MONS, GIOVANNI BATTISTA PINARDI VESCOVO AUSILIARE DI TORINO 1880 -1962
Servo fedele, prudente e buono!
Con le parole del titolo di questa breve presentazione di un grande maestro di spiritualità piemontese del secolo passato, Benedetto XVI entrava nel cuore della celebrazione per l'Ordinazione episcopale di alcuni presbiteri, la seconda del Suo Pontificato, prendendo spunto dalle parabole evangeliche del servo fedele e dalle incisive parole di San Paolo ai Corinti "ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio!". E' quanto corrisponde perfettamente al personaggio, monsignor Giovanni Battista Pinardi, vescovo ausiliare e parroco in Torino nella prima metà del 900. Nasce a Castagnole Piemonte il giorno della Solennità dell'Assunzione di Maria Vergine del 1880, da una famiglia contadina, temprata al duro lavoro dei campi, profondamente religiosa e praticante. Il piccolo Giovanni Battista, quintogenito di sei fratelli, regolarmente, alle cinque del mattino, raggiunge la chiesa parrocchiale per servire la prima S. Messa: qui nasce la sua vocazione al sacerdozio, maturata nell'ambiente salesiano di Alessandria e finalmente nei Seminari diocesani di Torino. Sarà ordinato sacerdote il 29 giugno 1903, con 51 compagni di studi, nella chiesa dell'Immacolata, annessa all'Arcivescovado. Nominato parroco di San Secondo in Torino nel 1912, accetta "per obbedienza" la nomina a Vescovo titolare di Eudossiade e Ausiliare del Card. Richelmy il 24 gennaio 1916.
"Un uomo pio, d'una pietà che traspariva dal suo volto" lo descrive il Vescovo Coadiutore mons. Tinivella nell'omelia per la traslazione delle sue spoglie dal cimitero di Castagnole Piemonte alla chiesa di San Secondo in Torino, avvenuta nel dicembre 1964. A chiunque lo incontrava, Mons. Pinardi dava l'impressione di essere costantemente in unione con Dio e di cercare unicamente nella Sapienza divina la soluzione di tanti gravosi problemi che gli si presentavano ogni giorno. Per lunghe ore rimaneva in adorazione davanti al Tabernacolo, donde traeva la forza e l'equilibrio per portare serenamente la croce nei giorni di tempesta, annota un confratello parroco in Città, chi l'ha visto pregare ne ha certamente riportato sentimenti indelebili di edificazione. Uomo coraggioso e intrepido, affrontò la buona battaglia della fede in tempi difficili, meritò dal suo Arcivescovo Maurilio Fossati, piuttosto parco negli elogi, la lusinghiera definizione di "bonus miles Christi", cui il Venerando Porporato aggiungeva " non coronabitur nisi qui legitime certaverit". Non poche furono le battaglie del Pinardi, seriamente impegnato sul versante sociale, amico fraterno di don Luigi Sturzo, che in incognito gli rese visita a San Secondo, durante il viaggio che lo portava esule nel nord d'Europa. In tempi socialmente complessi, come lo fu il periodo tra le due guerre, quando non era certamente facile individuare la via da percorrere senza essere uomo di parte nelle avverse fazioni, mons. Pinardi seppe attenersi rigorosamente alle indicazioni della dottrina sociale della Chiesa, che tracciava nella Rerum Novarum e nei successivi Documenti Pontifici la via sicura da seguire, la via della povertà e della giustizia nella misericordia.
Effettivamente, come si scrisse, Mons. Pinardi non è mai stato anti-qualcuno, diffondendo e difendendo l'ideale evangelico da pastore d'anime, fedele esecutore delle direttive del Magistero. Attento e sollecito nel "servizio della parola", caratteristica propria e irrinunciabile del munus docendi, ricevuto dallo Spirito Santo, sapeva essere nella predicazione " totalmente relativo a Dio", secondo una felice recente espressione. Egli preparava minuziosamente le istruzioni parrocchiali, come usava allora durante la celebrazione pomeridiana dei Vespri domenicali, le omelie e i molti discorsi d'occasione, dove tutto è riferito all'unico Assoluto, che è Dio stesso : "// Signore fa tutto bene, non chiediamogli mai perché. La sua volontà è il nostro paradiso in terra, prima di essere la nostra beatitudine eterna" era la frase ricorrente ad ogni evento fausto o infelice che fosse. Quando stavano per entrare in vigore le nuove norme liturgiche, contenute nella Costituzione "Sacrosanctum Concilium", pur accusando la comprensibile fatica di un aggiornamento così articolato e profondo come quello promosso dal Vaticano 11°, in una delle sue ultime istruzioni parrocchiali diceva "verranno indicazioni nuove e noi le metteremo in pratica", e aggiungeva l'espressione ricorrente nelle sue catechesi "lo ha detto il Papa, lo dicono i Vescovi, dunque è così". La piena sintonia di mons. Pinardi con il suo Vescovo e con il Magistero della Chiesa erano proverbiali, per non dire della sua sensibilità umana, sorretta da una continua orazione. Ricorrendo il suo giubileo sacerdotale nel 1953, un noto giornalista e politico formatosi all'Oratorio di San Secondo, nel discorso d'occasione affermava " e noi giovani ardenti uscivamo da quei colloqui con il cuore pieno di entusiasmo: era con noi un Vescovo che intendeva il senso sociale del Cristianesimo, un Vescovo che senza essere andato all'Università di Friburgo, conosceva quali doveri il mondo ha verso l'operaio e quali le strade da percorrere per redimerlo". Pur senza avere avuto una formazione specifica in materia sociale, come si richiede oggi ai presbiteri, mons. Pinardi era perfettamente consapevole che "il ministero pastorale ridotto a compiti temporali, puramente sociali 0 politici non è una conquista, ma una perdita gravissima per la fecondità evangelica della Chiesa intera", come si legge nel Direttorio "Tota Ecclesia" sul ministero e la vita dei presbiteri.
L'immagine di Mons.
Pinardi è
inscindibilmente legata al sacerdozio, che egli non soltanto ha tenuto in
grande onore, ma ha esemplarmente incarnato in tutta la sua vita. La figura del
sacerdote, nei suoi tratti essenziali, che attingono all'unico ed eterno
sacerdozio di Cristo e rimangono invariati nel tempo, è caratterizzata dalla
sua funzione pastorale. Il sacerdote è anzitutto pastore e la sua spiritualità
è profondamente segnata dalla carità pastorale. Il Pinardi ne era profondamente
consapevole. Non si spiega altrimenti la sua quasi angosciosa resistenza ad
assumere "la croce" dell'episcopato, in cui si concentra la pienezza
del mandato divino. Certamente aveva presente lo splendido Sermone, ove Agostino
si dice terrorizzato dalla responsabilità di diventare Vescovo: "Ubi me
terret quod vobis sum, ibi me consolatur quod vobiscum sum. Vobis enim sum
Episcopus, vobiscum sum christianus. Illud estr nomen officii, hoc
gratiae, illud periculi est, hoc salutis""(Sermo 340, P-L 38,
1483), Quanto, mons. Pinardi apprezzasse il sacerdozio, risulta, dalla, sua, profonda devozione eucaristica, ma non solo, se si
pensa che dalla parrocchia di San Secondo sono sbocciate in quegli anni una
quarantina di vocazioni sacerdotali e, cosa meno nota, molti sacerdoti in
difficoltà
hanno, trovato in lui comprensione, conforto, sostegno spirituale e concreta
accoglienza in spirito di vera fraternità sacerdotale.
Ripensando la bella figura del Pinardi, acquistano particolare splendore le parole di Benedetto XVI, ad illustrare la prima caratteristica che il Signore chiede al suo servitore, la fedeltà: "gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio....conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso, il Dio vivente...la fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati" (L'Osservatore Romano, 13 settembre 2009, p. 8). E' lo splendore della verità, vissuta nella libertà che ne deriva, che ha illuminato i passi di mons. Pinardi, in tutti i campi della sua intensa attività pastorale, dal ministero parrocchiale in senso proprio, ai problemi sociali della prima immigrazione verso Torino, della comunicazione con una tipografia e un giornale, della tutela dei diritti dei lavoratori, per sfiorare i più vasti ambiti della politica del Paese, aprendo nuovi orizzonti sul fronte della carità vissuta, tradotta in opere ancora oggi fiorenti, come la Casa della misericordia,. Tutti i suoi interventi in campo sociale, dalla assistenza, al sindacato, alla politica, mai miravano al consenso popolare, dal quale mons. Pinardi era per sua natura schivo, ma anzitutto al bene dei fedeli, come sottolinea l'Apostolo: "omnis sacerdos...pro hominibus constituitur in ea quae sunt ad Deum" (Ebrei, 5, 1). Fedeltà non è paura, continua Benedetto XVP, non è compromesso, non cerca di adeguare la fede alle mode del tempo, ma è creatività feconda, che produce nei campi del mondo, per far aumentare in esso con la forza vivente della fede la presenza di Dio.
Mons. Pinardi era uomo " di poche parole, ma di saggi consigli", che sapeva comprendere ed ascoltare, accoglieva tutti con signorilità e cortesia e quanti ricorrevano a lui, ed erano molti, se ne tornavano sempre con grande sollievo, Questa dote era frutto anzitutto di una, profonda ed autentica, umiltà,, virtù, preclara del Pinardi, unanimemente riconosciutagli e frequentemente sottolineata da quanti hanno scritto di lui. "La sua fu un'umiltà magnanima, che lo rendeva né timido né incerto nei suoi interventi e nelle sue decisioni quando fosse in gioco la giustizia o la verità", scriveva dopo la sua morte, il brillante giornalista Direttore del settimanale diocesano. In effetti il Pinardi ricoprì in Diocesi incarichi molto importanti in quel momento storico, come quello di Presidente della Società "Buona Stampa", combattivo ed irriducibile avversario "di coloro? come scriveva l'Arcivescovo Fossati, che si fanno paladini di una falsa libertà e concorrono alla diffusione di quei fogli che sono per sistema nemici della Chiesa e avversari della buona causa". Il riferimento era ai quotidiani dell'epoca, che nonostante i tempi e i toni siano profondamente cambiati, ostentano anche- oggi palesi orientamenti di quel genere.
E' concordemente ammesso che mons. Pinardi, ben conscio della sua totale consacrazione, svolse con coerente fedeltà la sua missione, dedicandovi tutte le sue energie. Appena superati i sessant’anni la sua salute comincia ad essere malferma, "mons. Pinardi scrive, un confratello,, non era vecchio, ma era logoro". Ciononostante riuscirà a superare la soglia degli ottant'anni, traguardo ragguardevole all'epoca, conservando lo spirito, dei tempi migliori fino al tramonto, con invidiabile serena lucidità e il solo rammarico di non poter più lavorare come un tempo, nel totale abbandono alla volontà del suo Signore e nel distacco dalle cose del mondo.- Ciò faceva, dire all'Arcivescovo Fossati, di fronte alla sua salma composta in San Secondo: "Ecce quomodo moritur vir iustus: qualis vita, finis ita!".
La carità pastorale, virtù con la quale si imita Gesù, Buon. Pastore, che dona la propria vita, si realizza anzitutto nel servizio, infatti l’episcopato è più un servizio che un onore, recita la Pastores dabo vobis (n. 23), e come ricorda Benedetto XVI nell'omelia citata sopra: " Gesù, venuto per servire e dare la vita in riscatto di molti, ha reso il termine 'servo' i7. suo più alto titolo d'onore, compiendo così un capovolgimento dei valori". Ma la carità pastorale trova il suo fondamento anche nella virtù della prudenza ( Presbiterorum Ordinis, 14, Ecclesiae Imago, 22), virtù cardinale che rappresenta, dice Benedetto XVI, "la seconda caratteristica del servo, essa indica la ricerca incessante della verità, anche la verità scomoda. Il servo prudente è innanzitutto un uomo di verità, è un uomo dalla ragione sincera". In tal senso il Pinardi fu un uomo veramente ragionevole e saggio, capace di guardare il mondo e gli uomini e riconoscere così ciò che conta nella vita, senza lasciarsi- abbagliare da pregiudizi. Uomo di "verità e di comunione", come sottolinea il Direttorio sul ministero e la vita dei presbiteri (Tota Ecclesia, n. 30), spesso nelle discussioni interloquiva: " no, non voglio che prevalga chi è più tenace nelle sue idee, ma chi ha più ragione. Riprendiamo a discutere". La prudenza, che suppone la saggezza, fu certamente una delle doti più in mostra e apprezzate del Pinardi, al cui consiglio molti ricorrevano proprio per la sua riservatezza e segretezza. Anche dopo il suo "ritiro nell'ombra", non si contavano i sacerdoti che ricorrevano a lui per consiglio, sapendo di poter contare sulla sua prudente saggezza oltre che sulla sua riservatezza, "è segreto come una tomba" si diceva di lui, e di poter parlare con lui di qualsiasi cosa, anche la più delicata.
La sua bontà si traduceva anzitutto nell'amore dei poveri, ed erano centinaia i miserabili che gravitavano attorno alla chiesa di San Secondo. Soleva, dire "anche se c'imbrogliano-, amateli ì poveri, Dio non ha dato loro quello che ha dato a noi". Messaggero di bontà, "l'unica cosa davanti alla quale il mondo è ancora capace d'inginocchiarsi", per usare un'espressione del grande educatore salesiano don Cojazzi, mons. Pinardi, già Vescovo, saliva quattro piani di scale per raggiungere le tristemente note soffitte di via San Secondo a portare conforto ai malati più poveri e abbandonati. Tutti lo conoscevano per il suo tratto affabile e rispettoso, ad ognuno rivolgeva una parola scoprendosi il capo per salutare, con ammirazione della gente più semplice. Ma il segreto della sua bontà, da tutti riconosciuta, non può avere altra sorgente che Dio stesso, come il Signore afferma nel noto racconto evangelico: "perché mi chiami buono, nessuno è buono se non Dio soltanto" (Me. 10,17) e Benedetto XVT rammenta che "la bontà presuppone soprattutto una viva comunione con Dio...se la nostra vita si svolge nel dialogo con Cristo, se le sue caratteristiche penetrano in noi e ci plasmano, possiamo diventare servi veramente buoni".
Mons. Pinardi, sia per temperamento sia per formazione virtuosa, fu "un solitario"» nei senso che. non faceva parte di allegre, combriccole di preti che dedicavano ore e ore al gioco delle carte, o ad altri frivoli trattenimenti; situazione diffusa quanto mal tollerata dall'Arcivescovo Richelmy, al quale il Vicario Generale con un certo humor replicava: "Eminenza, meglio i tarocchi (il gioco delle carte), che passare il tempo a tagliare i panni all'Arcivescovo!". Oggi molte, abitudini, sono scomparse, ma si potrebbe, dire che. c'è di peggio a sottrarre tempo alla preghiera e allo studio, come certi famigerati strumenti della comunicazione. Se fosse vissuto ancora qualche anno, certamente mons. Pinardì non avrebbe taciuto! Ma mons. Pinardi non era certamente un prete "isolato" nella sua solitudine, che amasse non essere "disturbato", cosa che lamentava soltanto quando stava recitando le Ore o si stava preparando alla celebrazione dell'Eucarestia; la sua giornata scorreva continuamente a contatto con i fedeli, specialmente i più bisognosi, che prediligeva, ma anche con i confratelli, alle cui riunioni era sempre presente.
La fraternità sacerdotale, oggi tanto invocata, forse perché è diventata cosa rara, esigenza profonda della misteriosa realtà comunionale della Chiesa, era al vertice dei suoi pensieri e si manifestava nella sua cordiale accoglienza verso i confratelli, sublimandosi in una amicizia sincera, che trascende le categorie sociologiche mondane (incomprensione, solitudine, emarginazione, ecc..) e supera le inevitabili difficoltà contingenti. Lo confermano molti sacerdoti da lui aiutati e beneficati, che ospitava nella spaziosa residenza parrocchiale, fino ad averne in casa contemporaneamente una dozzina. L'Arcivescovo, di Vercelli* mons. Imberti dava atto di questa sua disponibilità, scrivendo "l’Arcidiocesi di Torino non sarà mai abbastanza riconoscente a quest'uomo integerrimo pieno di bontà e di carità, specie con i sacerdoti". Scrive uno dei suoi viceparroci, oggi quasi centenario: "per i confratelli poveri ebbe finezze squisite di assistenza, per molti, vicini all'ultimo passo, fu l'informatore delicato e sollecito della gravità del male e del momento che suggeriva gli ultimi sacramenti, per delusi, calunniati, percossi o sviati fu l'angelo del conforto, il braccio di sostegno: sona pagine di soavità e di amore paterno e fraterna che si leggono solo nei libri dell'aldilà..."
Indipendentemente da quale sarà il giudizio della Chiesa sulla eroicità delle virtù di mons. Pinardi, del quale è stata introdotta la causa dì canonizzazione dall'Arcivescovo Saldarmi, nel 1999, l'esame delle circostanze storielle in cui visse e opero mettono in risalto l'unicità dei doni che Dio gli ha fatto e la esemplare dedizione al ministero sacerdotale, che s'impone ancor oggi e offre in questo Anno dedicato dal Santo Padre al Sacerdozio un impareggiabile modello, in piena sintonia con gli insegnamenti più recenti della Chiesa.
Con ragione hanno scritto di Monsignor Pinardi "era sempre un Vescovo: nella visione soprannaturale ed equilibrata delle cose, nella ponderatezza e decisione delle parole, nella carità e generosità delle opere", nessun miglior elogio si sarebbe potuto fare di un Pastore zelante, secondo il cuore di Dio, come seppe essere il Pinardi, guida dinamica e discreta sul cammino della vita, secondo la vocazione universale dei fedeli, verso la santità.
Sac. Valerio Andriano