della cui
schiera noi stessi siamo parte, e che - ben lo sappiamo - sono assolutamente essenziali
per la vita della Chiesa, per la santificazione del Popolo, in attesa del nuovo
e definitivo avvento del Signore Gesù; essi sono essenziali per il nostro
ministero, in quanto «stretti collaboratori dell’ordine episcopale» (P.O. n. 2;
CCC n. 1562).
Pur
mantenendo chiara la distinzione tra l’ordine presbiterale e quello episcopale,
costitutiva del volto stesso della Chiesa, è necessario porsi
nell’atteggiamento di chi, permanentemente, vive nella lucida consapevolezza
della “indispensabilità” dei Sacerdoti, nei confronti dei quali il Signore ci
domanda di avere continuamente uno sguardo di fede, di paternità, di fraternità
e di amicizia.
Intorno a questi termini vorrei sviluppare
la conversazione di quest’oggi, avendo, come fonti, da un lato la sana dottrina
e il diritto, che tutti conosciamo, e, dall’altro, l’esperienza viva ed attuale
della Congregazione che rappresento e che costituisce, oggettivamente, lo
sguardo più universale sul Clero del mondo.
Con la
consapevolezza personale che il punto acme del governo pastorale sia il
rapporto del Vescovo con i sacerdoti, iniziamo questo nostro incontro.
1.
Il Vescovo “padre” dei suoi Sacerdoti
Quando nei mesi scorsi siete stati
consacrati Vescovi, prima dell’imposizione delle mani, vi è stata rivolta
questa precisa domanda: «Volete prendervi cura, con amore di padre, del popolo santo di Dio e con i presbiteri e i
diaconi, vostri collaboratori nel ministero, guidarlo sulla via della salvezza?».
Voi avete risposto, con libertà e verità, di fronte a Dio: «Sì, lo voglio».
In quel “sì” è contenuta tutta l’adesione
della nostra libertà, lucidamente consapevole dei propri limiti, alla
straordinaria vocazione che ci è stata rivolta.
Essere “padri” di tutto il popolo significa
anche, e soprattutto, essere padri dei nostri Sacerdoti, i quali sono parte del
Popolo santo di Dio, e, per di più, parte eletta!
La paternità del Vescovo affonda le
proprie radici nella stessa paternità di Dio, il quale, in Cristo Gesù, ha
rivolto la Sua Parola ultima e definitiva all’uomo, rivelandosi, appunto, come
Padre. Di questa paternità auguro, di cuore, a ciascuno di Voi come a me stesso,
di fare esperienza.
Sono persuaso, infatti, che solo chi,
nella propria esistenza, ha incontrato realmente dei padri, potrà essere
“padre”, a propria volta; come in natura “nessuno genera se non è generato”,
così la legge dello Spirito domanda che ciascuno di noi, per poter essere
padre, si lasci continuamente generare dalla paternità di Dio e dalla maternità
della Chiesa e della Beata Vergine Maria, che della Chiesa è impareggiabile
Icona.
Il Vescovo, deve aver presente in ogni
istante, in ogni rapporto, in ogni dialogo con il proprio Presbiterio, in
generale, e con ciascuno dei propri sacerdoti, in particolare, che egli è lo
strumento concreto attraverso il quale Dio vuole mostrare il Suo Volto: egli
potrà esserne luminosa trasparenza oppure, Dio non voglia, potrà oscurarLo.
Ad imitazione dell’Amore del Padre, il Vescovo è
chiamato, nei confronti del suo Presbiterio, ad un’attenzione costante, ad una
sollecita vigilanza, ad un’autentica “tensione”, perché ciascun Sacerdote si
senta partecipe, presente, importante e valorizzato, nell’unica famiglia
presbiterale della quale il Vescovo è padre.
Se è
vero che i nostri Sacerdoti sono persone adulte, nei confronti delle quali non
è pensabile vivere le dinamiche educative tipiche del rapporto familiare
padre-figlio, anche perché ciò potrebbe condurre ad un certo paternalismo o ad una
deresponsabilizzazione, incompatibile con il ministero sacerdotale, è
altrettanto vero che il bisogno di paternità, tra il Clero di tutto il Mondo è
oggi, forse più di ieri, fortemente sentito.
In una società - e non mi riferisco solo a
quella occidentale - gravemente frammentata, nella quale prevalgono il
relativismo, il materialismo, l’edonismo ed ogni altra possibile riduzione
della statura originaria dell’io, si avverte l’ormai totale superamento di
quella istanza legata alla cultura della seconda metà del secolo scorso, che
suggeriva di “eliminare i padri” per emancipare i figli.
Se si
eliminano i padri, in effetti, non si hanno dei figli emancipati, ma,
semplicemente, dei figli orfani; questo nostro tempo sta riscoprendo il bisogno
di padri autentici e, laddove se ne trovano, i giovani, e gli uomini, li
riconoscono, li cercano, li seguono e li amano.
Siamo chiamati, cari confratelli, ad
esercitare questa paternità nei confronti dei nostri Presbiteri, innanzitutto
nella ordinaria stabilità delle nostre personalità umane.
Come accade nell’educazione familiare,
anche nelle Diocesi, nel rapporto tra Presbiterio e Vescovo, i Sacerdoti
rimangono molto disorientati dalla possibile instabilità dei loro Pastori: i
valori segnalati come importanti per l’ammissione all’Ordine del Presbiterato,
lo sono, in maniera esponenzialmente più rilevante, per la vita dei Vescovi.
Il Sacerdote ha bisogno di sapere che la
parola del suo Vescovo è una parola certa; che egli, come un buon padre, è
capace di un giudizio maturo e responsabile, rispettoso della giusta autonomia
dei figli, cosciente della promessa di obbedienza pronunciata dai Sacerdoti
nelle sue mani e costantemente alla ricerca dell’unico vero bene: la
santificazione delle anime.
Siamo chiamati ad essere “padri
autorevoli”: i Sacerdoti devono poter cogliere nel Vescovo tutto quello che si
chiede ad essi stessi a livello di ascesi, di senso della cattolicità, della
missione, di communio effettiva con
la Sede Apostolica (ricezione dei documenti pontifici, consenso effettivo, evidenziato
dalla pronta messa in pratica, sintonia con le stesse allocuzioni del Santo
Padre, con la Sua prassi celebrativa), ed anche proprietà nell’abito
ecclesiastico, dignitosità umile e nobile del tratto e così via. Tutto ciò
concorre a conferire quella autorevolezza di cui non può fare a meno il Vescovo
per poter incidere costruttivamente sulla formazione seminaristica e sulla
formazione permanente dei suoi chierici.
I Sacerdoti devono poter percepire che
tutto nel loro Vescovo è un sentire cum
Ecclesia.
Il Vescovo all’ordinazione dei suoi
sacerdoti, domanda: “Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto ed
obbedienza?”, ma all’Ordinazione del Vescovo si chiede: “Vuoi edificare il
Corpo di Cristo, che è la Chiesa, perseverando nella sua unità, insieme con tutto
l’ordine dei Vescovi, sotto l’autorità del Successore del Beato Apostolo
Pietro?”, e ancora: “Vuoi prestare fedele obbedienza al Successore del Beato
Apostolo Pietro?” La verità del rito deve rendersi evidente nella vita!
I Sacerdoti devono poi vedere il Vescovo
forte, capace di essere quel che deve essere, senza cercare mai il plauso dei
media, senza cercare popolarità a basso costo, senza seguire il facile quanto
avvilente flusso del “tutti fanno così”, preferendo ciò che è più conforme alla
sua condizione di Vescovo.
Troppo spesso noi siamo specialisti in
economia, in politica o in sociologia, ma occorrono piuttosto molti specialisti
in sana dottrina, capaci di “fiutare”, anche a distanza, le conseguenze di
talune impostazioni teologiche, capaci di intuire che a determinate premesse
non potrebbero che seguire determinate conseguenze, capaci di apprendere le
lezioni della storia; occorrono sentinelle che scrutano gli orizzonti lontani; esperti
nel confutare gli errori, nel dirigere le anime, nel discernere i carismi, nel
far comprendere la linea di demarcazione tra lo Spirito di Dio e quello del
mondo, nel saper leggere i segni dei tempi alla luce dello Spirito di Dio e non
del mondo!
Occorrono molti specialisti in pazienza,
capaci di fuggire da ogni riduzione demagogica del ministero e delle relazioni
con i Sacerdoti, capaci di preferire le processioni alle marce, le preghiere
alle proteste, l’essere nascosti in Cristo piuttosto che apparire; in termini
evangelici, capaci di diminuire perché Cristo Signore cresca!
Di fronte ad un tale padre, la coscienza e
la libertà dello stesso Sacerdote sarà potentemente richiamata all’obbedienza,
la quale non verrà allora percepita come l’imposizione di una volontà esterna,
ma come la reale, comune partecipazione all’opera di santificazione dell’intero
Popolo di Dio.
Un padre
è sempre capace, a volte con drammatico realismo, di riconoscere tutti i limiti
dei propri figli perché, in quanto padre, conosce innanzitutto i propri.
Ma sarebbe una grave mancanza di realismo
soffermarsi unicamente sui limiti, rischiando, in tal modo, di bloccare la
crescita spirituale dei figli.
Un padre è capace di valorizzare
giustamente le buone qualità dei propri figli, sostenendoli e incoraggiandoli,
mostrando loro anche compiacimento per tutto quanto di vero, giusto e buono v’è
in essi ed è da essi compiuto. Solo allora, in una reciproca coscienza di bene,
che è il fondamento di ogni possibile fiducia umana, sarà possibile esercitare la
necessaria correzione, la quale, in un tale clima, potrà allora essere accolta fruttuosamente.
Se è
vero che il Vescovo non è il padre spirituale di ciascun sacerdote è
altrettanto vero che egli, comunque, è chiamato ad essere padre dell’intera
Diocesi e del suo Presbiterio, e tale paternità non può essere meramente
simbolica. Nessun Sacerdote è Sacerdote da solo: noi siamo presbiterio e solo
nel calore di questa comunione con il Vescovo ognuno può compiere armonicamente
e serenamente il proprio servizio.
Un’altra condizione, che definirei
preliminare, a qualunque esercizio di paternità, è la conoscenza dei propri
Sacerdoti.
Un elemento non di rado riscontrabile, e
che causa grande sofferenza nei Sacerdoti, è la quasi misconoscenza, da parte di
taluni Vescovi, delle loro persone.
Molto semplicemente, conoscere i nomi dei
propri Sacerdoti, qualcosa della loro storia, sapere di cosa si occupano e
quale ministero svolgono, conoscere le loro condizioni di salute, la loro
stabilità umana, affettiva e psicologica, costituisce il nucleo minimo,
essenziale ed irrinunciabile, perché un padre possa dirsi tale ed un Sacerdote
possa sentirsi figlio.
Se la vastità di talune circoscrizioni
ecclesiastiche, l’intersecarsi di impegni e relazioni rendesse difficile poter
instaurare un rapporto personale, credo ci si debba soffermare a valutare il
fatto che il Clero è priorità e che curare prioritariamente il Seminario, la
conoscenza degli stessi seminaristi e quindi i rapporti con i singoli Sacerdoti
sia l’unico modo veramente realistico per arrivare a tutte le componenti e le
realtà della Diocesi. Senza passare per i Sacerdoti, nella pastorale si arriva
a niente. Questa convinzione suggerisce le scelte giuste nella organizzazione
delle proprie giornate, nella distribuzione del proprio tempo, nella
accettazione di impegni ed interventi. Per i figli tutti i padri e le madri
consapevoli sanno fare sacrifici e li sanno fare con quella gioiosità che
fiorisce soltanto sullo stelo dell’amore.
Il Padre è anche colui al quale è sempre
possibile rivolgersi, per chiedere aiuto, sostegno nei problemi, nella ricerca
di un consiglio, di una guida; e dal padre ci si aspetta, normalmente,
attenzione, disponibilità ed immediata sollecitudine.
È un compito arduo, soprattutto nelle
Diocesi più popolose e, in generale, per la grande mole di lavoro, non tutto
però ugualmente essenziale, a cui i Vescovi devono fare fronte.
Tuttavia è necessario che, anche in
piccoli ma significativi gesti, appaia evidente la nostra paternità, eco
diretta di quella del Signore.
Rispondere sempre e con sollecitudine alla
corrispondenza dei presbiteri, essere disponibili a quanti cercano il Vescovo,
essere precisi nel rispetto delle scadenze e di ciò che è dovuto ai Presbiteri,
comunicare loro le decisioni in maniera adeguata, mai perentoria o
superficiale, tenendo nella giusta considerazione il fatto che ogni cambiamento
comporta, sempre e comunque, uno “strappo affettivo”, a volte difficilmente
razionalizzabile. Sono solo alcuni degli esempi di ciò che più fa soffrire i
Sacerdoti e che, talvolta, potrebbe oscurare il senso di profonda figliolanza,
derivante dall’esperienza di un’autentica paternità.
Anche nell’ambito pastorale la paternità
ha un ruolo importante e da essa può dipendere, in parte, l’efficacia stessa delle
nostre fatiche apostoliche.
Il Vescovo è il responsabile e moderatore
supremo di tutta l’attività pastorale della Diocesi, l’efficacia della quale
dipende, in modo preponderante, dalla fattiva adesione e collaborazione del
Presbiterio. Per conseguenza, l’esperienza della paternità non riguarda soltanto
i rapporti personali tra Vescovo e Sacerdote, né solo quelli istituzionali tra
Vescovo e Presbiterio.
La paternità incide profondamente sulla
stessa azione pastorale, sostenendo il lavoro, spesso davvero stressante, dei
Sacerdoti, motivandone ragionevolmente e sopranaturalmente i sacrifici,
indicando con l’esempio e con opportune indicazioni che la priorità
fondamentale della vita sacerdotale è lo “stare” con il Signore e facendoli
sentire, non solo a parole ma realmente, parte di una famiglia (il Presbiterio),
che non è orfana, ma ha un padre che la ama, la guida, la corregge ed è
disposto a dare la propria vita per essa.
Quando i
sacerdoti sanno che in ogni congiuntura si troveranno accanto sempre il proprio
Vescovo, allora lo sentiranno padre!
2. Il Vescovo
“fratello” dei suoi Sacerdoti
Se la paternità è il “luogo” di esercizio
dell’autorità, la fraternità è il luogo della condivisione e della prossimità,
anche umana.
Il Signore Gesù Cristo ci ha svelato il
Volto del Padre, mostrandosi “fratello tra fratelli” e noi siamo in Lui «eredi
del Padre» (Cf. Rm 8,17).
Se il Sacramento del Battesimo ci ha
innestati tutti in Cristo, donandoci quella figliolanza adottiva che solo la
Grazia può portare, il Sacramento dell’Ordine, che il Vescovo condivide con i Sacerdoti,
seppur in grado differente, è altrettanto causa e fondamento di fraternità.
Tale fraternità è innanzitutto
sacramentale ed ontologica, poi storica e ministeriale; essa domanda, tuttavia,
di divenire, continuamente, anche esperienziale: cioè percepibile concretamente.
Come diceva San Giovanni Bosco, pensando
all’educazione dei suoi giovani: “Non basta che li amiamo, è necessario che si
accorgano che li amiamo!”.
Se non è possibile, né lecito, confondere
la fraternità sacramentale ed istituzionale, con quella psicologica, è
altrettanto vero che è sempre da rinnovare, nel cammino di ciascuno,
l’esperienza viva della presenza del Mistero accanto a noi, dell’Emmanuele, il
Dio-con-noi, anche nei concreti rapporti che, quotidianamente, si vivono.
La condivisione della nostra natura e
vicenda umana è la radice storica della fraternità che Cristo ci ha mostrato.
Potremmo definirla una “fraternità
discendente”, poiché, anche dal punto di vista teologico, siamo stati resi
fratelli dalla libera opzione del Padre di inviare il Figlio, «nato da donna,
nato sotto la legge» (Gal 4,4), che è
divenuto così, per sempre, nostro fratello nell’umanità.
Ritengo che il Vescovo possa e debba
vivere, nei confronti dei Sacerdoti, questo tipo di “fraternità discendente”.
Non sia fratello solo di coloro che più visibilmente
lo circondano o acconsentono ai suoi pareri, come non deve essere padre solo di
coloro che più docilmente si mostrano come figli.
Il Vescovo è chiamato ad essere, per primo,
fratello dei suoi Sacerdoti, ad essere loro vicino, conoscendone la vita, i
problemi, le fatiche, le difficoltà, i momenti di sconforto e condividendone,
nel profondo, le gioie, e perfino le grazie.
Nella consapevolezza di tutti i limiti
umani dei Vescovi, e dei Sacerdoti, credo che il luogo fondamentale per fare
esperienza di una tale fraternità, e crescere in essa, sia la preghiera.
I Sacerdoti hanno il diritto di vedere che
il proprio Vescovo prega! E che prega prima di loro, più di loro e,
soprattutto, per loro. Hanno diritto di avvertire quella fraternità che non
nasce, né può nascere, dalla carne o dal sangue - e men che meno da un facile
demagogismo - ma che, per la radicalità e la potenza del vincolo sacramentale,
nella comune appartenenza a Cristo, risulta essere, paradossalmente, più
radicale di quella di sangue.
Al Vescovo è chiesta una grande maturità
spirituale ed affettiva, poiché – ben lo sappiamo – alcuni Sacerdoti si
sottraggono ad un rapporto autentico e di fraternità con il proprio Vescovo, e
ciò può accadere per varie ragioni: per la loro personale immaturità, che ancora
vede nell’autorità un ostacolo alla realizzazione dei propri desideri o,
purtroppo più frequentemente, per le ferite ricevute nel percorso della vita,
magari non sufficientemente rimarginate, che hanno condotto ad una certa
sfiducia nei confronti della possibilità stessa di vivere un rapporto fraterno,
con l’autorità superiore.
È necessario, in questi casi, e in ogni
rapporto con i Sacerdoti, che sia sempre e continuamente il Vescovo a fare il
primo passo.
L’autorità che abbiamo ricevuto non fa di
noi dei “sovrani”, contro i quali è possibile consumare un reato di “lesa
maestà”, ma ci obbliga in coscienza ad essere “eccellenti” (come ci chiamano)
nella fraternità, nella misericordia, nella capacità di perdono «fino a settanta
volte sette» (Mt 18,22), confidando
nella forza della Grazia della Misericordia, la quale con il tempo, può
sciogliere qualunque cuore, piegare ogni durezza, rimarginare ogni ferita. È
meglio soffrire che far soffrire.
Sia, il Vescovo, il primo “fratello della
famiglia presbiterale”, colui che, per primo, domanda agli altri fratelli:
“come stai?”; colui che, certamente con l’aiuto anche di un’efficiente
segreteria, ricorda gli anniversari di Ordinazione dei propri Sacerdoti, gli
onomastici, le date importanti, proprio come si fa in una famiglia dove ci si
vuole bene.
Il Vescovo deve arrivare a considerare i Sacerdoti
come fratelli, sempre ed indipendentemente dal giudizio che può dare la sua
intelligenza. Se sono poveri di risorse spirituali, se hanno un carattere
difficile, se sanno rendersi antipatici, se agiscono da nemici, deve amarli di
più. Qui, per essere all’altezza del proprio ufficio, talvolta occorre essere
eroici.
La prima cosa per tenere un rapporto
sereno è sgombrare il terreno da qualsiasi pregiudizio generale e particolare.
Bisogna amare prima di giudicare, amare per amore di Dio e continuare ad amare
imperterriti, anche dopo aver dovuto giudicare in modo negativo. Prima salvare
che colpire, senza stare ad aspettare simpatia e gratitudine; più costerà – stiamone certi – e più Dio
“pagherà”. Le circostanze che avvicinano un sacerdote al Vescovo sono le
circostanze umane: disagi, sbandate, crisi, malattie, debiti, calunnie.
In questo quadro si sviluppa la stima del
clero per il proprio Vescovo. Ciò è importantissimo perché io credo che un
clero che non stimi il proprio Vescovo sia la più grande disgrazia che possa
capitare ad una diocesi.
Potrebbe esser piuttosto contraddittorio
presiedere le esequie dei Sacerdoti, senza mai essersi informati sulle loro condizioni
di salute. La mancanza di fraternità, sotto questo aspetto, è tra quelle
maggiormente avvertite e sofferte dai Sacerdoti, i quali, non di rado, credono
di essere utili, unicamente e proporzionalmente, in base alla loro effettiva
capacità pastorale, alla disponibilità a tappare un buco, all’efficienza
funzionale.
La lotta al funzionalismo, più volte
invocata dal Santo Padre Benedetto XVI, passa anche attraverso queste
espressioni, concrete e visibili.
Infondiamo pace, calma nei nostri
sacerdoti stressati dagli orari e dal correre magari a più parrocchie, unità
pastorali e ad altri incarichi. Aiutiamo questi insostituibili collaboratori a
ricordare che noi dobbiamo fare sì come se tutto dipendesse da noi ma ben persuasi
che tutto dipende dal Signore, che l’anima di ogni apostolato è racchiusa
nell’unione con Lui; che uno semina ed un altro raccoglie e che è la santità il
segreto della fruttuosità pastorale.
Se il Vescovo è fratello, fratello
maggiore ma fratello, i Sacerdoti avranno chiaro che egli è la prima persona a
cui rivolgersi per qualunque problema, sia pastorale, sia personale. Non
saranno frenati nel ricercarne il prezioso consiglio, nel confidare in un
giudizio misericordioso, nel sapere che, qualunque cosa accada, Egli li
sosterrà e li guiderà.
3. Il Vescovo
“amico” dei suoi Sacerdoti
La dimensione dell’amicizia appartiene
all’ordine della gratuità, per cui non può essere esigibile come un “dovere”.
Ciascuno di noi ha i propri amici, quelli
che Dio ha donato e, come noi, anche i Sacerdoti hanno i loro amici, tra i
quali non possiamo pretendere di essere “forzatamente” annoverati.
Tuttavia, partendo dal chiaro annuncio del
Signore: «Non vi chiamo più servi ma amici» (Cf. Gv 15,15), noi conosciamo come Dio stesso abbia voluto rinnovare i
rapporti con Lui, e quelli tra gli uomini, offrendoci ed introducendoci in una
familiarità, che appartiene all’ordine della Grazia.
Se l’amicizia è quell’idem velle idem nolle, che l’antichità classica ci ha consegnato, e
che il cristianesimo ha, in fondo, fatto proprio, evangelizzandolo, allora è
davvero possibile essere “amici” dei propri Sacerdoti, non tanto in forza di
presunte o reali, fittizie o forzate, affinità elettive, ma in forza del comune
“volere” e “non volere” le medesime cose, cioè in forza di un’identificazione
in Cristo e nel ministero, la quale determina, e crea, un “nuovo modo” di stare
insieme e di condividere l’esistenza.
La frammentazione culturale non ha
lasciato illeso il volto stesso della Chiesa e, talvolta, le differenti
opinioni, i sempre maggiormente diversificati cammini teologici e metodi
pastorali, sembrerebbero rendere quasi non percepibile l’Idem velle, anche all’interno del medesimo presbiterio.
Perché una reale amicizia possa sempre
nuovamente accadere, all’interno delle nostre realtà ecclesiali, è forse
necessario, come presupposto, favorire un recupero di quella, sostanzialmente
condivisa, dimensione dottrinale, che era bagaglio comune ad ogni sacerdote e
che, tra l’altro, faceva percepire, in modo molto più evidente, la fondamentale
unità del Corpo ecclesiale, a livello sia di magistero, che di disciplina,
anche ai fedeli laici e agli stessi cosiddetti lontani.
L’amicizia, fondata sulla condivisione del
bene e sulla positiva e radicale esclusione di ogni altro umano interesse, è
l’unica reale e la sola possibile, all’interno di un presbiterio, tra il
Vescovo e i suoi Sacerdoti.
Proprio la gratuità del rapporto di
amicizia, pone in rilievo il fatto che, anche in questa dimensione, il Vescovo
è chiamato ad “amare per primo”: Egli deve “farsi amico” dei suoi Sacerdoti,
soprattutto nella discreta e costante “offerta” dell’amicizia.
Alcuni Sacerdoti l’accoglieranno, altri forse
la guarderanno con sospetto, taluni resteranno indifferenti, vivendo già in un
proprio compiuto orizzonte di relazioni interpersonali significative. Il
Vescovo non si scoraggi, ma tenga sempre aperta la porta del proprio cuore e
del proprio ufficio di Curia, ai Sacerdoti, accogliendoli come l’amico accoglie
l’amico e senza troppi filtri: meno ce ne saranno, meglio sarà.
Una tale capacità di offerta gratuità,
esige un vero e proprio cammino di ascesi, nella libertà di chi non attende nulla
in cambio, accetta il rifiuto e perfino l’incomprensione.
Ma certamente, nonostante tutto, sarà una
grande occasione per offrire, al nostro Clero, la possibilità di un rapporto
autentico, profondo e gratuito.
Il Vescovo non sia amico solo dei
Sacerdoti migliori, brillanti e pastoralmente capaci. Non sia amico solo dei
Sacerdoti riconosciuti da tutto il presbiterio e dei quali tutti sono già, o
vorrebbero essere, amici.
Il Vescovo è chiamato ad essere amico di
tutti e, quindi, anche dei preti di cui “nessuno è amico”: di quelli meno
dotati e, a volte, più problematici; di quelli con i quali forse è difficile
conversare, la cui umanità è più fragile o più spigolosa; di quelli che, forse,
mai immaginerebbero che il Vescovo possa interessarsi di loro.
Sappiamo bene come un incontro o una
parola, possano anche cambiare la vita e portare ad una grande conversione: sia
questo l’atteggiamento profondo di ogni pastore, nella certezza che la forza
per “offrire” in tal modo la propria amicizia si attinge unicamente dalla
preghiera e da un costante rapporto con Cristo, oltre che, ovviamente, dalla
personale esperienza di amicizia e misericordia.
Il Vescovo è chiamato ad esprimere la
propria carità, nell’amicizia ai Sacerdoti, anche, e soprattutto, nel momento
della tempesta, quando la barca pare affondare ed un grido s’innalza: «Maestro
non ti importa che moriamo?» (Cf. Mc
4,38).
I Sacerdoti possono cadere, possono
sbagliare, purtroppo anche gravemente! In quel momento, più che in ogni altro,
essi hanno bisogno del Vescovo e dell’amicizia del Vescovo. La sofferenza, e
perfino lo scandalo, che talora il loro comportamento provoca con grave ferita
al Corpo Ecclesiale, domanda di essere corretto nella giustizia e nella verità,
con pronta sollecitudine, anche attraverso l’applicazione di tutte le norme previste
dal Codice di Diritto Canonico. La disciplina, infatti, lungi dall’essere
espressione di durezza è espressione di carità pastorale. Fra l’altro il can.
384 impegna il Vescovo ad essere tutore dei diritti dei propri chierici e per
questo è proibito ad essi il ricorso a qualsiasi forma di sapore sindacalistico
(cf. can. 278).
Tuttavia, un amico è capace di dire la
verità, anche la più cruda, non venendo meno all’amicizia e lasciando, sempre e
comunque, una porta aperta, una prospettiva di luce, perché, nelle tenebre più
buie, il demonio può trionfare.
I casi, purtroppo non rarissimi e davvero
terribili, di Sacerdoti morti suicidi, testimoniano come sia sempre necessaria
la presunzione d’innocenza fino alla prova inconfutabile di colpevolezza, la
trasmissione di un’autentica solidarietà e la percepibilità di una concreta
vicinanza in uno stile di responsabilità e di carità autentica verso tutti, che
mai è connivenza, ma sempre è consapevole che nulla è impossibile a Dio. La
grazia va sempre messa in conto!
Come un padre non caccia mai da casa un
figlio, come un fratello non ripudia mai il fratello, così l’amico è chiamato
ad essere amico, proprio nell’ora del tradimento e dell’abbandono. Quando
nessuno oserebbe rivolgere nemmeno la parola al Sacerdote, il Vescovo deve
esserci, magari attingendo energie unicamente dallo Spirito Santo, perché sarebbe
umanamente impossibile fare diversamente, ma deve esserci! Come l’ultimo degli
amici, quello che rimane sempre e comunque.
Non sono gli eventuali condizionamenti
civili che ci devono muovere, ma la caritas
Christi, che si muove prima e le leggi della Chiesa. Ciò non significa
mancare di giustizia ma, anzi, far trionfare una giustizia più alta e vera. I
preti che sbagliano non sono lebbrosi da allontanare, ma infermi da curare. La
gente capirà e capirà molto più di quanto non si pensi, purché ci si muova
nella luce della verità, della giustizia e nel calore della carità verso tutti!
Il linguaggio della santità lo percepiscono anche i cosiddetti lontani.
Lo spirito del mondo presenta la figura
del Vescovo come un efficiente “manager”, ma il Cuore Sacerdotale di Gesù e la
nostra intera Tradizione lungo i millenni presentano la figura del Vescovo come
Uomo di Dio e come Padre!
Carissimi confratelli nell’Episcopato, quale
grande compito ci attende!
Quali energie soprannaturali siamo
chiamati ad attingere continuamente dal Signore, per poter attendere a quanto
Egli ci domanda!
Quale maturità psico-affettiva e quale
esperienza di rapporti umani è richiesta al Vescovo!
Tutto questo non deve intimorirci. Semmai
siamo chiamati alla più grande prudenza e, sempre, ad un serio discernimento.
Pur sapendo che la nostra autorevole parola dovrà sempre essere quella
definitiva sulle varie questioni, in forza anche del munus regendi, che il Signore e la Chiesa ci hanno conferito, il
nostro agire sia sempre improntato alla più grande carità pastorale, prudenza e
discrezione. Ci sia sempre una profonda capacità di ascolto e di confronto con
i nostri più preziosi collaboratori.
Ci sono, in ogni Diocesi, anziani e saggi sacerdoti,
che non domandano nulla per se stessi e sono immuni ad ogni interesse umano e
prospettiva di carriere. Questi, spesso, conoscono molto bene la Diocesi, il
Presbiterio, i singoli Sacerdoti e le specifiche situazioni. Chi impedisce al
Vescovo di confrontarsi, discretamente, con la preziosità della loro esperienza
anche, e soprattutto, nella valutazione delle persone, e dei problemi ad esse
legati?
In quei Sacerdoti anziani, ricchi di
esperienza, sapienti e liberi, il Vescovo potrà incontrare, anche per se stesso,
un “luogo di riposo” e di autentico conforto.
Egli è stato costituito Pastore di un
grande gregge, una parte del quale sono i Sacerdoti, i più preziosi
collaboratori dell’ordine episcopale, oggetto, specialissimo, delle sue cure.
Il primo interesse, la prima cura, la prima
fatica e, insieme, la più grande gioia e corona del Vescovo sono, e devono
essere proprio, i suoi Sacerdoti, senza i quali Egli potrebbe fare pressoché
nulla e dei quali è chiamato, costantemente, ad essere Padre, fratello e amico.
Tanta cura dovrà iniziare dal Seminario dove il Vescovo incomincerà a conoscere
i Sacerdoti di domani e dallo stesso zelo contagioso per la pastorale
vocazionale.
La Beata Vergine Maria, incommensurabile
dono di Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote ai Suoi “unti” ci sostenga e ci guidi
in questo cammino.
Affidiamo, i nostri Sacerdoti a Colei che,
essendo Madre della Chiesa, aiuta ogni sacerdote ad essere un altro Cristo. Sia
Lei, in questo tempo irto di difficoltà interne ed esterne alla Chiesa, la
consolazione, il sostegno, il calore materno per ogni sacerdote. Lei rallegri,
consoli, addolcisca i sacrifici dei nostri Sacerdoti e formi in essi Gesù
Ostia, Gesù Vittima, Gesù Salvatore, Gesù Sacerdote!
Di tale affidamento noi siamo testimoni e,
nel servizio di Vescovi, partecipi.