La paternità del Vescovo nei riguardi del presbitero e la formazione nei seminari e nel clero diocesano

 

 

Venerati fratelli nell’Episcopato,

 

saluto di cuore tutti voi, qui convenuti per vivere questo “Seminario di formazione” e, in particolare, saluto e ringrazio Sua Eminenza il Signor Cardinale Filoni per l’invito rivoltomi.

 

Vorrei anzitutto esprimervi il mio cordiale e fraterno augurio per l’inizio del vostro ministero episcopale, al quale siete stati chiamati. La lunga e ricca tradizione della Chiesa, sin dai Padri apostolici, ha narrato in diversi modi la ricchezza del dono che anche voi avete ricevuto; il Concilio Vaticano II ha voluto precisare con forza che nella persona dei Vescovi è presente il Signore stesso, attraverso quella pienezza del sacramento dell’Ordine, che fa di loro i collaboratori della grazia di Dio e i dispensatori del Suo amore e della Sua salvezza[1]. Questo grande dono, mentre apre i nostri cuori allo stupore, contemporaneamente ci riveste di grande responsabilità in ordine all’importanza della chiamata e alla serierà del ministero che ci è affidato.

 

Vorrei fare insieme a voi un breve percorso di riflessione, proprio su questa alta responsabilità, leggendola soprattutto a partire da quella visione di Chiesa e di pastore che Papa Francesco ci sta offrendo in questo tempo nuovo per la comunità cristiana. Con l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, il Santo Padre ci stimola, con freschezza ed entusiasmo, a guardare alla Chiesa e ad essere Chiesa in modo nuovo, aperto, creativo. Una delle espressioni-chiavi di questo Documento è proprio “Chiesa in uscita”. Si tratta di un invito profondo, accorato, espresso con grande passione, affinché tutti noi possiamo considerarci come “collaboratori” del grande campo di Dio, uscendo dalle nostre chiusure, dai particolarismi, dalla gestione dei nostri cammini pastorali secondo schemi che sembrano superati. Occorre, dunque, uscire, raggiungere le periferie, operare quella che Papa Francesco chiama “conversione pastorale” in chiave missionaria. Questa visione accompagna tutto il Documento e, perciò, lo stesso Papa Francesco tratteggia brevemente la figura del Vescovo e del pastore che può intonarsi ad essa: «Il Vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana, perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (cfr At 4,32). Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e, misericordiosa, e in alcune circostanze, dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade»[2].

E’ anzitutto da questo profilo che vorrei trarre alcuni orientamenti riguardanti l’esercizio della paternità episcopale, in particolare verso i presbiteri. Essere Vescovi è anzitutto essere «costituiti pastori di tutti i fedeli per promuovere sia il bene comune della Chiesa universale, sia il bene delle singole Chiese»[3]; ciò implica una particolare sollecitudine, quella di Cristo Sposo per la Sua Sposa.

 

Questa sollecitudine, cari fratelli, non deve mai mancare nei confronti dei presbiteri che incontriamo e che il Signore ci affida. Una delle realtà più importanti del nostro ministero – bellissima e insieme molto profonda – , è l’esercizio della paternità umana e spirituale nei confronti dei presbiteri; non si tratta di una semplice funzione, di un dovere, di una scelta dettata da condizioni di calcolo o da altre ragioni umane o di governo. Si tratta, invece, di ciò che deve animare dal di dentro la missione del Vescovo e il suo stare in mezzo al presbiterio come pastore, guida e fratello nella fede. Paolo VI ci ha richiamato fermamente a questo compito: «Un insostituibile e validissimo aiuto per l'osservanza più agevole e felice dei doveri assunti, i Nostri carissimi sacerdoti hanno il diritto e il dovere di trovarlo in voi, Venerabili Fratelli nell'episcopato»[4]. Nel cuore di un Vescovo, allora, un posto di particolare cura e sollecitudine deve essere riservato ai presbiteri, senza mai scivolare, così, nella tentazione di essere semplici e distratti amministratori del sacro; soprattutto oggi, in condizioni sociali e culturali non sempre facili per l’esercizio del ministero presbiterale, c’è bisogno che il Vescovo stia con amore in mezzo ai suoi preti, facendosi compagno della sua solitudine e presenza amichevole. Cosi nelle parole di Papa Paolo VI: «La solitudine umana del sacerdote, origine non ultima di scoraggiamenti e di tentazioni, sia riempita innanzi tutto dalla vostra fraterna e amichevole presenza e azione. Prima di essere superiori e giudici, siate per i vostri sacerdoti maestri, padri, amici e fratelli buoni e misericordiosi, pronti a comprendere, a compatire, ad aiutare»[5].

 

Che cos’è la paternità? Alla luce di quanto Papa Francesco ci ha detto nell’Evangelii Gaudium, ma anche in altre occasioni, chiediamoci: che cos’è la paternità? Come la si esercita? Dalle parole del Santo Padre, ricaviamo tre immagini molto plastiche, a ciascuna delle quali possiamo associare una concretezza pastorale nell’esercizio di questa paternità. Il Papa parla di un pastore, che sta davanti al popolo per indicare la strada, altre volte sta in mezzo per condividere, altre volte sta dietro. Anche nei confronti del presbiterio, oltre che di tutto il popolo, queste tre immagini possono rappresentare alcuni aspetti della paternità umana e spirituale: il Vescovo come sentinella che indica il cammino, il Vescovo che condivide con fraternità e misericordia, il Vescovo che incoraggia i deboli e si lascia egli stesso esortare.

 

1. Il Vescovo che sta davanti. Non sottovalutiamo mai, cari fratelli, che l’etimologia stessa della parola greca episcopo ci introduce nel significato di “supervisore” o, per meglio dire, “sorvegliante”. Questa parola, specialmente nella nostra cultura moderna, forse ci può sembrare non troppo felice o alquanto distante da quella figura di pastore che il nostro popolo si attende. In realtà, è una parola che non deve essere intesa in un significato profano, come se il Vescovo fosse chiamato a esercitare una funzione tecnica, burocratica o da capo di un’azienda e né, tantomeno, come se egli dovesse esercitare un dominio sulla Chiesa locale che gli è affidata. Come successore degli Apostoli, egli è, piuttosto, la sentinella del suo popolo, colui che veglia perché non si arresti l’annuncio della Parola del Vangelo e scorra incessantemente la mediazione sacramentale della grazia di Dio. Parlando alla Congregazione per i Vescovi, il 27 febbraio scorso, Papa Francesco ha voluto ricordare questo compito così importante, un ministero di cui lo stesso popolo di Dio sente il bisogno: «Il Popolo santo di Dio continua a parlare: abbiamo bisogno di uno che ci sorvegli dall’alto; abbiamo bisogno di uno che ci guardi con l’ampiezza del cuore di Dio; non ci serve un manager, un amministratore delegato di un’azienda, e nemmeno uno che stia al livello delle nostre pochezze o piccole pretese. Ci serve uno che sappia alzarsi all’altezza dello sguardo di Dio su di noi per guidarci verso di Lui. Solo nello sguardo di Dio c’è il futuro per noi»[6]. La paternità spirituale, vorrei dire, è anzitutto questo: sorvegliare dall’alto, guardare con l’ampiezza del cuore di Dio, sintonizzare la mente e il cuore su quegli impulsi dello Spirito Santo che ci permettono di guardare in modo diverso l’esperienza pastorale e spirituale del nostro popolo e, così, di essere padri nella fede per i nostri presbiteri. Di cosa hanno bisogno i presbiteri che incontrerete e che vi saranno affidati? Cosa li rassicurerà nella loro fatica, nei dubbi, nei diversi e non sempre facili tentativi pastorali? Certamente essi troveranno un appoggio sicuro e un segno della presenza di Cristo Buon Pastore in mezzo a loro, se potranno vedere nel Vescovo, un padre, capace di sorvegliare tutto dall’alto della prospettiva di Dio, un pastore attento e vigile, un profeta illuminato, capace di indicare i percorsi giusti e di incoraggiare i diversi passaggi della vita di un presbitero e del suo ministero particolare. I nostri preti, dunque, non hanno bisogno di un manager o di un amministratore delegato, afferma con chiarezza il Santo Padre; hanno bisogno di trovare in voi solleciti e premurosi, accoglienti e insieme esigenti. Occorre, in tal senso, che il Vescovo stia davanti ai suoi presbiteri per essere guida sicura, luce che illumina il cammino, capofila della fatica missionaria, sostegno di forte speranza per ciascuno e per tutti, a immagine del Buon Pastore che raduna il Suo gregge, lo custodisce, lo incoraggia, lo difende dal male e da chi vorrebbe strapparlo dalla luce della fede.

 

2. Il Vescovo che sta in mezzo. L’esercizio di questa guida profetica e illuminata, che pone il Vescovo a capo del suo popolo, non deve farci dimenticare che egli è anche dentro il popolo di Dio, ne è parte viva e con tutti condivide lo stesso cammino di fede, quelle gioie e quelle fatiche del credere che, come sappiamo dal Vangelo, non sono esenti dal cuore dell’apostolo. Gesù stesso, chiamando a sé i Dodici come suoi collaboratori, li educa soprattutto a scorgere la fatica delle folle, a sentire la sua stessa compassione della sofferenza e della povertà tratteggiata sui volti dei fratelli, a scorgere il desiderio profondo che anima la ricerca di Dio in tanti peccatori. Come ci ha magistralmente ricordato Sant’Agostino: «Per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano». Papa Francesco, dunque, ci parla anche del Vescovo che sta in mezzo al popolo e in mezzo ai suoi preti. Stare in mezzo è un altro modo di esprimere la paternità. Significa condividere la vita dei nostri preti, non per mera formalità esteriore ma partecipando realmente di ciò che passa nella loro umanità, dei loro bisogni, dei loro progetti, magari delle loro difficoltà e delle loro richieste, anche quelle che spesso rimangono inespresse. Ogni vero padre, custodisce il proprio figlio, lo incoraggia, talvolta lo sprona anche con fermezza perché egli possa sentirsi stimolato a crescere e cambiare. Egli sa anche accettare con pazienza alcuni momenti delicati o difficili della vita del figlio, in alcuni casi sa attendere e fare un passo indietro, in altri casi è chiamato a consigliare, esortare e provocare. Gesù, nel suo ministero, ci ha mostrato questo volto paterno e misericordioso di Dio e, nelle sue parole come nei gesti, ci ha rivelato che Dio Padre ha i tratti della provvidenza e della fiducia, della compassione e della misericordia; Egli nutre e veste i suoi figli come fa con gli uccelli del cielo e con i gigli dei campi ma, soprattutto, Egli, come un padre innamorato, non si oppone alla scelta del figlio che vuole andare via di casa ma, con una segreta speranza nel cuore, lo attende sulla porta di casa, scrutando ogni giorno l’orizzonte, gettandosi al suo collo per abbracciarlo quando ritorna e facendo festa per lui. Dai tratti del Padre misericordioso, anche noi Vescovi possiamo imparare uno stile di paterna vicinanza, di attenzione premurosa, di attesa colma di speranza, fino alla gioia della reciproca misericordia e dell’incontro.

 

3. Il Vescovo che sta dietro. Infine, la terza immagine che il papa ci consegna: il Vescovo che sta dietro il suo popolo. In molti momenti del cammino, il vero pastore, che ha cuore le sorti del suo gregge e desidera difenderlo dai lupi rapaci, si accorge che il suo servizio deve farsi carico della fatica, dei rallentamenti e delle debolezze; il suo ministero, infatti, non è per la propria gloria né può limitarsi ad un esercizio burocratico e aziendale. Al contrario, nel suo cuore pulsano anche gli affanni e i gemiti di quei presbiteri che vivono situazioni difficili, che attraversano momenti delicati della loro vita o della loro spiritualità, che reclamano, magari in silenzio, un’attenzione particolare senza la quale rischiano di restare indietro o di perdersi. Ripetutamente e in diverse occasioni, Papa Francesco ci mette in guardia da un’idea di Chiesa efficiente, che si muove secondo criteri mondani di potenza e che, magari, in questo modo corre la tentazione di proseguire a ritmi serrati con “i migliori”, lasciando indietro i deboli e i poveri. La “Chiesa in uscita” è anzitutto quella che va dal centro alla periferia, quella Chiesa che ha il coraggio, afferma il Pontefice, di «prendere l’iniziativa, senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi»[7] e, soprattutto, quella Chiesa che accompagna tutti i processi dell’umanità, conoscendo e sopportando con pazienza anche le attese e i rallentamenti. Nella stessa Esortazione Apostolica, Papa Francesco afferma con coraggio che «Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada». Mi sembra davvero un messaggio illuminante per la paternità spirituale che un Vescovo deve esercitare nei confronti dei suoi presbiteri: stare attenti a chi si è fermato, frenare il passo per condividere i rallentamenti, non misurare il ritmo del cammino su quello delle nostre pretese, fossero anche quelle di un progetto pastorale, senza esserci prima assicurati della serena fiducia interiore di ciascuno dei nostri presbiteri. C’è davvero bisogno che i nostri preti vedano nel Vescovo una persona attenta, che sa mettere da parte le ansietà della propria agenda per stare dietro di lui, per cercarlo, per spingerlo in avanti, per guardarlo negli occhi con amore. Proprio parlando ai Vescovi neo-eletti, lo scorso anno, Papa Francesco si è soffermato sul significato del verbo “pascere” e lo ha tradotto parlando di cura abituale e quotidiana del gregge. In quell’occasione, il Santo Padre ha affermato: «vorrei richiamare l’affetto verso i vostri sacerdoti. I vostri sacerdoti sono il primo prossimo […] di cui prendersi cura come padri, fratelli e amici. Tra i primi compiti che avete c’è la cura spirituale del presbiterio, ma non dimenticate le necessità umane di ciascun sacerdote, soprattutto nei momenti più delicati ed importanti del loro ministero e della loro vita. Non è mai tempo perso quello passato con i sacerdoti! Riceverli quando lo chiedono; non lasciare senza risposta una chiamata telefonica»[8]. La paternità del vescovo, come vediamo, è fatta allora di cose concrete, di uno stile pratico e, soprattutto, di un certo modo di essere e di “sentire”: piccoli gesti di attenzione, capacità di ascolto profondo, disponibilità di tempo e di dialogo, capacità di esercitare un sereno discernimento.

Paternità autorevole. A tutte queste belle suggestioni, certamente dobbiamo aggiungere l’importanza dell’esercizio di una paternità autorevole. Alla fraterna amicizia coi presbiteri si unisce il compito del Vescovo di essere colui che ammaestra, che indica il cammino e che invita a un’obbedienza gioiosa. Le tendenze attuali culturali, a cui non di rado la stessa Chiesa può essere esposta, invitano spesso ad una rinuncia del’autorità o, viceversa, ad una rigidità che provoca rapporti formali e distanti. Ma – occorre ribadirlo – senza autorevolezza non c’è vera paternità, e senza l’affetto fraterno non potrà mai nascere una relazione veramente filiale. La paternità, allora, è certamente un’arte difficile che si impara giorno dopo giorno da Dio; rimane sempre di rinunciare allo stile paterno del governo e della guida, lasciando ciascuno al proprio individualismo emotivo oppure, al contrario, di pretendere l’imposizione di un unico pensiero attraverso uno stile autoritario. Rinuncia e autoritarismo sono due mali che impediscono una vera paternità. Il Vescovo, invece, deve farsi carico e prendersi cura del gregge e, in particolare, dei presbiteri che sono la sua famiglia, deve governare ascoltando, deve esortare fraternamente, come pure correggere o richiamare, ma sempre con misericordia e senza mai demoralizzare. Il Vescovo è anche pastore che vigila, nel senso di un pastore “insonne”, che non prende sonno a immagine del custode di Israele (Sal 121), che non si addormenta quando i suoi preti lo interpellano, che vive la notte dei suoi preti e, con la sua presenza e parola, cerca di indicare l’alba che può sorgere. Soprattutto, egli deve imparare a discernere che in tutto c’è «un tempo per parlare e un tempo per tacere» (Qo 3,7)

Cura della formazione. Inoltre, fa parte della stessa cura paterna della vita presbiterale, pensare e progettare, insieme ai presbiteri stessi, percorsi di formazione permanente del clero; allo stesso modo e con la stessa premura, bisogna prendersi cura del seminario e dell’accompagnamento dei futuri presbiteri. La formazione si rende necessaria non semplicemente come sterile aggiornamento professionale ma, soprattutto, per aiutare ciascuno dei presbiteri a maturare il dono grande che ha ricevuto, a discernere con attenzione le sue dimensioni e ricadute personali e pastorali, a costruire sempre meglio la tanto necessaria comunione nel presbiterio e col popolo di Dio. Il Santo Padre, ricevendo i Vescovi dello Sri Lanka, ha raccomandato: «Affinché i vostri sacerdoti possano offrire un degno servizio ed essere pastori autentici, vi esorto a prestare attenzione alla loro formazione umana, intellettuale, spirituale e pastorale, non soltanto negli anni della formazione in seminario, ma per tutta la loro vita di generoso servizio. Siate per loro veri padri, attenti ai loro bisogni e presenti nella loro vita»[9].

Criteri di vita per il Vescovo Potremmo sentirci quasi spaventati e atterriti dinanzi alle diverse dinamiche della missione episcopale che abbiamo tentato di delineare. Certamente occorrono intensità e sollecitudine e, a tal scopo, desidererei riprendere i criteri di grande profondità che ci vengono offerti dal Santo Padre; per prima cosa, un criterio unificante: il Vescovo «che sa rendere attuale tutto quanto è accaduto a Gesù e soprattutto sa, insieme con la Chiesa, farsi testimone della sua Risurrezione»; quindi, egli deve sviluppare «Il coraggio di morire, la generosità di offrire la propria vita e di consumarsi per il gregge». Per questo motivo, nel Vescovo sono necessarie alcune virtù che il Papa annovera: «la sua integrità umana assicura la capacità di relazioni sane, equilibrate, per non proiettare sugli altri le proprie mancanze e diventare un fattore d’instabilità; la sua solidità cristiana è essenziale per promuovere la fraternità e la comunione; il suo comportamento retto attesta la misura alta dei discepoli del Signore; la sua preparazione culturale gli permette di dialogare con gli uomini e le loro culture; la sua ortodossia e fedeltà alla Verità intera custodita dalla Chiesa lo rende una colonna e un punto di riferimento; la sua disciplina interiore ed esteriore consente il possesso di sé e apre spazio per l’accoglienza e la guida degli altri; la sua capacità di governare con paterna fermezza garantisce la sicurezza dell’autorità che aiuta a crescere; la sua trasparenza e il suo distacco nell’amministrare i beni della comunità conferiscono autorevolezza e raccolgono la stima di tutti»[10]. Infine, il Santo Padre, con tono davvero appassionato, ci dice di quali Vescovi la nostra Chiesa di oggi ha bisogno e questa esortazione, dunque, è in modo particolare rivolte a voi: Vescovi kerigmatici, umili e fiduciosi seminatori della Parola, Vescovi oranti, coraggiosi nella preghiera a favore del popolo e, infine, Vescovi pastori, attenti e vicini quotidianamente alla gente.

Cari fratelli, il compito è certamente arduo e affascinante. Tuttavia, non dobbiamo scoraggiarci perché la chiamata ad essere apostoli, nel campo del Signore, viene dall’alto e non si fonda sulle nostre forze e capacità umane. Così ci ammonisce l’Apostolo Paolo: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1Cor 1,26-28). E’ in questa luminosa certezza di fede che dobbiamo abbracciare questo compito, imparando e ad esercitare la paternità nei confronti del popolo e in particolare dei presbiteri; come ci ha ricordato Papa Francesco in una delle sue omelie a pronunciate a Santa Marta, il 27 gennaio scorso, “I Vescovi non sono eletti soltanto per portare avanti un’organizzazione, che si chiama Chiesa particolare; sono unti, hanno l’unzione, e lo Spirito del Signore è con loro”. Nello spirito di questa sacra unzione, perciò, fate vostre la parole con cui Paolo descrive il ministero degli apostoli: «pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1Ts 2,6-7).

Vi auguro di vero cuore di poter essere umili e gioiosi servitori del popolo di Dio e, soprattutto, padri affettuosi del vostro popolo e dei vostri presbiteri; cosi amorevoli in mezzo a loro tanto da trasmettere non solo il vangelo ma la vostra stessa vita.

 



[1] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Dogm. Lumen Gentium (21 novembre 1964), n. 21

[2] Francesco, Es. Apost. Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), n. 31

[3] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decr. Christus Dominus, n. 2-6.

[4] Paolo VI, Lett. enc., Sacerdotalis Caelibatus (24 giugno 1967), n. 91. 

[5] Paolo VI, Lett. enc., Sacerdotalis Caelibatus (24 giugno 1967), 93.

[6] Francesco, Discorso alla Congregazione per i Vescovi, 27 febbraio 2014.

[7] Francesco, Es. Apost. Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), n. 24.

[8] Francesco, Discorso ai partecipanti del Convegno per i nuovi Vescovi, 19 settembre 2013.

[9] Francesco, Discorso ai Presuli dello Sri Lanka in Visita ad Limina, 3 maggio 2014.

[10] Francesco, Discorso alla Congregazione per i Vescovi, 27 febbraio 2014.